Tutto su Ted Cruz

La Silicon Valley non vuole Trump Un incontro segreto per fermarlo

La Silicon Valley non vuole Trump Un incontro segreto per fermarlo
Cronaca 10 Marzo 2016 ore 11:37

Parola d’ordine: fermare Donald Trump. Gli Stati Uniti sono più che mai spaccati in due fra gli accaniti sostenitori del magnate newyorkese, la cui nomination a leader del partito repubblicano alle prossime elezioni presidenziali non sembra più poter essere messa in discussione, e tutto il resto del popolo americano, che vede nell’eventuale stanziamento di Donald alla Casa Bianca la più tragica calamità che possa abbattersi sul mondo a stelle e strisce (e, di conseguenza, sul mondo tutto). A muoversi contro Trump, oltre che i normali cittadini e gli avversari politici, pare ci siano ora anche i giganti della Silicon Valley, da Apple a Google. Tutti uniti per impedire che la catastrofe possa prendere realmente forma.

 

Donald Trump

 

L’incontro segreto. Secondo l’edizione americana dell’Huffington Post, infatti, a margine dell’annuale World Forum dell’American Enterprise Institute, tenutosi lo scorso week end presso un’isola dello Stato della Georgia, si sarebbe tenuto un incontro segreto fra i principali Ceo e manager dei colossi tecnologici statunitensi e alcuni dei più alti gradi del partito repubblicano. Ordine del giorno: fermare l’ascesa di Trump. Presenti alla riunione, fra gli altri, pare siano stati Tim Cook di Apple, Larry Page di Google, Elon Musk di Tesla, Sean Parker di Facebook, Arthur Sulzberger, editore del New York Times, e, appunto, molti esponenti di spicco del Gop. Secondo fonti giornalistiche americane, buona parte dei lavori del meeting sarebbero stati occupati dal tentare di capire come sia stato possibile che un personaggio come Donald Trump sia riuscito ad attrarre un consenso tanto elevato. Perché l’unico modo per scoprire come fermarlo è capire cosa gli ha permesso di diventare quello che oggi, politicamente parlando, è. Quel che è certo è che bisogna agire in fetta, poiché Trump, dopo queste prime settimane di primarie, ha già più di un terzo dei delegati necessari per conquistare la leadership dei repubblicani, e se dovesse trionfare anche in Florida e Ohio, i prossimi appuntamenti elettorali, il processo diverrebbe pressoché irreversibile.

 

 

Tutto su Ted Cruz. Cosa abbiano deciso i boss della vita politica e sociale americana in questo incontro segreto non è possibile saperlo. Quel che è certo, però, è che l’unico in grado di poter rappresentare anche una minaccia (e, dunque, una risorsa) a Trump nella corsa alla testa dei repubblicani è Ted Cruz, il solo candidato del Gop oltre a Donald che, numeri alla mano, ha ancora qualche possibilità di vincere le primarie. Dell’ultimo quartetto di Stati che sono stati chiamati al voto, Trump se ne è presi ben 3 (Michigan, Mississippi, Hawaii), mentre nel quarto, l’Idaho, è riuscito a spuntarla proprio Cruz. Al momento, Trump dispone di 441 delegati, Cruz di 331, mentre resta oramai irrimediabilmente staccato Marco Rubio, che ne ha “solo” 152. Quest’ultimo, forse, rappresenta la delusione più grande, fra i repubblicani: «Ho bisogno del vostro aiuto», ha detto Rubio dalla Florida. «Credo con tutto il mio cuore che il vincitore delle primarie in Florida martedì prossimo sarà colui che verrà nominato dal partito repubblicano». Ma il figlio di immigrati cubani ha archiviato un’altra notte da incubo. In Michigan, con poco più del 9 percento dei voti raccolti, non ha sfiorato nemmeno lontanamente la soglia di sbarramento al 15 percento che andava superata per ottenere delegati. Qui Trump ha portato a casa quasi il 37 percento e Cruz il 24,7. In Mississippi gli è andata anche peggio (5 percento), segno forse del fatto che i suoi elettori si sono definitivamente spostati sul senatore texano (secondo in questo Stato con oltre il 36 percento contro il 47,5 percento di Trump). Persino Kasich, ultima ruota del carro fra i candidati del Gop ma che non ha la minima intenzione di mollare, ha fatto meglio di lui nei due Stati. Ted Cruz, dunque, anche se, a dire il vero, la speranza è poca: in Mississippi, tradizionalmente Stato ultraconservatore e dunque ben disposto al pensiero di Ted nonché da lui profondamente corteggiato negli ultimi tempi, ci si aspettava risultati ben diversi, e al momento il morale dell’entourage di Cruz è parecchio a terra. Per rimontare il lanciatissimo Trump occorrerebbe una vera e propria mano dal cielo; o, forse, potrebbe bastare anche solo dalla Silicon Valley.

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