Nascita e obbiettivi del Califfato

L’Isis, spiegato da quelli del Post

L’Isis, spiegato da quelli del Post
26 Novembre 2015 ore 10:05

I recenti fatti di Parigi hanno calamitato l’attenzione dell’Occidente, se non lo era già abbastanza, sulle minacce dello Stato Islamico e sulla situazione in Medio Oriente. Lo scenario tuttavia non è affatto semplice, per questo i giornalisti del Post hanno pensato di organizzare una serata di carattere divulgativo per fare il punto della situazione. Il titolo dell’incontro è significativo: L’Isis spiegato bene. La risposta del pubblico è stata forte: solo su Facebook, gli iscritti all’evento erano più mille, tanto che la redazione del giornale online ha deciso di raddoppiare, replicando la serata di mercoledì 25 anche per il giorno successivo. Così ieri sera, davanti a gente stipata ovunque, hanno parlato tre giornalisti della testata web diretta da Luca Sofri: c’era Elena Zacchetti, esperta in materia, Francesco Costa che ha fatto da moderatore e Arianna Cavallo, che si è occupata della selezione fotografica.

 

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I diversi fronti bellici in Siria. Lo spunto di cronaca più fresco e l’abbattimento del jet russo dal fuoco turco, episodio per il quale Elena Zacchetti ha sottolineato come il velivolo stesse attraversando i territori dei ribelli siriani. Una forza variegata che da anni è in lotta contro Assad, stesso obbiettivo della Turchia, che vuole pure sconfiggere i curdi. Dall’altra parte, invece, la Russia vuole al contrario mantenere al potere il presidente: mira principale di Mosca non è quindi l’Isis in quanto tale, ma solo in quanto possibile minaccia per Damasco.

Come nasce e si sviluppa l’Isis. La Primavera Araba ha avuto esiti differenti nei vari Paesi: in Siria ha condotto alla guerra civile, che ha favorito la nascita dello Stato Islamico. Se ne parla soprattutto dall’estate 2014, quando le armate del Califfo hanno conquistato vasti territori e ucciso giornalisti. Ma l’Isis, in realtà, nacque molto prima, tra il 1999 e il 2000. Fu fondato da Al Zarqawi, che in seguito incontrò i vertici di Al Qaeda e ottenne l’autorizzazione a creare un gruppo jihadista in Iraq. Nel 2003 gli USA invasero l’Iraq: Al Zarqawi sfruttò l’occasione per fare attentati contro gli occidentali e per attaccare gli sciiti, messi al governo dagli americani, trovando l’appoggio dei sunniti iracheni. Nel 2013 l’Isis cominciò a combattere in Siria; la guerra andava avanti dal 2011 e rappresentava una possibilità di espansione. Si creò così una rivalità con Al Qaeda, e col suo fronte di Al Nustra. Proprio nel 2013, il leader Al Baghdadi diede vita all’Isis con questo nome, sviluppando una competizione con l’altro gruppo jihadista. Si arrivò così nell’estate del 2014, quando l’Isis conquistò vasti territori in Siria e Iraq; nello stato siriano avrebbe sfruttato un tacito accordo con Assad contro i ribelli. In Iraq invece, sviluppò accordi coi capi locali sunniti della zona ovest.

 

Bandiera Isis

 

L’obbiettivo finale. Prima dei fatti di Parigi si pensava che l’obbiettivo principale fosse la costruzione di uno Stato Islamico, ma ora questa tesi è quanto meno dubbia. Bisogna vedere l’Isis sia come entità statale, sia come organizzazione terroristica. Da una parte intende consolidare il suo territorio, ma dall’altra porta avanti il terrorismo di ritorsione. Lo Stato Islamico che intendono sviluppare non è uno qualsiasi. Si mira ad una “purificazione” del mondo musulmano, infatti vengono uccisi anche islamici: da questo punto di vista Al Qaeda è meno radicale. L’Isis vuole consolidare una grande regione dominata dalla violenza e far collassare i territori circostanti, al fine di sottometterli, sfruttando il clima di tensione costante e divisione anche nel mondo musulmano. Già lo fanno, sfruttando i contrasti tra sciiti e sunniti.

Perché Parigi. Quanto agli attentati a Parigi, la capitale francese è vista come un grande emblema della perdizione occidentale, dove, nel suo tessuto sociale marginale, l’Isis ha potuto raccogliere numerose adesioni di foreign fighters. La nazione più proficua in questo senso è il Belgio, ma anche la Francia ha molti affiliati. Le stragi nella città transalpina sono stati un grande successo a livello di immagine, anche rispetto alla rivale Al Qaeda. È stata colpita in modo violento l’opinione pubblica occidentale.

 

France Paris Attacks

 

Come si finanziano. Tenere in piedi uno Stato richiede risorse, ma è bene fare chiarezza su come giri l’economia dello Stato Islamico. Le voci su finanziamenti americani non hanno riscontri, mentre non ci sono aiuti diretti, ovviamente, da parte dei governi dei Paesi del Golfo: da qui però arrivano grossi finanziatori privati. liberi di agire senza alcun controllo. Questi Paesi fanno parte della coalizione internazionale contro l’isis, ma il loro vero nemico è Assad. Al suo interno, poi, lo Stato Islamico ha vari sistemi per auto-finanziarsi: vende petrolio greggio a commercianti interni (per 1,5 milioni di euro al giorno), ha un sistema di tasse ed estorsione, fa pagare riscatti per sequestri anche interni allo Stato e ha pure depredato le banche irachene per un ammontare di 500 milioni di dollari.

L’atteggiamento dell’Occidente. Interessante è poi leggere come si è comportato, in questi mesi, il mondo occidentale. Da dove nulla si è mosso, per lungo tempo, di fronte alle tragedie in Siria. L’interesse ha iniziato a destarsi, per certi aspetti, soprattutto dopo le decapitazioni dei giornalisti. Ma la sola mossa sul territorio sono stati i bombardamenti condotti dalla coalizione internazionale, guidata dagli Usa. Per ora ci si è limitati a questo, appoggiandosi poi ai gruppi locali: come è successo, ad esempio, a Kobane, città riconquistata dai curdi, ma purtroppo periferica nel quadro complessivo. Una cosa simile è stata fatta in Iraq, sfruttando il sostegno delle milizie sciite irachene per riprendere Tikrit. Tuttavia, è impensabile che i curdi sostengano la coalizione anche per territori che non li riguardano, così come appaiono assai deboli le milizie sciite irachene.

 

Mideast Syria New Reality

 

Inviare soldati. Resta così la strada dell’invio di contigenti militari, “Boots on the ground” si dice in gergo. In più, gli Stati Uniti s’avvicinano alle elezioni, e la campagna elettorale è già iniziata. Alcuni candidati repubblicani hanno espresso il loro favore per un intervento via terra, sostenendo che con 50mila uomini la sconfitta dei terroristi sarebbe certa. Ma Obama su questo è stato chiaro: non invierà soldati, perché il problema è sempre pensare a cosa potrà succedere dopo la fine delle missioni, come è successo per esempio in Iraq e Afghanistan. Obama non intende muoversi in questa direzione, che rischierebbe di favorire troppo Assad.

Attentati in Italia. Inevitabile così parlare di quale minaccia costituisca lo jihadismo per l’Europa e, più nello specifico, per l’Italia. Negli anni Novanta, Milano era il punto di riferimento di Al Qaeda nel Vecchio Continente. Ma dopo l’11 settembre sembra che le cose siano andate cambiando, mostrando l’efficienza del sistema anti-terrorismo del nostro Paese. Oggi, però, la logistica del terrore è cambiata, più legata a singoli individui in contatto con le organizzazioni: come ad esempio Giuliano Delnevo, il giovane italiano convertito all’Islam e morto in Siria qualche mese fa. Ma finora tutte le minacce sono state sventate. In più c’è una differenza importante tra gli stranieri del nostro Paese e quelli di Francia o Belgio: in Italia si tratta quasi sempre di immigrati di prima generazione, che si sentono ancora un po’ ospiti e sono quindi più tolleranti verso le difficoltà e l’emarginazione. Il contrario di quanto avviene in nord Europa, dove gli immigrati di seconda o terza generazione diventano sempre meno pazienti ed è più facile che si radicalizzino.

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