L'avanzata dei lealisti

I 10 giorni di battaglia a Tikrit

I 10 giorni di battaglia a Tikrit
12 Marzo 2015 ore 11:30

Le truppe irachene, aiutate dalle milizie iraniane sono entrate a Tikrit, facendo scappare i miliziani dell’Isis che si erano impossessati della città lo scorso mese di giugno. Da una decina di giorni era in corso una cruenta battaglia per la riconquista della città. Sostenute dalle milizie sciite della Mobilitazione Popolare e da formazioni armate delle tribù sunnite, le truppe regolari hanno ripreso il controllo dei quartieri di Al Hayakel, Al Daiyoum, Al Asry e Al Sinai. Secondo il Consiglio Tribale della provincia di Salahuddine, ormai il 90 per cento della città natale di Saddam Hussein sarebbe stata liberata dalla presenza dell’Isis, anche se resterebbero delle sacche di resistenza nella città, soprattutto a nord. È stata condotta un’operazione ad ampio raggio d’azione, con esercito, carri armati, aviazione, che dopo dieci giorni di assedio in alcuni quartieri a nord e a sud del centro città hanno sferrato l’attacco decisivo, riconquistando i due aeroporti posti a est e a sud di Tikrit, la base militare Speicher e l’Università. Sul tetto dell’ospedale principale della città è stata issata la bandiera irachena. L’esercito ha assunto il controllo di una serie di edifici governativi (tra cui la sede del consiglio provinciale e quella del governatore) e circondato il palazzo presidenziale.

 

 

La battaglia decisiva e la resistenza jihadista. Fonti tribali della provincia di Salahuddine hanno riferito che le forze governative sono riuscite a raggiungere il centro della città dopo «violenti scontri» con i miliziani dell’Isis, durante i quali «decine di jihadisti sono rimasti uccisi».Una riconquista che non è stata dunque facile, dato che gli jihadisti nei giorni scorsi erano riusciti a rallentare l’avanzata dei governativi facendo esplodere ponti, detonare esplosivi lungo le strade e ricorrendo ai cecchini. In particolare sono stati utilizzati gli IED (Improvised Explosive Device), ordigni realizzati in maniera artigianale tramite l’impiego di esplosivi recuperati da parti di proiettili e mine ed esplosivi artigianali fatti in casa. Solitamente gli IED contengono tra i 10 e i 20 chili di esplosivo e vengono impiegati per minare le strade, specialmente quelle in terra battuta. Si tratta dello stesso tipo di ordigno che in Afghanistan è stato utilizzato contro le Forze della Coalizione e contro le Forze di Sicurezza afgane, colpendo indistintamente anche la popolazione locale nella sua quotidianità.

 

 

Sullo sfondo antiche tensioni settarie potrebbero riemergere. La presa di Tikrit, celebrata con l’ingresso in città dei veicoli militari iracheni, è stata annunciata dallo sventolio di bandiere sciite. Ma Tikrit, 150mila abitanti la cui maggioranza è composta da sunniti ostili al governo di Baghdad, guidato dal primo ministro sciita Haidar Al Abadi, è da sempre una roccaforte sunnita. Ricordiamo che diede i natali a Saddam Hussein. Il fatto che le milizie sciite, controllate e coordinate dal generale Qasem Soleimani, comandante delle Quds Force, forze speciali della Guardia Rivoluzionaria iraniana, siano state determinanti per la sconfitta dei miliziani dell’Isis, fa nascere il timore che esplodano forti settarismi interni. Uno scenario temuto anche dal Generale italiano Carlo Jean, esperto di strategia militare e geopolitica, che all’Huffington post avverte del «rischio di una possibile vendetta da parte dei miliziani sciiti, che potrebbero lasciarsi andare a ritorsioni sulla già vessata popolazione sunnita di Tikrit». La città, inoltre, nel 2014 è stata teatro del massacro di mille sciiti. Un valido motivo per temere la sete di vendetta delle milizie che l’hanno liberata dall’Isis. Se questo avvenisse, del resto già in passato gli sciiti si sono resi protagonisti di rapimenti, omicidi e saccheggi in occasione di altre operazioni militari per scacciare l’Isis sunnita, le milizie sunnite rafforzerebbero il loro sostegno allo Stato Islamico.

 

 

Le divisioni interne all’Isis. Che l’Isis possa uscirne rafforzato, però, è un’ipotesi esclusa dalla direttrice del Carnegie Middle East Center di Beirut, Lina Khatib. Al Washingotn Post afferma che l’Isis al suo interno è attraversato da numerose divisioni, che ne minano la solidità. Oltre a non trovare alleati nelle tribù locali, a pesare sulla tenuta del gruppo jihadista sarebbero soprattutto le divisioni interne tra combattenti stranieri e miliziani locali. Tra queste due grandi anime ci sarebbero ampi contrasti dovuti alla differenza di trattamento economico che il sedicente califfo Al Baghdadi riserva loro. Ai vertici militari dello Stato Islamico ci sono molti stranieri. Sono loro a essere pagati di più e ad avere condizioni di vita migliori, mentre i combattenti locali rischiano la vita nelle aree più esposte per pochi soldi. Nonostante questo sono molti i foreign fighters delusi dalle promesse jihadiste. Molti di loro vogliono tornare a casa, ma il califfato glielo impedisce e nelle ultime settimane lo Stato islamico avrebbe cominciato a eseguire le prime condanne a morte contro i suoi stessi appartenenti.

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