In cerca di un precario equilibrio

Libia, quanto è fragile l’accordo Lunedì o la firma o ancora guerra

Libia, quanto è fragile l’accordo Lunedì o la firma o ancora guerra
15 Ottobre 2015 ore 13:30

Ci sono voluti mesi e mesi di trattative diplomatiche e negoziati in Marocco, ma alla fine un accordo sulla Libia per la creazione di un governo di unità nazionale sembra essere stato raggiunto. Ad annunciare, nei giorni scorsi, l’intesa è stato il mediatore dell’Onu per la Libia Bernardino Leon. Si tratta, però, di un accordo fragile, tanto che il governo a vocazione islamista non riconosciuto dalla comunità internazionale con sede a Tripoli, secondo fonti del Congresso Generale Nazionale, ha respinto le proposte delle Nazioni Unite.

Cosa ne dirà il generale Haftar? Anche il generale Khalifa Haftar, che combatte gli islamisti ed è affiliato al governo di Tobruk, non si è ancora pronunciato in merito. Nei giorni che sono seguiti all’annuncio di Leon, si era diffusa la voce che Haftar si fosse opposto alla proposta, perché con il nuovo governo potrebbe venire meno il suo ruolo di guida delle forze armate del Paese. Nell’accordo proposto dall’Onu, infatti, le cariche militari sarebbero azzerate. Se Haftar si pronunciasse contro, il governo di unità nazionale, che già di per sé si trova a dover affrontare una difficilissima situazione politica e umanitaria per trascinare la Libia fuori dalla guerra civile, avrebbe vita ancor più dura.

 

 

La proposta delle Nazioni Unite. La proposta dell’Onu, a cui si è potuti arrivare anche grazie al cambio di passo della tribù di Misurata, che da una posizione di lotta è passata a una più conciliante e mediatrice, prevede la formazione di un governo di unità nazionale. Il nuovo esecutivo dovrebbe essere guidato dal premier Fayez Serray, già ministro nel governo di Tobruk, e da tre vicepremier con diritto di veto che formeranno il cuore di un Consiglio di presidenza: Ahmed Maetiq, rappresentante della Tripolitania, Moussa Kony, indipendente e rappresentante del Fezzan, e Fatj Majbari, rappresentante della Cirenaica. Gli altri membri del Consiglio di Presidenza saranno scelti dal futuro parlamento, che sarà composto da 192 membri. Per essere approvata ogni decisione dovrà passare con i voti di 150 parlamentari. Inoltre, dovrebbe essere creato un Consiglio di Stato composto da 90 membri provenienti dal Congresso nazionale di Tripoli e da 30 figure indipendenti.

 

 

Il tempo stringe. Il problema che adesso si pone è relativo alla data del 19 ottobre, giorno in cui scade il governo di Tobruk, quello uscito vincitore dalle elezioni del giugno 2014 e per questo riconosciuto dalla comunità internazionale. Se il prossimo lunedì Tobruk e Tripoli non firmeranno l’accordo proposto dall’Onu, la Libia vedrà allontanarsi nuovamente la speranza di pace e stabilità, continuando una guerra che ha ridotto allo stremo il Paese e ha fatto in modo, secondo le stime delle agenzie delle Nazioni Unite, che 2,4 milioni di persone vivessero in condizioni umanitarie gravissime. Un accordo verso la pace è quindi necessario, e la bozza proposta dall’Onu ha ricevuto il plauso da Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha assicurato il contributo di 100 milioni di euro al nuovo governo.

Una firma non scontata. E che la firma sia scontata non è del tutto vero. Perché se già Tripoli ha comunicato il suo scetticismo dovuto alla sorpresa per i nomi proposti, anche a Tobruk le cose non vanno meglio, nonostante il  segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, abbia invitato i leader libici a «non sprecare questa opportunità». Il governo legittimo ha dichiarato che deciderà se accettare o no solo l’ultimo giorno utile, e tra i deputati c’è chi ha supposto, forse un po’ malignamente, che l’accordo proposto dall’Onu sia stato frettoloso, dettato dall’urgenza della scadenza della missione nel Paese. Le critiche all’operato dell’Onu sono piovute dal parlamentare Abu Bakr Baeira, membro della delegazione della Camera dei deputati di Tobruk al dialogo in Marocco, che si è dimesso in segno di protesta. Secondo lui l’Onu ha messo in atto una «cattiva gestione» nel processo di pacificazione del Paese. Anche Raman el Swehly, del Parlamento di Tripoli, ha espresso le sue perplessità in un’intervista ad Al Jazeera, affermando che «nella sua forma attuale non c’è la possibilità che venga firmato l’accordo politico», perché all’interno del Congresso ci sono voci discordanti.

 

 

Le sfide da affrontare. La speranza è che un accordo che porti stabilità in Libia si riesca a trovare. Quando si insedierà, il governo di unità nazionale dovrà formare una nuova costituzione e il parlamento dovrà varare i primi provvedimenti per far ripartire l’economia libica devastata da anni di guerra fratricida, e mettere in sicurezza il Paese. Per farlo è necessario disarmare i gruppi tribali e le milizie locali presenti, che remano contro la pace e dilaniano con la loro violenza l’intera Libia.

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