Cronaca
Sullo sfondo, gli scontri tra sciiti e sunniti

Viaggio nel Libano che protesta E non è solo per la spazzatura

Viaggio nel Libano che protesta E non è solo per la spazzatura
Cronaca 24 Agosto 2015 ore 16:40

Pesanti scontri si stanno verificando a Beirut, in Libano, negli ultimi giorni e sono sul punto di far precipitare il Paese in un caos che potrebbe avere conseguenze disastrose. Le ultime proteste - quelle che hanno portato alla ribalta mediatica il Paese di cui si è sempre parlato molto poco in questi anni di profondi cambiamenti per il Medio Oriente - riguardano la gestione dei rifiuti. Una crisi, quella dei rifiuti che va avanti da oltre un mese, quando a luglio la principale discarica della capitale era stata chiusa e i politici non erano riusciti a concordare un luogo alternativo per la raccolta e lo smistamenti della spazzatatura. E che è solo una goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché il Paese vive problemi molto più profondi, dovuti principalmente alla mancanza di un Presidente.

Il pretesto della crisi dei rifiuti. I fatti degli ultimi due giorni sono le tante proteste, dove la polizia ha usato lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti scesi in strada contro il mancato intervento delle autorità governative nella crisi dello smaltimento della spazzatura. Da oltre un mese a Beirut, infatti, la raccolta dei rifiuti è sospesa, e l'immondizia ha raggiunto livelli molto elevati. La polizia ha creato una recinzione di filo spinato attorno alla sede del governo per proteggerla da un’eventuale irruzione dei manifestanti, molti dei quali hanno piantato le tende in piazza. Un morto e centinaia i feriti nelle manifestazioni partite con intento pacifico, organizzate da movimenti che hanno analogie con quelli delle cosiddette primavere arabe degli inizi, ma che hanno assunto contorni violenti quando alcuni giovani con il volto coperto hanno cominciato a tirare bottiglie e pietre contro la Polizia. La protesta è diventata anche social con l'hashtag #youstink (tu puzzi), ma al governo si rimprovera anche la corruzione e l'inefficienza della pubblica amministrazione.

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Il problema di non avere un Presidente. Ma la spazzatura è solo un pretesto e il “tu puzzi” è soprattutto rivolto alla politica libanese, che sta vivendo una stagione assai buia. Nel Paese da maggio dello scorso anno manca un Presidente della Repubblica a causa dei veti incrociati dei diversi attori politici. E la vicinanza della guerra siriana si sta riversando con forza sulla società e sull’economia libanese. Un’assenza così lunga non si era mai verificata dalla fine della sanguinosa guerra civile del 1990, ed è un problema perché sebbene il Presidente non abbia poteri reali, è a lui che spetta il mantenimento dell’equilibrio nello status di democrazia confessionale, sistema per cui le cariche politiche dello Stato vengono assegnate secondo un rigido bilanciamento tra le diverse componenti etnico-religiose. Una paralisi, quella libanese, la cui radice è da ricercarsi anche nello scontro tra le potenze sunnite e quelle sciite regionali, che vedono nel Paese dei Cedri il ring perfetto per lanciarsi messaggi di sangue, e i molti attentati degli ultimi mesi lo provano.

Paese bloccato e gente scontenta. Una situazione che ha generato un forte malcontento tra la popolazione: a rischio di incendio non solo i cumuli di rifiuti agli angoli delle strade, ma il Paese intero. Il fatto di essere una democrazia confessionale aveva garantito finora stabilità e sicurezza interna, lasciandosi solo sfiorare dai venti di cambiamento che hanno sconvolto il resto dell'area mediorientale. Adesso però la mancanza di accordo nell’elezione del Capo di Stato ha approfondito le linee di frattura già pre-esistenti nella società, e ha rallentato la messa in atto di politiche sociali ed economiche. Con conseguenze tragiche sull’economia del Paese che sta vivendo una fase assai stagnante, dovuta anche agli alti livelli di corruzione.

Rischio fallimento. Il premier Tammam Salam, che è tra le personalità politiche contestate con maggiore forza, durante una conferenza stampa, oltre a minacciare le dimissioni, ha lanciato l’allarme fallimento: a causa dell’incapacità di prendere decisioni, il Governo potrebbe non essere in grado di pagare gli stipendi del mese prossimo e di collocare sul mercato le proprie obbligazioni. Da qui il rischio che il Libano possa formalmente essere dichiarato dalle società di rating come fallito.

Problema profughi. Come se la situazione non fosse già di per sé delicata, a gettare benzina sul fuoco c’è anche il problema dei campi profughi. Il Libano è uno dei Paesi che ospita il maggior numero di rifugiati, già dai tempi della prima guerra arabo-israeliana. Attualmente i palestinesi registrati con l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione (Unrwa) sono oltre 450mila, e la maggior parte di loro vive in condizioni precarie in 12 campi profughi. Ma sul suolo libanese si stima siano accolti più di un milione di rifugiati siriani, a fronte di una popolazione di circa 5 milioni di abitanti, con tutte le conseguenti necessità di assistenza primaria e le problematiche sociali di un così cospicuo afflusso di persone. La Banca Mondiale, a maggio, ha dichiarato che verranno stanziati circa 20 milioni dollari a favore del Paese, per far fronte alle necessità dei profughi. Ma nonostante ciò, la dinamica della guerra ha fatto insorgere una crisi sociale. Il rapporto tra comunità ospitante e rifugiati siriani in Libano sta attraversando una fase spinosa. In Libano un abitante su tre è siriano, e questo ha esercitato un’insostenibile tensione sull’economia. Gli affitti e la disoccupazione sono elevati, i salari sono stati decurtati. Nella cittadina di Meshaa nel nord del Paese, un terzo dei dipendenti libanesi locali ha perso il proprio lavoro dall’inizio della crisi siriana. Alcuni dei residenti sono ora più poveri dei rifugiati che hanno accolto. La mancanza di stabilità politica, o peggio ancora di vuoto istituzionale, non fa che aumentare i problemi. Con il rischio che il Paese collassi definitivamente, portando con sé ulteriore tensione in una Regione già martoriata da guerre, povertà e violenza.

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