Una storia tra nazismo, Italia e Spagna

Le verità su Perlasca e Sanz Briz Voci da Budapest per ricostruirla

Le verità su Perlasca e Sanz Briz Voci da Budapest per ricostruirla
Cronaca 27 Gennaio 2016 ore 12:50

La recente nomina de Il figlio di Saul all’88esima edizione degli Oscar, nonché la vittoria del Golden Globe come miglior film straniero, ha rimesso in moto il ricordo dell’Ungheria come scenario di guerra e persecuzione durante il secondo conflitto mondiale. La capitale magiara fu anche sede di alcune delle più incredibili operazioni di salvataggio della popolazione ebraica da parte delle ambasciate dei paesi neutrali. Memorabile, ovviamente, la rete di contatti aperta dallo spagnolo Angel Sanz Briz e proseguita, nelle fasi finali del conflitto, dall’italiano Giorgio Perlasca. È proprio di loro che ci occupiamo, traendo spunto anche dalla polemica montata negli ultimi anni da un libro pubblicato da un giornalista spagnolo, Arcadi Espada, secondo il quale l’opera di salvataggio sarebbe stata avviata da Francisco Franco e le gesta di Giorgio Perlasca sarebbero state in gran parte esagerate nel corso degli anni. Una pubblicazione che ha scatenato l’ira dei discendenti di Sanz Briz e Perlasca: il figlio di Giorgio è tutt’ora impegnato nella diffusione delle gesta del padre.

 

[L’ambasciata spagnola a Budapest]

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L’ambasciata è ancora lì. Eötvös Utca, una parallela di Viale Andrassy, ovvero i Campi Elisei di Budapest. La bandiera spagnola sventola nel freddo di gennaio e a fianco sorge la targa che commemora Angel Sanz Briz. È lì che incontriamo Josè Rodriguez de Colmenares, vice dell’ambasciatore Josè Angel Lopez Jorrin, e il consigliere culturale Antonio Perez-Hernandez Duràn. I due ci introducono alla maestosità della residenza dell’ambasciatore, ma anche alla frugalità dello scantinato e della scalinata dove per diversi mesi si nascosero gli ebrei che, assieme a molti altri stipati nelle case protette, erano aiutati dal personale dell’ambasciata. «In realtà il termine corretto sarebbe legazione», spiega Rodriguez de Colmenares, «ovvero una rappresentanza diplomatica di rango inferiore scomparsa al termine della Seconda Guerra Mondiale. Così come Sanz Briz, contrariamente a quanto spesso viene annunciato, non era ambasciatore, ma incaricato per le trattative dopo la partenza dell’ambasciatore Muguiro nel giugno del ’44».

Le origini dell’antisemitismo ungherese. Erzsebet Dobos, insegnante di spagnolo presso la Budapest Business School, è anche autrice di Salvados, in cui racconta come la legazione spagnola di Budapest operò durante il secondo conflitto mondiale nel salvataggio della popolazione ebraica locale. «Gli ebrei ungheresi si erano in parte trasferiti dai Paesi confinanti nel XIX secolo per sfuggire ai pogrom, mentre nell’Impero Austroungarico potevano godere di una maggiore tolleranza». Fino alla Prima Guerra Mondiale. «Già in precedenza, nelle università era stato istituito un numero chiuso di studenti ebrei, i quali non potevano essere più del 6%. Non ho dubbi sul fatto che una parte della popolazione ungherese soffrisse di invidia verso gli ebrei per il fatto che molti di essi ricoprissero posizioni di rilievo, essendo spesso avvocati, uomini d’affari o professori». A cosa erano dovuti questi successi professionali? «La cultura ebraica, non necessariamente ortodossa, spinge l’individuo alla lettura e alla conoscenza, quindi il proseguimento degli studi era visto come un compito imprescindibile». Poi le cose peggiorano. «Con la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale e la perdita di 2/3 del territorio, il capro espiatorio della sconfitta ungherese diventarono gli ebrei». Nel corso degli anni, sotto la reggenza dell’ammiraglio Horthy, si inaspriscono le leggi antisemite, fino a quando il governo magiaro non decide di fare il proprio ingresso nel conflitto mondiale al fianco di Italia, Germania e Giappone.

 

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Entra in scena Sanz Briz. Come detto, durante la seconda guerra mondiale il capo della delegazione spagnola è Muguiro, ma con l’inasprirsi del conflitto viene richiamato in Spagna e a Budapest rimane Angel Sanz Briz. A partire dal 5 aprile 1944 gli ebrei vengono ammassati nel ghetto (oggi corrispondente al settimo distretto della capitale magiara) e viene imposto loro il coprifuoco. «In meno di sei settimane, fra la fine di maggio e l’inizio di luglio, vengono deportate oltre 430mila persone dal resto dell’Ungheria ai campi di concentramento in Polonia e Ucraina», continua Dobos. «La situazione era talmente imprevedibile che, anche a guerra in corso e con l’Ungheria alleata di Hitler, gli ebrei presenti in Romania e Ucraina si erano rifugiati in Ungheria perché non era pensabile che perfino la popolazione locale si aizzasse contro di loro. Il governo delle Croci Frecciate, invece, ebbe un ruolo fondamentale nella collaborazione con le SS di Eichmann».

 

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L’idea di fondo di Sanz Briz fu quella di affittare appartamenti nei quartieri esterni al ghetto, più precisamente nel tredicesimo distretto a ridosso dell’Isola Margherita. E come trovare proprietari in grado di fornire supporto? «Non molto tempo fa eravamo ad una commemorazione in una sinagoga», racconta Rodriguez de Colmenares, «e siamo stati avvicinati da un signore, un certo Sörg, il quale ci mostrò una lettera di ringraziamento che suo padre, un importante costruttore, ricevette da Sanz Briz perchè aveva messo a disposizione tre nuovissime costruzioni in cui era possibile far risiedere circa 1250 persone. Quelle abitazioni divennero estensioni della sede diplomatica spagnola e godevano di extraterritorialità».

L’appiglio legale. È Antonio Perez-Hernandez Duran a spiegarci come fu possibile, per Sanz Briz, trovare un motivo giuridico per difendere gli ebrei ungheresi. «Nel 1924 Primo de Rivera, allora capo del governo spagnolo, aveva annunciato la possibilità, per gli ebrei sefarditi, ovvero di origine spagnola, di richiedere la cittadinanza spagnola per rimediare al Decreto della regina Isabella del 1492, quando gli ebrei che non intendevano convertirsi al cattolicesimo erano stati costretti a lasciare il Regno». Sulla situazione degli ebrei sefarditi, ci aiuta Erzsebet Dobos. «Erano poche decine nell’Ungheria degli anni Quaranta. La maggioranza era di origine aschenazita, come d’altronde nell’intero Est Europa, quindi Sanz Briz, per salvare più persone, dovette inventarsi nuove regole, ad esempio che i salvacondotti sarebbero stati consegnanti anche ai parenti stretti, poi ai parenti degli ebrei sefarditi in Sud America e così via». E come è possibile raggiungere 5mila persone? Di nuovo Perez-Hernandez Duran. «A un certo punto alcuni cognomi vennero ispanizzati, oppure i salvacondotti vennero assegnati a persone incontrate casualmente. All’inizio Sanz Briz disponeva salvacondotti che andavano dal numero 1 al 200, ai quali aggiunse di volta in volta tutte le lettere dell’alfabeto, in modo da comprendere interi nuclei familiari».

 

[Il lasciapassare collettivo concesso alla famiglia Vandor]

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La tattica di Sanz Briz e l’intervento di Perlasca. «Sanz Briz era una persona dotata di grande intelligenza e tatto», spiega Dobos, «e riusciva a tessere relazioni personali con Szalàsi ed il suo braccio destro, Vajna». Spesso Perlasca si era lamentato dell’eccessiva diplomazia di Sanz Briz. È possibile che non intervenne mai con mezzi meno convenzionali, ad esempio l’elargizione di denaro alle autorità? «Sicuramente ci furono dei casi, diciamo così, di corruzione verso gli ufficiali nazisti e ungheresi, contando anche sul fatto che la Spagna fosse, almeno virtualmente, un alleato dell’Asse in seguito al supporto di Hitler durante la Guerra Civile».

Proprio grazie alla sua militanza nelle truppe in supporto a Francisco Franco, Giorgio Perlasca, che vive all’epoca a Budapest, si rivolge alla legazione spagnola per ottenere protezione dopo aver deciso di giurare fedeltà al Re in seguito all’Armistizio del ’43. Qual’è il suo ruolo, e perchè tante polemiche emerse di recente? «Ci sono state delle incomprensioni», ammette Rodriguez de Colmenares, «la figura di Perlasca spesso veniva ricordata dai testimon, molto più di Sanz Briz. Ma la cosa è spiegabile dal fatto che i rifugiati nelle case protette incontrassero più spesso l’italiano, attivo nelle faccende pratiche della protezione come la consegna di salvacondotti o più semplicemente del cibo, mentre Sanz Briz gestiva il tutto dalla sede della legazione. Proprio per questo a noi preme sottolineare il lavoro svolto dall’intero gruppo». Però poi ai primi di dicembre Sanz Briz lascia la legazione su ordine del governo di Madrid, in parte per non riconoscere il governo di Szalàsi, in parte per garantire la sicurezza personale del diplomatico nella capitale magiara, ormai circondata dai sovietici. «In quelle settimane Perlasca portò avanti l’incarico, e la sua azione fu determinante per conservare l’attività svolta dall’ambasciata fino a quel momento», conclude il diplomatico.

 

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Le accuse all’italiano e il ruolo di Franco. Il motivo di questa campagna verso Perlasca è poco chiaro anche a Erzsebet Dobos, che pure ha avuto modo di discutere con Espada durante la presentazione del libro del giornalista iberico. «Conosco personalmente Arcadi e ne riconosco la professionalità, nonché la passione nello svolgere il suo lavoro. Ci sono aspetti del suo libro estremamente interessanti e che hanno diviso gli storici, come ad esempio il ruolo di Franco». La Spagna, difatti, non aveva mai dato vita a leggi antisemite nonostante l’alleanza con Hitler, ma al contempo aveva buone ragioni per non mettere in difficoltà il rapporto con l’Asse. «Gli storici sostengono che Sanz Briz avesse operato all’oscuro di Franco, mentre Espada riporta come ci fossero degli ordini del Caudillo volti ad aiutare la popolazione ebraica nei paesi occupati. Io non sono una storica e mi è difficile valutare le fonti, però è sicuramente vero che diverse legazioni spagnole si fossero adoperate alla stessa maniera di quella di Budapest. Il caso più famoso è quella di Atene, quindi è presumibile ci fosse, se non una direttiva di Franco, quantomeno una coordinazione fra le diverse rappresentanze diplomatiche».

E perchè le accuse a Perlasca? «Il motivo è oscuro anche a me, tanto più che un gran numero di testimoni oculari ha riportato l’attività di Perlasca a sostegno di Sanz Briz prima e come primo rappresentante della legazione poi». E poi il documento firmato dallo spagnolo. «Il diplomatico spagnolo non ha mai menzionato pubblicamente il suo operato durante la guerra, ma c’è una lettera in cui risponde a Perlasca comunicandogli che, a guerra conclusa, difficilmente avrebbe avuto riconoscimenti da parte dei due governi e che avrebbe dovuto rimanere soddisfatto delle sue gesta e dell’aiuto umanitario portato agli ebrei durante il conflitto». E la lettera di Perlasca? «Il contenuto della richiesta dell’italiano non è mai stato reso noto».

 

[La placca dove viveva la famiglia Acs, familglia deportata]

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Al termine del conflitto. L’arrivo dei sovietici, pur essendo determinante per la conclusione delle ostilità, non venne accolto con giubilo. In città si verificarono numerosi abusi (si parla di decine di migliaia di donne stuprate e oltre 200mila prigionieri inviati nei campi di lavoro) e l’ambasciata spagnola non fu immune. La Spagna era ritenuta paese nemico dall’Unione Sovietica, data la posizione politica del suo esecutivo, e la sede della legazione venne razziata dalle truppe dell’Armata Rossa che non vi lasciarono nulla al suo interno.

Mentre Perlasca riuscì, tramite un viaggio attraverso i Balcani e la Turchia, a ritornare in Italia, non fu lo stesso per chi lo supportò, specie durante le settimane in cui finse di essere il rappresentante della legazione spagnola. L’avvocato Zoltan Farkas, un ebreo che poteva godere della protezione diplomatica di Sanz Briz, era stato al fianco sia dello spagnolo che dell’italiano specie nelle comunicazioni con gli ufficiali ungheresi che non conoscevano altre lingue, ma morì nei giorni conclusivi del conflitto all’interno dell’ambasciata spagnola, anche se non è chiara la dinamica, né il responsabile. «C’era il timore che i sovietici potessero aggredire i diplomatici spagnoli in quanto rappresentanti di un paese nemico. La versione accettata dai più è che cadde dal tetto della sede diplomatica mentre cercava di fuggire, schiantandosi al suolo». L’arrivo dei russi fu fatale anche per l’incaricato d’affari del regno di Svezia, Raoul Wallemberg, arrestato dai sovietici ed ucciso nel 1947. Madame Tournè, la segretaria francese della legazione spagnola, rimase con il figlio Gaston in Ungheria anche dopo il cambio di regime.

Il destino dell’ambasciata. Subito dopo il conflitto mondiale, la Spagna e l’Ungheria non riconobbero i rispettivi governi, giacché in Spagna l’esecutivo era quello emerso dalla guerra civile del 1936 (e tale rimase sino alla morte del Generalissimo, nel 1975), mentre l’Ungheria era occupata dalle forze sovietiche che imposero un regime comunista fino al crollo del Muro di Berlino.

Gli ebrei di Budapest non furono gli unici ad aver trovato ristoro al numero 11 di Eötvös Utca: cessata la rappresentazione diplomatica spagnola, la costruzione venne assegnata ai profughi greci della guerra civile ellenica, vinta dai nazionalisti che costrinsero i simpatizzanti di sinistra alla fuga. Successivamente divenne sede dell’Ujpest, una delle squadre di calcio più importanti nella capitale ungherese, per poi ritornare sotto il controllo dell’ambasciata spagnola a partire dal 1973, quando vennero riprese le relazioni diplomatiche. Le case protette sono ancora in piedi, all’altezza di Szent Istvan Park e Balzac Utca (all’epoca Legrady Karoly Utca) nel tredicesimo distretto e non lontano dalla stazione di Nyugati. Abitazioni apparentemente anonime, ma in grado di raccontare i momenti più drammatici del conflitto e le sofferenze dei suoi abitanti di allora.

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