La tragedia nel Mediterraneo

Le (poche) parole di chi si è salvato

Le (poche) parole di chi si è salvato
21 Aprile 2015 ore 19:00

Sarebbe stata una collisione con la nave King Jacob che stava andando a soccorrerli a causare quella che si è rivelata la tragedia del mare più grave di sempre nelle acque del Mediterraneo. Lo rivelano i pochi sopravvissuti, 28 su 950 persone a bordo, che sono sbarcati nel porto di Catania. Tra loro ci sono somali, eritrei, maliani, senegalesi, ivoriani, ghanesi. Altri sono originari della Sierra Leone, del Bangladesh, di Suriname. Tutti maschi. Due di loro hanno raccontato che si sono aggrappati ai cadaveri che galleggiavano per non finire a fondo. E tra loro anche due scafisti, un tunisino e un siriano. Non si è salvata neanche una donna. Sono le loro testimonianze a fornire gli elementi per poter fare un po’ di luce su quello che è successo prima e durante il naufragio.

Cosa è successo prima di partire. «Siamo partiti da un porto a cinquanta chilometri da Tripoli, ci hanno caricati sul peschereccio e molti migranti sono stati chiusi nella stiva. I trafficanti hanno bloccato i portelloni per non farli uscire», racconta uno di loro. Una traversata che fin da subito si annunciava carica di rischi e di tensione. Lo dice un ragazzo del Bangladesh, che è stato ricoverato in ospedale. Ha raccontato che gli scafisti erano nervosi e cercavano di far salire a bordo il maggior numero di persone: «Eravamo in 950. C’erano anche duecento donne e 50 bambini con noi. I trafficanti hanno costretto molti di noi, a forza di minacce, a infilarsi fin dentro la stiva e nella sala macchine. Subito è stato evidente che non c’era posto per tutti». Una volta salpati, le cose non sono andate meglio: «Ci hanno fatto schiavi», hanno raccontato altri superstiti, «Ci sorvegliavano degli uomini armati, gli adulti erano tutti sotto coperta, prigionieri, senza cibo».

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Lo scontro e il naufragio. A un certo punto la telefonata di uno scafista alla Guardia Costiera. Con voce calma, riferiscono gli ufficiali, l’uomo ha detto: «Siamo in navigazione, aiutateci». Il dispositivo satellitare ha geolocalizzato le coordinate da cui proveniva la telefonata e ha inviato il mercantile portoghese King Jacob, un portacontainer di 147 metri di lunghezza, che aveva già compiuto negli ultimi giorni quattro soccorsi di naufraghi. Il comandante sostiene che non ci sia stata alcuna collisione, ma che i migranti a bordo nel vedere la speranza di salvezza «si sono agitati e il barcone si è capovolto. La nave non lo ha urtato, si è rovesciato prima che potessimo avvicinarci e calare le scialuppe». I naufraghi smentiscono questa ricostruzione. La collisione c’è stata perché lo scafista «voleva guidare la barca e allo stesso tempo nascondersi tra di noi». Dallo scontro al panico il passo è stato breve e «quelli che erano più in basso hanno solo sentito l’urto ma non vedevano niente e volevano salire. Alcuni di quelli che erano sul ponte sono finiti in acqua subito. La barca ha cominciato a muoversi sempre di più e poi si è rivoltata».

 

 

Lo scafista sopravvissuto. La versione secondo cui la collisione ci sarebbe stata è confermata dallo stesso scafista tunisino: «Non volevo farmi scoprire e così cercando di nascondermi mi sono distratto e mi sono avvicinato troppo al mercantile, scontrandomi. I passeggeri intanto si erano tutti affacciati da quella parte e così ci siamo rovesciati e il barcone è affondato». I due sono stati arrestati con l’accusa di omicidio colposo plurimo, naufragio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il racconto dei primi soccorritori. Se le testimonianze di chi è sopravvissuto sono drammatiche, quelle dei soccorritori non sono da meno. Subito dopo il naufragio è stata messa in campo un’imponente operazione di soccorso, che ha coinvolto in tutto 18 mezzi, coordinati dalla nave Gregoretti della Guardia Costiera, che ha assunto il comando dell’intervento. A loro è toccato il compito di recuperare i primi cadaveri e di perlustrare il mare per cercare altri superstiti. Appena giunti sul posto hanno visto un’enorme chiazza di nafta che avvolgeva i corpi esanimi e li teneva a galla. Del barcone non c’era già più traccia, se non i detriti che si confondevano tra i cadaveri galleggianti. Tra questi i due sopravvissuti aggrappati ai morti: «Erano allo stremo, ma quando hanno sentito il rumore del motore hanno gridato e siamo riusciti a salvarli. Non avrebbero resistito ancora a lungo».

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