Dopo decenni, la storia prende forma

Le verità sull’olocausto a Budapest nascoste nelle fessure dei muri

Le verità sull’olocausto a Budapest nascoste nelle fessure dei muri
26 Novembre 2015 ore 09:05

Brigitte Berdefy e il marito Gabor stavano ristrutturando il loro appartamento di Budapest, quando hanno fatto una scoperta che li ha lasciati esterrefatti. In agosto, un operaio si era accorto di una fessura nel muro mentre stava lavorando con un trapano. I proprietari temevano di avere rovinato la carta da parati del vicino, invece hanno riportato alla luce ben 6300 documenti datati 1944, come ha raccontato il Guardian.

61 chili di carte. Gran parte delle carte è ancora intatta e l’inchiostro è leggibile, grazie alla mancanza d’aria nella cavità del muro. Il piccolo tesoro da 61 chilogrammi è stato subito consegnato agli archivi cittadini di Budapest. Il capo dell’istituto, Istvan Kenyeres, era allibito: «La maggior parte dei documenti risalenti al tempo di guerra sono più rovinati di quelli medievali, perché sono stati scritti su carta di pessima qualità. Il contenuto e la quantità del ritrovamento è senza precedenti. Aiuta a riempire una lacuna enorme nella storia dell’Olocausto a Budapest». Quelle carte, infatti, contengono il censimento di tutte le residenze della città. In sostanza, rappresentavano l’antecedente burocratico ai rastrellamenti della comunità ebraica.

 

 

Il censimento prima del ghetto. I documenti, risalenti al maggio 1994, riportano l’indirizzo delle case che avrebbero dovuto ospitare gli ebrei, prima del loro trasferimento nel ghetto. Nel marzo dello stesso anno, i nazisti avevano occupato l’Ungheria e le deportazioni verso le camere a gas di Auschwitz iniziarono quasi immediatamente. Le carte scoperte nell’appartamento contengono anche i nomi degli abitanti di ciascuna residenza, segnalano se sono ebrei, e indicano il numero totale di cristiani e ebrei nell’angolo delle pagine. «Gli ebrei hanno compilato questi moduli in buona fede, si rifiutavano di credere a dove sarebbero finiti», ha commentato Kenyeres. Dopo il censimento, circa 200mila ebrei furono alloggiati in 2mila residenze selezionate, le “case della stella gialla”, con la Stella di Davide dipinta sulle porte. Alla fine del 1944, tuttavia, gli ebrei furono stipati dentro al ghetto, nel settimo distretto di Budapest.

 

 

Ritrovamenti futuri e passati. Kenyeres è ora molto ottimista, riguardo a possibili futuri ritrovamenti: «Più di 23mila documenti, che potrebbero essere ancora là fuori, ci potrebbero dare preziose informazioni su ciò che è accaduto nel 1944. La gente dovrebbe guardare dietro ai loro muri, non si può sapere cosa può esserci a Budapest». In effetti, già nel 2014 è stato ritrovato un prezioso diario che documenta, mese per mese, gli anni della guerra. È stato scritto da una donna per sua figlia, emigrata in Louisiana.

Il diario di Maria Madi. Maria Madi, un medico di Budapest, ha iniziato a scrivere nel 1941, anche se non sapeva se la figlia avrebbe mai letto le sue parole. Scriveva di tutto, dei nazisti, degli ebrei, della guerra, di due persone che stava nascondendo nella sua casa, dietro a uno specchio, quando era necessario. Alla fine del secondo conflitto mondiale, Maria aveva riempito 16 taccuini, in inglese. «Osserverò, ascolterò, testimonierò tutto», ha scritto la donna in una delle sue pagine. Ora il prezioso materiale si trova nell’US Holocaust Memorial Museum di Washington e l’istituzione sta già lavorando alla sua digitalizzazione.

 

 

Salvò la vita a due ebrei. Maria non era ebrea. Apparteneva alla media borghesia cittadina, era stata istruita in Inghilterra ed aveva divorziato dal marito, un medico che aveva una cattiva opinione degli ebrei. Maria rischiò la sua vita per nascondere un’amica ebrea, Irene Lakos, e il nipote di quest’utlima, Alfred, di sette anni. Entrambi sopravvissero: Irene è morta in Italia nel 1998, mentre Alfred, oggi settantasettenne, vive in Georgia, negli Stati Uniti. Quando Alfred fu accolto da Maria, sembrava in preda a una frenesia irrefrenabile: «Non sono mai sola», scriveva Madi il 7 gennaio 1945. «Il bambino parla tutto il tempo, è irritante, rumoroso, mi procura guai». Ma due settimane dopo la situazione era già migliorata: «Il bambino è molto controllato, posso accettare la sua presenza nell’appartamento».

Fino alla fine. Maria Madi continuò a scrivere fino alla fine della guerra, nonostante i rischi: «Questo diario sarebbe sufficiente a farmi impiccare cinque volte alla settimana», ammise nel 1944. Eppure doveva fare sapere, alla figlia, quello che stava accadendo. Maria raccontò tutto, le atrocità contro gli ebrei, gli spari, le sparizioni dei vicini, il «Medioevo più oscuro». Fino alla liberazione. Il 5 novembre 1945, infatti, chiuse per sempre i suoi taccuini: «Questa è la fine del mio scribacchiare. La scorsa notte ho messo l’indirizzo alla mia prima lettera per te [per la figlia, ndr]. D’ora in avanti non c’è più motivo di tenere questo diario».

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