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Italia azzurra anno zero Il “modello Belgio” per ripartire

Italia azzurra anno zero Il “modello Belgio” per ripartire
27 Giugno 2014 ore 08:38

Il flop del Mondiale brasiliano è l’anno zero del calcio italiano, che mai come in queste due ultime coppe del Mondo ha dovuto fare i conti con i limiti del complesso calcistico del nostro Paese. Dietro gli scivoloni contro Costa Rica e Uruguay c’è la necessità di ripartire con un sistema valido e producente, che sappia guardare ai giovani e azzerare tutti i difetti di un pallone sempre più vecchio e impresentabile a livello internazionale (ne sono una prova le delusioni che anche i nostri club hanno racimolato negli ultimi anni nelle Coppe Europee).

Ma ricostruire non è impossibile, c’è chi l’ha fatto e in rapido tempo ne ha ricevuti i frutti, sotto i nostri occhi proprio in questo Mondiale. È il Belgio di Marc Wilmots, una rappresentativa che torna a giocare una grande competizione per Nazionali dopo 12 anni ed un Europeo casalingo assai deludente. Forte di un’infornata di talenti straordinari (Hazard, Fellaini, Kompany, Courtois, Mertens, Januzaj) è balzata in una manciata di anni dal 71esimo posto del ranking Uefa fino al quinto, nel 2013. A dirla tutta, in Brasile per ora non hanno brillato del tutto: tuttavia, per quanto siano apparsi un po’ impacciati, hanno vinto tutte le gare del loro girone, e ora guardano con ambizione agli Ottavi di finale contro gli Usa.

Ma come è stato possibile trovare così tanti talenti in un fazzoletto di terra grande come Piemonte e Liguria e che conta un numero di abitanti poco superiore alla Lombardia? La risposta sta nella profonda pianificazione che la federazione calcistica belga ha messo in pratica negli ultimi 15 anni. A dettare la linea Michel Sablon, ex direttore tecnico della Nazionale, che ha studiato seriamente le strutture dei settori giovanili di altre nazioni calcistiche felici, Germania e Olanda in testa. Sablon ha iniziato a girare tra le primavere e i vivai delle squadre, incontrare allenatori e filmare più di 1500 partite, e ha capito dove stavano gli errori.

Anzitutto, ha visto che i tecnici mandavano in campo i loro ragazzi unicamente per vincere, e se questo è fondamentale per una squadra maggiore non lo è per un settore giovanile, che oltre alla vittoria dovrebbe invece puntare allo sviluppo dei suoi atleti. Così ha imposto che tanti campionati giovanili, soprattutto quelli per bambini sotto i 13 anni, non prevedessero alcuna classifica, ma solo partite. In secondo luogo, ha obbligato i club a non far retrocedere i propri giovani da una categoria all’altra: un giocatore poteva passare, ad esempio, dall’under 15 all’under 17, ma non il contrario. Se si trova a giocare contro avversari più anziani di lui, può capitare che un ragazzo tentenni e si spaventi: la nuova regola impediva ad un allenatore di bocciare subito un giovane di fronte a tali fatiche, ma piuttosto lo incentivava a stargli vicino e aiutarlo.

Sablon ha poi pensato di costruire otto centri di allenamento nazionali, gestiti centralmente da Bruxelles: i ragazzi migliori venivano convocati per sessioni di training settimanali, apprendevano metodi di allenamento nuovi e poi li insegnavano ai compagni una volta tornati a casa. E in più, in questi centri si formava già uno zoccolo duro di campioni: ragazzi come Mertens, Dembelé, Mignolet e Witsel si conoscono e giocano assieme da quando erano adolescenti. E infine, ultima regola, Sablon ha convinto tanti allenatori delle giovanili ad abbandonare i vecchi moduli per passare ad un più fluidificante e moderno 4-3-3, lo stesso che adotta la Nazionale. Ciò ha fatto sì che ora Wilmots si trovi giocatori già predisposti a giocare in determinate posizioni: i club li allenano alla perfezione in un ruolo specifico, a lui spetta solo raccoglierli e metterli in campo.

 

 

Così sono nati i vari Hazard e Fellaini, Kompany e Vertonghen, Mertens e Dembelé, Mirallas e De Bruyne. Una generazione di fenomeni, che però sta già trovando un seguito altrettanto valido, se non addirittura meglio: al Mondiale hanno esordito Januzaj e Origi, entrambi ’95, mentre sono rimasti in Belgio perché troppo giovani altre future stelle come il fratello di Hazard, Youri Tielemans e Zakaria Bakkali. Nomi che non sono mancati a Wilmots: forse la tanta aspettativa generata sta mettendo sotto pressione psicologica la squadra, in queste prime tre partite di Mondiale dannatamente concreta ma poco divertente. Intanto però agli ottavi sono arrivati, e la rinascita del Belgio è avvenuta. Un modello fortunato e felice, che forse ha qualcosa da dire anche al calcio italiano.

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