Caos politico e violenze

L’Iraq scarica il premier

L’Iraq scarica il premier
10 Agosto 2014 ore 15:45

I nuovi bombardamenti degli Stati Uniti, l’Isis che non blocca la sua avanzata e stermina le minoranze religiose ed etniche, e ora anche il rischio di un colpo di Stato: l’Iraq sta vivendo, in questi giorni, una delle pagine più dure della propria storia, già disseminata di violenza e guerre. Dopo che l’8 agosto il presidente americano, Barak Obama, ha dato il via libera a raid aerei USA in territorio iracheno per tentare di bloccare l’avanzata jihadista nel Nord Est del Paese e il massacro degli Yazidi e di altre minoranze (tra le quali almeno centomila cristiani), domenica 10 agosto il primo ministro Nouri al-Maliki, sciita, ha attaccato apertamente il presidente della Repubblica Fuad Masum, curdo, accusandolo di aver violato la Costituzione non appoggiandolo nel tentativo di formare un nuovo governo dopo le elezioni dell’aprile scorso. Il premier al-Maliki ha reso pubblica la propria posizione con un duro discorso trasmesso dalla televisione irachena, ma poco prima aveva dato ordine alle proprie forze di sicurezza e ai suoi fedeli miliziani sciiti di occupare le zone strategiche della città. Si teme un vero e proprio colpo di Stato.

Dalle elezioni al possibile golpe. Le elezioni per il nuovo governo in Iraq si sono svolte il 30 aprile. La coalizione guidata dal premier uscente al-Maliki, chiamata “Coalizione per lo Stato di Diritto”, ha ottenuto la maggioranza relativa con il 24% dei voti, conquistando 92 dei 328 seggi totali, un numero ben lontano dai 165 necessari per governare da solo. Sono così iniziate le trattative con le opposizioni per creare un governo in grado di ottenere la fiducia del Parlamento, insediatosi però solo all’inizio di luglio. Il termine per la formazione di un nuovo direttivo sarebbe già scaduto, ma il presidente del Parlamento, Salim Jabouri, lo ha spostato al 19 agosto. Al-Maliki non è attualmente riuscito a formare un governo che sia in grado di gestire la difficile situazione politica in cui versa l’Iraq e ha accusato il presidente Masum di non averlo supportato, ma di averlo anzi ostacolato cercando di formare una maggioranza alternativa senza di lui. La situazione è diventata ancora più confusa dopo che la tv di Stato ha diffuso la notizia che la Corte Suprema irachena, tribunale a cui si è rivolto al-Maliki per confermare la propria legittimità come nuovo primo ministro, avrebbe dato ragione al premier uscente. La certezza però è che, attualmente, l’Iraq non ha un governo, essendo ancora formalmente in carica il governo precedente. al-Maliki ha così accusato di violazione della Costituzione Masum e ha chiesto al Parlamento la messa in stato d’accusa di quest’ultimo. Contemporaneamente, i palazzi governativi e le ambasciate di Baghdad venivano circondate dalle forze armate sciite vicine al primo ministro.

 

 La cartina dell’avanzata dell’Isis sul territorio iracheno

 

Gli Stati Uniti chiedono calma in una situazione difficile. Al-Maliki, sciita, è premier dell’Iraq dal 2006, ma la sua politica è stata spesso criticata anche dal Parlamento. Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq nel 2011 ha fortemente favorito l’etnia a cui appartiene e che rappresenta la maggioranza del Paese, creando però un forte malcontento nella numerosa minoranza sunnita. Molti sunniti sono così andati a rafforzare l’avanzata jihadista dell’Isis, che sta ora mietendo vittime su vittime. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha chiesto ad al-Maliki di non ricorrere alla forza o alla violenza, perché il momento è molto delicato e il cammino democratico del Paese necessita oggi di pace e non di guerra. Certo è che la debolezza politica non fa altro che rafforzare la posizione dei terroristi dell’Isis, che nella mattina dell’11 agosto hanno conquistato la città di Jalawla, centro a soli 115 km a nord-est di Baghdad, e diversi villaggi vicini, dopo giorni di durissimi scontri. Fonti locali parlano di dieci morti tra i curdi e oltre 80 feriti. Non si blocca nemmeno il massacro delle minoranze: le ultime voci parlano di circa 100 mila cristiani fuggiti a causa delle violenze, mentre domenica 10 agosto si è diffusa la notizia dell’uccisione di oltre 500 Yazidi nella cittadina di Sinjar, nel nord dell’Iraq. Molti sarebbero stati sepolti vivi. Davanti a questi fatti anche la Lega Araba ha fortemente condannato le violenze compiute dall’Isis, parlando di “crimini contro l’umanità”.

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