Quei tristi contenziosi

L'eredità contesa di Robin Williams E pure quella di tutti gli altri vip

L'eredità contesa di Robin Williams E pure quella di tutti gli altri vip
Cronaca 05 Febbraio 2015 ore 17:11

La cosa strana non è che La Stampa dia questa notizia: «Battaglia legale per l’eredità di Robin Williams. La moglie accusa i figli dei due precedenti matrimoni di essersi impossessati di alcuni oggetti senza permesso: Zachary, Zelda e Cody: manipola il testamento». È che la dia nella sezione “Spettacoli”. Certo, Robin Williams era un attore. Però la collocazione malandrina fa venir voglia di pensare che anche quello offerto dagli eredi Williams sia uno spettacolo. Non certo edificante, di dirà. Ma quando mai una vicenda di eredità è apparsa edificante, una volta che sia salita agli onori della cronaca? Quando gli eredi si voglion bene, nessuno ne parla. Questa volta, invece, è andata altrimenti - fino ad ora.

I guai legali sono cominciati nel dicembre scorso, quando la terza moglie dell’attore, Susan Schneider, si è rivolta al tribunale di san Francisco accusando i figli dei due precedenti matrimoni del marito di essersi impossessati di alcuni oggetti senza il suo permesso. In cambio pretenderebbe che l’intero contenuto della casa di Tiburon (il pescecane, in spagnolo), dove lei e lui abitavano, venga tenuto fuori dal lascito destinato dal padre ai figli cui era - per unanime consenso, molto legato. “Intero contenuto” significa il patrimonio di quarant’anni di carriera, oltre a cimeli, fotografie, oggetti, biciclette, collezioni di fossili e giocattoli, i premi.

Ma la lotta era però cominciata il giorno stesso della morte (11 agosto 2014) quando i figli da una parte e la matrigna dall’altra cominciarono a scambiarsi accuse di tradire la volontà del defunto, aggiungendo così dolore a dolore. L’avvocato di Susan Schneider in Williams ha precisato che la sua cliente ha solo chiesto alla Corte di pronunciarsi su alcuni passaggi del testamento. Per essere tranquilla di non andare contro la legge favorendoli in ogni modo, magari.

 

 

I figli a loro volta - Zak, 31 anni, figlio dalla prima moglie Valerie Velardi; Zelda, 25, e Cody, 23, nati dal secondo matrimonio con Marsha Garces Williams - hanno reagito a suon di cuori spezzati, ferite immedicabili e invocazioni alla memoria del padre tradita dall’intrusa. La quale - non ci fosse stata quella sottrazione non autorizzata - non avrebbe avuto alcuna ragione  legale di intervenire contro Zak e i suoi fratelli perché le disposizioni testamentarie risultano precise, eque e giudiziose. Ineccepibili. La stessa Susan, come riporta La Stampa «ha specificato di non avere alcuna pretesa su oggetti come le bretelle che il marito portava nel telefilm Mork & Mindy, perché sono «correlate carriera del signor Williams nel settore dello spettacolo», ma ha accampato diritti su abiti e soprammobili, come lo smoking che portava al loro matrimonio, che, dice «non sono associati alla carriera artistica».

Siamo a contendersi (a non contendersi, ma è uguale) le bretelle, insomma. I figli dal canto loro si sono detti «scandalizzati» dall’uso del termine di «soprammobili» per descrivere le collezioni del padre, un patrimonio di affetti e di ricordi che non tollera di essere liquidato con un termine così dispregiativo. Pochi oggetti contro un intera raccolta di cimeli, bretelle contro lessico: un bel match.

Tutte le altre eredità contese di personaggi noti. La disputa Williams è solo l’ultima di una serie infinita di liti per l’eredità di qualcuno. Di recente siamo stati informati del destino crudele di quella di Alberto Sordi a seguito della morte della sorella. «Per la vicenda, sono state accusate di circonvenzione di incapace e di ricettazione dieci persone, tra cui gli avvocati Francesca Piccolella e Carlo Farina nonché il notaio Gabriele Sciumbata, ma anche Arturo Artadi, già autista di Alberto Sordi e successivamente factotum dell’anziana sorella. Altri sei dipendenti di Aurelia, una badante, una cuoca, un giardiniere, due camerieri e una governante, devono rispondere di ricettazione avendo ricevuto donazioni dai 150 ai 400 mila euro» [Ilfattoquotidiano]. Peggio di Romacapitale.

 

 

Tutti ricordiamo le vicende seguite alla morte di Michael Jackson, che aveva escluso il padre dal testamento: la madre e i fratelli pretesero però risarcimenti un po’ da tutti, compreso il medico che lo aveva in cura e che - a loro giudizio - lo avrebbe ucciso. Il sito TMZ, che seguì la notizia, è lo stesso che segue in questi giorni le vicende della figlia di Whitney Houston.

Il 12 luglio 2011 il portale Adnkronos, scriveva «La battaglia legale sull'eredità di Oriana Fallaci, scomparsa nel 2006, è un ulteriore capitolo che si aggiunge alla storia dei contenziosi giudiziari che si aprono ogni volta che muore un grande personaggio. Da Pavarotti a Guttuso, da Burri a Bassani a Carmelo Bene, le guerre tra gli eredi hanno sempre riempito pagine di cronaca e aule di tribunali».

Seguivano le cronache relative all’eredità, appunto, di Big Luciano, che vide le une contro l’altra armate le figlie della prima moglie e Nicoletta Mantovani, ultima moglie del tenore. Il contenzioso si risolse nel giro di un anno, «con l'assegnazione a Nicoletta degli immobili newyorchesi, mentre alle figlie restava la villa di Pesaro, l'ambito appartamento di Montecarlo e alcune proprietà italiane, oltre a una cospicua somma di denaro liquidata loro da Nicoletta Mantovani».

Altra lite famosa fu quella che oppose Fabio Carapezza a Marta Marzotto. Vinse Carapezza, il giovane funzionario del ministero degli Interni che il pittore Renato Guttuso, «gravemente malato e prostrato dall'improvvisa morte della moglie Mimise Dotti, aveva adottato nell'ottobre 1986 e, sul letto di morte, designato suo erede legittimo». La Marzotto, a lungo amante e musa del pittore, furibonda per essere stata tenuta distante da lui nei giorni dell’agonia, nel febbraio 2006 si trovò accusata dalla magistratura di Varese di aver realizzato, in concorso con lo stampatore Paolo Paoli, 700 copie di opere che il pittore siciliano le aveva regalato negli anni del loro grande amore. Il problema era che non avrebbe potuto farlo senza l’autorizzazione dell’erede legittimo dell'artista, Fabio Carapezza Guttuso.

 

 

Ancora più complessa fu la vicenda legata all’eredità del grande Alberto Burri, artista scomparso a Nizza nel 1995, che coinvolse le magistrature italiana, francese e quella del Principato di Monaco. Il fatto era che le opere di Burri erano sparse diverse sedi tra Città di Castello e il resto del mondo. La lite non si limitò alle battaglie fra eredi diretti e istituzioni. Quando la moglie di Burri, Minsa Craig, scomparve, il fratello 85enne di lei riaprì le ostilità per cercare di portare in famiglia anche le opere che in precedenza erano state affidate alla fondazione che la Craig aveva voluto per il marito. Il fratello perse la causa. Si prese solo parte delle opere che aveva la sorella.

Risale al 2003 la chiusura della battaglia giudiziaria avente per oggetto i beni di Giorgio Bassani, l’autore di Il Giardino dei Finzi Contini. Il tribunale di Roma ne riconobbe il diritto ai soli figli dello scrittore, Paola ed Enrico. Ad impugnare il testamento era stata Portia Prebys, l'insegnante americana compagna del romanziere negli ultimi vent'anni di vita. Voleva diseredare i figli «per indegnità a succedere al padre». Mah!

«Tre De Chirico, una tela di Dalì, un dipinto di Kandinskij, un disegno di Tirinnanzi nel quale Carmelo Bene amava specchiarsi, e altri oggetti d'arte. Sono le opere al centro del contenzioso tra la vedova dell'attore e madre della sua unica figlia Salomè, Raffaella Baracchi, e l'ultima compagna di Bene, Luisa Viglietti, finito in tribunale con una denuncia per furto aggravato e continuato fatta dal pm Fabio Santoni ai danni di Viglietti. E Baracchi si è costituita parte civile». Basta così? No. «All'ultima compagna, Luisa Viglietti, accusata di furto, Bene aveva lasciato il diritto di abitare una parte della casa rimasta a Salomè. Una vicenda intricata nella quale si innestano anche le rivendicazioni della sorella del regista, Maria Luisa Bene, che si è rivolta in Tribunale più volte chiedendo di far luce sulle circostanze della morte del fratello». Ci mancava solo il complotto. Qui, però, va anche detto che nel citato processo la signora Luisa Viglietti, difesa dall’avvocato Fabio Viglione e dall’avvocato Gaetano Balice, è stata assolta con la formula «perché il fatto non sussiste» e che la sentenza, emessa dal Tribunale di Roma in data 9 aprile 2009, è divenuta irrevocabile.