La polemica

L’industriale Pierino Persico: «Mai chiesto di non chiudere la Val Seriana»

Il titolare della nota azienda di Nembro è stato accusato da molti di aver fatto pressioni per evitare l'imposizione della zona rossa. La sua risposta in questa intervista

L’industriale Pierino Persico: «Mai chiesto di non chiudere la Val Seriana»
Val Seriana, 27 Marzo 2020 ore 16:13

di Paolo Aresi

Signor Persico, è vero che la sua azienda, la Persico di Nembro, ha chiesto di non chiudere la Val Seriana quando si parlava, circa venti giorni fa, di una zona rossa?

«Non è vero. E con quale diritto? E a chi avrei dovuto chiederlo? La zona rossa viene decisa dal Governo o forse dalla Regione, non certo dai sindaci o dal presidente della Provincia. Noi abbiamo seguito le decisioni prese dalle istituzioni, qualche volta anticipandole».

Ma, scusi, lei non doveva fare uscire la nuova Luna Rossa dalla sua fabbrica perché la aspettavano i suoi importanti clienti?

«Ma no, ma no. Luna Rossa doveva uscire ad agosto, doveva venire imbarcata per la Nuova Zelanda per partecipare all’America’s Cup, ma a quella del 2021. Adesso comunque non so come andrà».

Quindi lei non aveva delle urgenze.

«No, non particolari. Avevo il lavoro, il solito lavoro che è impegnativo per tutti, sempre. La nostra produzione riguarda in particolare l’automotive, cioè le parti interne, quelle dell’abitacolo della vettura. Ma abbiamo anche un dieci per cento di produzione per apparecchi medicali, produciamo impianti per le sacche del sangue, degli antibiotici, delle flebo…».

Che cosa pensa della chiusura totale di questi giorni?

«Che è necessaria perché la vita viene prima di tutto. Io penso che a fine febbraio ancora tanti di noi non avessero compreso la gravità di quello che stava per scatenarsi».

Allora si riteneva sarebbe stato qualcosa di meno grave. Il primo provvedimento prevedeva i bar aperti fino alle 18 e i ristoranti aperti la sera. Nella seconda settimana addirittura si consentì l’apertura dei bar oltre le 18, purché non facessero servizio al banco.

«Sì, mi ricordo bene. Non c’è stata subito l’idea della reale pericolosità che poi si è scatenata. Però la nostra azienda ha preso provvedimenti ben prima del decreto più rigido, quello del 22 marzo. Quindici giorni prima, il 7 marzo, abbiamo ridotto la produzione: in fabbrica entrava soltanto il venticinque per cento dei dipendenti divisi in due turni».

[…]

Avevate preso delle precauzioni importanti. E poi cosa è successo?

«Il 15 marzo, una settimana prima della decisione del governo, abbiamo chiuso tutto. Ci siamo resi conto che il pericolo era troppo grande. Meglio chiudere tutto, basta. Sarà un danno grave, ma tutti insieme ce la faremo, ci solleveremo. Metà azienda continua a lavorare con lo smartworking, da casa, sono dipendenti che si occupano di progettazione e di amministrazione. Una settimana dopo è arrivato il decreto del governo Conte, ma noi eravamo già chiusi».

L’intervista completa a pagina 5 del numero di PrimaBergamo in edicola fino al 2 aprile, oppure sull’edizione digitale QUI.

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