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Tom Kington, 4 giugno 2014

Ecco come ci vedono (male) gli inglesi del Guardian

Ecco come ci vedono (male) gli inglesi del Guardian
Cronaca 11 Giugno 2014 ore 10:15

Renzi ha fatto poco o niente per i giovani, la vecchia società italiana da rottamare è stabile al suo posto, non fosse che il lavoro non c’è, per nessuno. In una nazione dove i figli stanno, per tradizione, a casa coi genitori. O, per disperazione, scappano all’estero. E dove le lauree non valgono niente, mentre le aziende chiudono, anche a Bergamo. Ecco come ci vede l’inglese Tom Kington, giornalista del Guardian, che da qualche anno abita a Roma e, per il Bel Paese, ha solo una buona notizia: sembra che, grazie alla crisi, il tanto biasimato malcostume della raccomandazione stia per finire.

 

L’Italia è ancora un Paese per vecchi
[Di Tom Kington, dal Guardian del 4 Giugno 2014]

Le nuove figure del mondo del lavoro mostrano come sia piccolo il progresso fatto da Matteo Renzi per accantonare il potere dei vecchi e aiutare i giovani italiani.

A Febbraio, quando Matteo Renzi, all’età di 39 anni, è diventato il più giovane Primo Ministro della storia d’Italia, ha promesso di rottamare il calcificato potere dei vecchi della nazione, per fare spazio ai giovani disoccupati italiani.
Quattro mesi dopo, nonostante una radicale riorganizzazione del mercato del lavoro, sembra dover ripartire da capo: i dati rilasciati martedì segnalano un livello di disoccupazione giovanile italiana al 46%, che arriva fino al 60% nel sud del Paese. Il livello nazionale di disoccupazione è del 13.6%, esattamente il doppio del 6.8% del Regno Unito.

Guglielmo Locatelli at Locatelli dairy, Lombardy, Italy

Guglielmo Locatelli nel suo caseificio in Lombardia.
I giovani italiani forse rimpiangono di non poter tornare indietro per dedicarsi al lavoro dei loro genitori,
anziché studiare per lauree che sono inutili in un mondo del lavoro sempre più restrittivo.

I nove giovani italiani su dieci che sono così fortunati da trovare lavoro si vedono offerti contratti a tempo determinato. I mutui sono difficili da ottenere e molti (il 38% dei ragazzi tra i 25 e i 29 anni) vivono a casa, mentre gli adulti e i vecchi, se lavorano, si aggrappano al loro lavoro per vivere, e alle loro pensioni.
Il risultato finale è che l’Italia è ancora, davvero, una nazione per vecchi.
Te ne fai un’idea guardando la TV italiana, dove cantautori degli anni ’60 hanno la priorità negli show in prima serata, e sono lodati da presentatori permanentemente abbronzati, che fanno le loro riprese ravvicinate con morbide messe a fuoco. L’equivalente si avrebbe se Michael Parkinson e Cliff Richard continuassero ad avere influenza sulla BBC.

Ciò che è cambiato in Italia è che adesso la vecchia generazione è meno capace di condurre i suoi figli verso il lavoro attraverso contatti, reti informali e sistemi di scambio di favori. Il resistentissimo metodo italiano della raccomandazione si sta indebolendo, dopo che l’estenuante crisi economica dello scorso anno ha portato alla chiusura 372.000 aziende e oggi non mostra nessun segno di miglioramento.

Italian cafe in Brixton

Un caffè italiano a Brixton, Londra. I giovani italiani stanno emigrando sempre di più.

«Stiamo raschiando il fondo. Non raccontiamoci favolette», dice Giorgio Squinzi, presidente del gruppo degli industriali Confindustria, di fronte all’idea di nuove figure lavorative emergenti.
I genitori italiani, che per tradizione facevano qualsiasi cosa pur di tenere a vivere i loro figli vicini anche dopo che avevano lasciato casa, ora sono ossessionati dal fatto che i figli debbano imparare l’Inglese, in modo da poter emigrare appena possibile.
Dati i 100.000 Italiani che si stima lasceranno la loro nazione quest’anno, un numero sempre maggiore di bar londinesi vanterà un giovane laureato italiano dietro il banco. Così come Londra aspira ad essere più italiana, migliaia di Italiani non vedono l’ora di essere londinesi.

Ritornando a luoghi come Bergamo, per tradizione casa di legioni di piccole e industriose aziende manifatturiere, ai bambini una volta veniva detto: «Se va male all’università, puoi sempre trovare lavoro in fabbrica». Ma da quando tante ditte hanno chiuso i battenti in tutta la regione, anche quest’opzione è meno plausibile.

Abandoned factory in Bergamo Italy

Fabbrica abbandonata a Bergamo – Ritornando a luoghi come Bergamo, per tradizione
casa di legioni di piccole e industriose aziende manifatturiere, ai bambini una volta veniva detto:
«Se va male all’università, puoi sempre trovare lavoro in fabbrica».

E, dal momento che sono a casa senza lavoro, gli Italiani poco più che ventenni sono inevitabilmente tagliati fuori dall’avere bambini, e questo abbassa il livello di natalità della nazione al minimo storico di 1.29 per il 2013: solo 500.000 nuovi nati.
L’idea tradizionale italiana che i figli fossero un investimento che portava ritorno garantito (o, almeno, più lavoratori per l’azienda di famiglia) era data semplicemente dal fatto che la prole fosse forza lavoro gratuita.

Quando se ne stanno seduti nella casa di mamma e papà, i giovani italiani forse rimpiangono di non poter tornare indietro per dedicarsi al lavoro dei loro genitori, anziché studiare per lauree che sono inutili in un mondo del lavoro sempre più restrittivo.
Non possono, comunque, essere ritenuti responsabili per l’eccessiva quantità di tempo che serve per ottenere una laurea nel disorganizzato e scarso sistema universitario italiano, dove gli accademici più vecchi sembra prestino più attenzione nel collocare i loro famigliari in ruoli importanti piuttosto che nel seguire i loro studenti.
Il risultato è che i laureati in Filosofia, all’alba dei trent’anni, brindano al successo quando riescono ad approdare a un contratto da 1000 euro, della durata di un mese, in un call center dove vengono messi a vendere contratti di compagnie telefoniche ai pensionati italiani. A cui è andata molto meglio.

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