E crescono i contenziosi

Lo sfogo di un medico bergamasco «La burocrazia vale più del malato»

Lo sfogo di un medico bergamasco «La burocrazia vale più del malato»
21 Marzo 2017 ore 08:30

«La vede questa cartella clinica? È un festival di ripetizioni, di moduli, di avvisi. Carta e inchiostro che al medico costano un sacco di tempo e portano alla frustrazione perché ti rubano minuti e ore preziose che dovresti usare per curare i malati, per fare il medico sul serio e non l’impiegato amministrativo. Ma da vent’anni in qua le incombenze burocratiche si sono moltiplicate e noi medici facciamo anche gli amministrativi. Ovvio che l’anamnesi la faccia il medico, ma forse i documenti da fornire al datore di lavoro dopo la dimissione del paziente potrebbe prepararli qualcun altro. Forse in questo modo si pensa di risparmiare, perché si assumono meno impiegati. Ma è un calcolo miope, perché così si paga un medico per fare l’impiegato. Alla fine, il risultato non è un risparmio, è un disservizio».

Il male della burocratizzazione. Roberto Orlandi è medico traumatologo, ortopedico. Ha lavorato per tanti anni agli Ospedali Riuniti di Bergamo, allievo prima e aiutante poi del mitico professor Danilo Tagliabue. Negli ultimi anni lavora in una clinica di Bergamo. Dice: «Il discorso non cambia in maniera sostanziale, la tendenza a riempirci di carte e di moduli, la “burocratizzazione” è trasversale, riguarda tutti. Naturalmente c’è un’altra ragione dietro a tutta questa carta, tutti questi moduli: in questo modo si tende a scaricare ogni responsabilità sui medici. Non solo: questo mare di spazi da compilare è tale che qualche volta ti dimentichi una voce, o non la affronti nel giusto modo. Allora, in caso di inconvenienti, apriti cielo: un difetto formale diventa un problema sostanziale. Succede che l’ente pubblico blocca i rimborsi per l’intervento o la cura. A questo punto diventa una questione economica».

 

 

Un clima da caccia alle streghe. Roberto Orlandi analizza con chiarezza le storture basilari della sanità, vista dal suo interno. Il secondo punto dolente è quello del contenzioso con i pazienti, altra voce in crescita continua. Dice Orlandi: «Nei giorni scorsi il Parlamento ha approvato una legge a nostra tutela. Ma bisogna considerare che il medico è generalmente una persona coscienziosa. Poi ci sono le eccezioni, i palancai, gli imbroglioni anche nella nostra categoria. Ma la massima parte di noi lavora con coscienza e passione. Quando qualcosa va storto in un intervento chirurgico, o in una cura, il medico sta male. Ci angosciamo, ci perdiamo il sonno. Davvero. Il medico deve già vedersela con la sua coscienza.

Ma sempre più spesso anche con i giudici. Negli ultimi vent’anni le cause riguardanti interventi non ben riusciti si sono moltiplicate. Io sono fortunato, ma conosco colleghi che hanno diverse cause da affrontare; essere inquisiti è terribile per un medico onesto. Quelli che se ne fregano sono i mascalzoni – pochi, ripeto – che in questa situazione se la cavano egregiamente. Per fronteggiare il montare dei ricorsi giudiziari, noi medici stipuliamo delle assicurazioni. Io lo scorso anno ho pagato mille e quattrocento euro. Quest’anno il premio assicurativo – anche se non ho avuto nessuna causa legale – è salito a cinquemila e quattrocento. Questo perché il fenomeno dei contenziosi sta crescendo in modo enorme.

 

 

Ci sono chirurghi che smettono di operare perché lo stress è eccessivo, preferiscono limitarsi all’attività di ambulatorio. Io penso ci sia un’esagerazione, un eccesso di sospetto, litigiosità, recriminazione. Quando succede un paziente non si risveglia dall’anestesia te lo trovi in prima pagina, dimenticando che lo stesso giorno altri novemila e 999 pazienti si sono risvegliati perfettamente. Capita che un medico possa sbagliare, ma se il protocollo è ben elaborato è quasi impossibile. Per esempio, qui da noi per ben cinque volte è previsto che venga indicato il punto da operare, per esempio il ginocchio sinistro. Allora può anche succedere che un medico sbagli e anziché scrivere sinistro scriva destro. Ma se i controlli sono ben cinque…».

Le prescrizioni precauzionali, per evitare contenziosi. Spiega Orlandi che questo clima da caccia alle streghe costringe a una medicina difensiva che si ritorce pesantemente contro il cittadino. E dice: «In questa situazione in cui il medico si sente facilmente attaccabile, scaturiscono comportamenti dannosi per il sistema. Ad esempio, il medico è portato a prescrivere tutti gli esami, compresi quelli inutili, perché… non si sa mai. E il costo globale sale mentre l’efficacia si riduce per via dell’ingolfamento del sistema che, tra l’altro, porta alle lunghe liste d’attesa. Nove lastre radiografiche su dieci che vengono prescritte sono inutili. E spesso il medico lo sa, ma prescrive l’esame per paura di ritorsioni. Bisognerebbe ritornare a dare importanza alla visita e del dialogo fra medico e paziente». L’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ha comunicato che queste “prescrizioni precauzionali” costano al servizio sanitario circa nove-dieci miliardi di euro all’anno, ovvero 165 euro per cittadino. Non poco.

 

 

I pazienti con la soluzione (sbagliata) in tasca. «Questa situazione – analizza Orlandi – crea una mentalità, una “cultura”. Il paziente che ha il mal di schiena arriva e chiede una risonanza magnetica mentre invece servirebbe una bella visita, magari una lastra e poi un mese di ginnastica. Magari il medico lo capisce bene, ma poi non ha il coraggio di opporsi. Il fatto è che, altro elemento, oggi si è imposta una visione tecnicistica per cui sembra che le diagnosi le facciano le macchine… Ma non è certamente così».

E infine, ammette sconsolato Orlandi, c’è il problema Internet. «Fino a dieci anni fa entrava il paziente e diceva che aveva male al ginocchio. Oggi qualcuno entra con la diagnosi in tasca perché ha guardato in rete e ti dice: “Ho il legamento crociato lesionato, lei mi fa l’intervento con il semitendinoso?”. E lì parte la discussione perché in realtà la situazione è tutta da rivedere. Ma anche questo è fattore di stress».

Il continuo aggiornamento delle norme. Dallo specialista al medico di base, i problemi non cambiano in modo sostanziale. Il nemico numero uno resta la burocrazia. Dice Francesco Cappello, medico di base nella zona di Loreto: «Una volta ci bastavano un blocchetto per le prescrizioni e una penna. Adesso siamo incollati al computer per tutte le formalità, per gli aggiornamenti». Cappello assiste mille e cinquecento persone, di cui circa cinquecento sono cittadini stranieri, immigrati. Un’altra grande parte è costituita da persona anziane che abitano questa zona popolare di Bergamo.

 

 

Dice Cappello: «Noi medici riceviamo circa tre euro a paziente ogni mese, al di là del fatto che il paziente lo si veda tutti i giorni o non si faccia vivo per anni. Per me l’impegno più gravoso è il continuo aggiornamento relativo alle norme, ai cambiamenti delle regole. Esami che lo scorso anno si potevano prescrivere oggi non si può più farlo. Per esempio alcuni esami riguardanti dei marcatori tumorali dell’apparato gastroenterico, cioè stomaco e intestino o alle ovaie, tipo il “125”: le norme emesse lo scorso anno a livello nazionale e poi recepite dalla nostra azienda sanitaria limitano molto la possibilità di prescriverli. E non è facile spiegarlo ai pazienti anche perché qualche volta questi esami sono necessari, perché ci sono sospetti fondati, anche se non rientrano nei casi previsti dal ministero. È in atto una restrizione continua delle possibilità di visita e di accertamenti strumentali, nonché di specifici esami».

Il dialogo medico-paziente è fondamentale. Mille e cinquecento mutuati sono un numero normale per un medico di base. Il risultato è lo studio sempre pieno. Altro risultato: l’orario di visita si conclude alle 19, ma di frequente si sfora fino alle nove e mezza di sera. Dice Cappello: «A me questo lavoro comunque continua a piacere. L’aspetto più importante è la relazione, io le persone cerco di ascoltarle, con attenzione. Lo diceva anche Veronesi che se il medico vuole conoscere il suo paziente, e quindi curarlo meglio, deve lasciarlo parlare di sé. Ho letto che nel 70 per cento dei casi, il tempo in cui il paziente parla al medico della sua malattia è, in media, di diciotto secondi. È evidente che c’è qualcosa che non va. È come se burocrazia (cioè il tempo per compilare i diversi moduli) e tecnologia abbiano sostituito il dialogo. Ma è sbagliato. Spesso vengo chiamato per visite a domicilio da persone anziane. Qualche volta basta una chiacchierata e l’anziano sta molto meglio, i mali spariscono senza medicinali. Per loro, la malattia peggiore è la solitudine».

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