Patti segreti, nomi intoccabili

L’ex giudice che indaga ancora sull’attentato di trent’anni fa

L’ex giudice che indaga ancora sull’attentato di trent’anni fa
02 Aprile 2015 ore 14:43

Due aprile 1985. La Fiat 132 blindata del sostituto procuratore Carlo Palermo viaggia a forte velocità verso il palazzo di Giustizia di Trapani, dove il magistrato si è insediato 40 giorni prima. È arrivato per prendere il posto del collega Ciaccio Montalto, ucciso dalla mafia due anni prima. L’auto di Palermo, seguita dalla Ritmo della scorta, raggiunge Pizzolungo, paesino a metà strada tra Trapani e Bonagia, dove il magistrato è stato alloggiato. Sono le 8.35 quando l’autista sorpassa una piccola Volkswagen. In quell’istante il mondo esplode. A bordo strada salta in aria un’autobomba e l’utilitaria, che passava per caso, viene disintegrata al posto della Fiat 132 di Palermo. Il magistrato si salva, cavandosela con un forte choc e qualche lesione. Due agenti della scorta restano feriti gravemente: la Ritmo non era blindata. A non aver scampo sono le vite racchiuse nella Volkswagen. Barbara Rizzo, 30 anni, e i suoi figli, i gemellini Salvatore e Giuseppe Asta: stavano andando a scuola, ignari del loro atroce destino. I loro corpicini vengono ritrovati dilaniati. A duecento metri di distanza, un muro è macchiato di sangue.

Una scena di guerra, che a trent’anni di distanza lascia ancora una scia di dolore. Per puro caso la sorella maggiore, Margherita, 10 anni, aveva chiesto un passaggio alla madre di un’amica. Oggi è sposata, fa l’attivista di Libera e ha appena scritto un libro, Sola con te in un futuro aprile, per raccontare la sua storia di sopravvissuta.

E Carlo Palermo? Dispensato dal servizio nel 1990, in seguito ai traumi riportati, oggi fa l’avvocato a Trento. Intervistato da Avvenire, ha confessato il suo tormento: «Dal 1985 mi porto dentro un enorme senso di colpa, perché altri sono morti al posto mio. Scoprire il perché dell’attentato è diventata la mia ragione di vita. Negli ultimi tempi avevo perso la speranza di riuscirci». Poi ha incontrato Margherita, che è andata a cercarlo a Trento. Lei lo odiava, perché per anni lo ha ritenuto causa della sua tragedia. Poi i due si sono avvicinati. Lentamente, faticosamente. E si sono capiti. «Mi ha detto di cercare ancora. Allora ho iniziato a rileggere i vecchi fatti con uno sguardo nuovo. E finalmente credo di aver capito: le tessere del mosaico stanno andando a posto». D’un tratto sono rispuntati fantasmi e nemici del passato. «Per l’attentato sono stati condannati boss mafiosi – spiega Palermo -. Ma non erano i soli a volermi eliminare. Mi ero avvicinato ad alcuni nomi intoccabili e che infatti non sono mai usciti».

 

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Il pensiero è tornato a scenari e personaggi scovati durante la scottante inchiesta di Trento, avviata qualche anno prima. Armi e droga, fino a sfiorare i politici. Il “terzo” livello. Se non addirittura il quarto. Quando si alza la bufera, l’indagine gli viene tolta dopo alcuni esposti (compreso quello dell’allora presidente del consiglio Craxi). Palermo chiede il trasferimento. Ma il filo nero scoperto a Trento riaffiora a Trapani. Per lui non è una sorpresa. «Dalla Turchia arrivava la droga, che poi finiva in Sicilia e da qui era smistata in Francia e Stati Uniti. Armi e terrorismo costituivano parti inscindibili di quei patti segreti. La prova, già allora, che la grande criminalità è un fenomeno globale e complesso. I giudici, frenati dal criterio della territorialità, giocano una sfida impari. Servirebbe un reale coordinamento internazionale delle indagini. Altrimenti è impossibile venirne a capo». Trent’anni dopo, lui ci sta ancora provando. Ed è convinto di essere a un passo dalla soluzione del mistero.

«Sono scampato a un attentato e a due infarti. L’unica paura che avevo e ho è quella di sprecare la mia seconda vita senza trovare risposte. A lungo ho sperato che fossero altri a scoprire tutta la verità. Ben presto ho capito che non sarebbe accaduto. Ho cercato di farlo io, anche se non sono più un giudice. E sono sicuro che presto la verità uscirà».

 

 

Perché lo Stato non l’abbia protetto, quello forse non si saprà mai. «Fui messo fuori dalla base militare che mi ospitava nei primi giorni e costretto a trovarmi una sistemazione a 10 km da Trapani, con tutti i rischi del caso, perché nessuno mi aveva offerto un posto più vicino. Trovai casa a Bonagia: doveva restare segreta, ma iniziò a suonare il telefono appena entravo. Rispondevo e riattaccavano. Era chiaro ciò che si stava preparando. Arrivarono messaggi del tipo: “Facciamo saltare il giudice Palermo e la sua scorta”, “il regalo sta per essere consegnato”… Ma lo Stato, proprio nel momento di maggiore necessità, non credette alle minacce e abbandonò me e la scorta, che nemmeno munì di un’auto blindata». L’ultima beffa, però, è arrivata nel 2011. «Mi hanno dato la medaglia d’oro per le vittime del terrorismo. Mi spettava per legge. Ma ho dovuto chiederla io».

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