Assieme a Londra e Parigi

Libia e Iraq, l’Italia va alla guerra Gli Usa ci vogliono a combattere

Libia e Iraq, l’Italia va alla guerra Gli Usa ci vogliono a combattere
Cronaca 03 Febbraio 2016 ore 12:16

L’Italia in guerra, la corrente si fa sempre più forte e spinge il nostro Paese verso la Libia. Così come le pressioni che gli Stati Uniti da qualche tempo stanno esercitando su Roma. Un’insistenza che si è concretizzata con il vertice dei 23 Paesi riuniti alla Farnesina per il terzo incontro anti Isis. Ma già il mese scorso il segretario americano alla Difesa Ashton Carter aveva inviato una lettera ai partner degli Stati Uniti, tra cui il ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti. Nella missiva c’era scritto che è necessario uno sforzo maggiore da parte degli alleati per fronteggiare e sconfiggere lo Stato Islamico. Urge un intervento militare, diceva in pratica Carter, facendo anche riferimento all’Iraq e auspicando che «in futuro l’Italia considererà di contribuire con raid (strike capability) nella lotta contro l’Isis». Ma c’è pure un aspetto economico da tenere d’occhio: Roma ha chiesto infatti a Bruxelles che nel conto del deficit ai fini del patto di stabilità Ue non venga considerato quanto speso dal nostro Paese per la crisi libica, ovvero 8,5-9 miliardi di euro.

 

[La cartina pubblicata oggi da La Stampa]

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L’intervento italiano. Ma visto che il Califfato non è stato sconfitto, e che il suo sbarco in Libia è la minaccia più concreta avvertita dall’Europa, gli Usa hanno aperto alla possibilità di estendere i raid anche nel Paese che fu di Gheddafi, e prima ancora colonia italiana. L’Italia è considerata dall’America il partner strategico per la zona, visto proprio il passato coloniale di Roma. Un ruolo che al nostro governo non è sembrato spiacevole, vista l’immediata disponibilità ad assumere la leadership dell’intervento. Ma se all’inizio si parlava solo di una guida (e non di un coinvolgimento) e di una necessaria richiesta preventiva del nuovo governo libico, ora le cose potrebbero cambiare. In Libia le nuove forze politiche non riescono ancora a insediarsi, e il ministro Pinotti ha dichiarato che «non possiamo immaginarci di far passare la primavera con una situazione libica ancora in stallo».

Quinta guerra contro la Libia. Se l’Italia davvero scendesse in campo con i suoi mezzi e militari, si tratterebbe della quinta guerra da inizio Novecento. Perché prima dell’intervento messo sul tavolo dal summit alla Farnesina le truppe e le armi italiane hanno operato in Libia già quattro volte. La prima risale al 1911, quando per conquistarla vennero trucidati 100mila libici, poi in occasione della riconquista dal 1921 al 1930, e ancora tra il 1940 e il 1943 durante la Seconda Guerra Mondiale a fianco dei nazisti. In tempi recenti l’Italia ha combattuto anche nel 2011, con la Nato nell’intervento capeggiato dalla Francia di Sarkozy.

 

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Italia militarizzata. Anche stavolta i segnali ci sono tutti e sembra che il conto alla rovescia sia già cominciato. Di fatto in Libia alcuni militari italiani lavorano già da tempo (le forze speciali di cui avevamo già dato conto a proposito dell’attacco al terminal petrolifero di Melitah, così come le navi della Marina impegnate nell’operazione Mare Sicuro). A questi andrebbero ad aggiungersi probabilmente i parà della Folgore che da tempo è mantenuta in riserva di pronto impiego per un’emergenza in Libia, e i fucilieri di Marina della brigata San Marco con una dozzina tra cacciabombardieri AMX, droni e aerei da trasporto affiancati da altrettanti elicotteri. L’Itala affiancherebbe, tra le altre, Londra e Parigi, che avrebbero già sul campo forze speciali per addestrare e consigliare le truppe locali, in particolare le forze fedeli a Tobruk e al generale Khalifa Haftar e forse anche le milizie di Misurata. In pratica manca solo l’ufficialità di Roma, che come ha dichiarato nei giorni scorsi il premier Renzi è tra i primi Paesi al mondo per truppe all’estero.

 

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Il fronte iracheno. Ma se una versione ufficiale stenta ad arrivare per la Libia non è così sul fronte iracheno. Secondo quanto riportato da Repubblica 450 soldati sono stati assegnati a missioni di difesa e pattugliamento della diga di Mosul, controllata dalla forze curdo-irachene e la cui ristrutturazione è stata affidata alla ditta italiana Trevi. I nostri militari avranno il compito di proteggere il cantiere e andranno ad aggiungersi agli altri 750 già presenti in Iraq per partecipare all’operazione Prima Parthica, che prevede tra l’altro l’addestramento delle forze curdo-irachene. Oltre all’impegno di questi uomini a giorni il governo dovrebbe decidere se inviare anche 130 operatori di soccorso per le emergenze, attrezzati con elicotteri e campi di assistenza. In tutto, quindi, in Iraq ci sarebbero 1300 militari italiani: il numero più alto dopo quello del contingente americano, che conta 3700 uomini. Solo in Iraq il costo della guerra per l’Italia si stima sarà di 600 milioni di euro. Una cifra destinata a lievitare sensibilmente se si decidesse davvero di intervenire sul fronte libico.

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