la nuova linea riformista

L’Iran moderato di Rohani e la lotta contro il Califfato

L’Iran moderato di Rohani e la lotta contro il Califfato
05 Dicembre 2014 ore 14:31

Nella lotta al sedicente califfato pian piano inizia a emergere una nuova forza: quella iraniana. La scorsa settimana, infatti, Teheran avrebbe bombardato alcune posizioni dello Stato Islamico in Iraq. A darne notizia sarebbe una fonte anonima del Pentagono, la quale riferisce che l’amministrazione Usa è al corrente delle attività degli aerei da guerra della Repubblica islamica nello stesso spazio aereo in cui agiscono anche i caccia della coalizione internazionale. Si tratterebbe di incursioni aeree nella zona dell’Iraq orientale compiute con degli F-4 Phantoms, aerei americani venduti all’Iran ai tempi dello scià, ma non ci sarebbe alcun coordinamento con le forze aeree americane e alleate. La notizia, però, è stata smentita dal portavoce del Ministero degli esteri iraniano, il quale ribadisce che «Nessun cambiamento ha avuto luogo nella politica dell’Iran», e Teheran offre solo consulenza e aiuto militare all’Iraq all’interno delle regole internazionali. Soprattutto, è secca la smentita dell’adesione alla coalizione anti Isis capeggiata dagli Stati Uniti. Il New York Times, tuttavia, riporta alcuni dettagli sull’operazione, che sarebbe stata condotta negli ultimi giorni di novembre in una zona vicino alle 25 miglia della “zona cuscinetto” istituita dall’Iran sul confine con l’Iraq.

Che l’Iran, sciita, sia nemico del califfato, sunnita, è cosa nota. Fin da quando il sedicente califfo alBaghdadi ha proclamato il califfato l’Iran si è schierato subito contro, dal momento che non può accettare un dominio sunnita nell’area. E che condanni la barbarie che i miliziani stanno compiendo in Medio Oriente, lo ha confermato in un’intervista a RaiNews24 la vicepresidente iraniana Masoumeh Ebtekar, che ha affermato «Lo Stato Islamico non ha nulla a che vedere con l’Islam. Sono terroristi». Secondo Ebtekar, inoltre, l’Iran può giocare un ruolo chiave per la stabilizzazione dell’area mediorientale, promuovendo un approccio razionale ed equilibrato alla questione.

Che l’Iran si stia aprendo al mondo, e in particolare agli Stati Uniti è altrettanto vero. E l’apertura si deve al nuovo corso della politica estera della repubblica islamica, inaugurato con il cambio di presidenza dello scorso anno. Tra Iran e Usa dal 1979, anno della rivoluzione di Khomeini, i rapporti sono tesi. Dopo che gli studenti iraniani occuparono l’ambasciata di Teheran, prendendo in ostaggio 52 americani, gli Stati Uniti congelarono i rapporti. Ma con l’elezione di Rohani una telefonata è intercorsa tra il nuovo presidente e il capo della Casa Bianca Barack Obama. Si è trattato del primo colloquio diretto tra i leader dei due Paesi dal 1979, quando Jimmy Carter telefonò all’allora scià di Persia – storico alleato degli Stati Uniti nella regione – poco prima che la furia popolare lo costringesse a fuggire dal Paese.

Hassan Rohani, 66 anni, dal giugno 2013, è l’11esimo presidente della Repubblica islamica dell’Iran. È succeduto a Mahmud Ahmadinejad, vincendo le elezioni al primo turno con il 50% delle preferenze. Washington accolse con favore l’esito del voto, e da subito si era dichiarata pronta a un dialogo diretto con Rohani, considerato di posizioni più moderate rispetto al suo predecessore. Hassan Rohani ha rappresentato la vittoria dell’alleanza fra i tecnocrati moderati del Sistema e le forze più riformiste dell’Islam ideologico. Il programma dello schieramento moderato-riformista al quale il nuovo presidente appartiene, infatti, prevedeva un’apertura verso l’Occidente, in particolare nei confronti degli Stati Uniti, con l’obiettivo primo di risolvere la questione nucleare. Gli ultimi passi dei colloqui dei paesi 5+1 sono giunti a un nulla di fatto e il termine per raggiungere un accordo è stato spostato di altri sette mesi. Ma con Rohani, che fu membro della prima ora dei colloqui poi estromesso dall’Ayatollah Khamenei, la probabilità di giungere a un accordo è alta.

A differenza di Ahmadinejad, la politica di Rohani ha mietuto consensi oltreoceano, tanto che la rivista Foreign Policy lo ha inserito nella lista dei “100 principali pensatori globali” del 2014. Il fatto che abbia tentato di “tenere aperte le porte del dialogo” lo inserisce di diritto nella categoria dei “decision-makers” insieme, tra gli altri, alla cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro indiano Narendra Modi e il premier italiano Matteo Renzi. Abile negoziatore, prima di far parte della commissione per i colloqui sul nucleare, Rohani era il capo della delegazione iraniana durante i colloqui segreti tra Stati Uniti e Repubblica islamica nel tentativo di normalizzare i rapporti tra i due Paesi. Fu per lui l’occasione di conoscere i vertici della diplomazia e dell’intelligence statunitense, con i quali seppe creare e intrattenere rapporti cordiali e costruttivi: un seme i cui frutti probabilmente oggi stanno maturando.

Rohani è un religioso di stampo moderato e riformista, politico esperto, che attualmente rappresenta la Guida Suprema, lo Ayatollah Khamenei, nel Supremo consiglio per la sicurezza nazionale ed è membro del Consiglio per il Discernimento e dell’Assemblea degli Esperti. È anche il direttore del Centro per la Ricerca Strategica del Consiglio per il Discernimento. Durante la sua prima conferenza stampa del 17 giugno 2013, Rohani parlò di un’“interazione costruttiva” con il mondo, attraverso una politica moderata e il suo governo di “Prudenza e Speranza” a servizio degli obiettivi nazionali. Aveva anche dichiarato che la sua amministrazione si sarebbe adoperata per attenuare le “brutali sanzioni internazionali imposte all’Iran per il suo programma nucleare”. Alla fine degli anni ’70 ricoprì un ruolo di primo piano nella rivoluzione contro lo scià; negli anni della guerra contro l’Iraq (1980-88) è stato membro del Consiglio Superiore della Difesa, comandante della Iran Air Defense e vice comandante in capo delle Forze Armate. Amico fidato di Khomeini, la sua carriera politica è stata forgiata da Ali Rafsanjani, con il quale militò nella resistenza contro lo scià e fu arrestato e torturato.

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