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«Vi racconto lo show del Super Bowl visto all’Hard Rock Café di Roma»

«Vi racconto lo show del Super Bowl visto all’Hard Rock Café di Roma»
Cronaca 08 Febbraio 2016 ore 10:15

Ve l’avevo detto, ghigna Marco, il nostro event manager spalancando le porte del locale. Ha l’aria di chi la sa sempre un po’ più lunga: «Ve l’avevo detto che si faceva l’alba». Ore 5.30, Roma. Gli ultimi irriducibili siamo noi. Fuori dall’Hard Rock Café il via vai non c’è più, persino la dolce vita di via Veneto sta dormendo, perché il lunedì la gente normale lavora, altro che football americano. «Sì, è mattina. D’accordo. E allora? Guardate che il Super Bowl è il Super Bowl. Cioè, è un evento incredibile, l’America si ferma, uno lo deve vedere, deve far parte della festa». L’abbiamo fatto. Prenotando un tavolo nel posto più Usa che ci sia, l’Hard Rock Café, con le sue sedie in mogano, le chitarre appese alle pareti, le cheerleader a ballare per il locale, gli hamburger serviti anche dopo l’una e le alette di pollo che, diavolo, puzzano sempre un po’ troppo di aglio. A mezzanotte, quando ci troviamo lì davanti, Marco è sicuro: «Denver contro Carolina. Ragazzi, sarà una figata».

 

[Lo spot di Heinze andato in onda durante il Super Bowl]

https://youtu.be/LOlfhBT8i9I

 

Una fetta di America. Per certi versi è vero. Il locale nel centro di Roma è stracolmo. Una piccolissima fetta di America è qui, nella via più famosa del mondo; una fetta di America minuscola, divisa tra i Broncos del Colorado e le Pantere della Carolina. Ci sediamo a un tavolino in mezzo alla folla, i maxi schermi sono ovunque, si vede bene dappertutto. Decidiamo che tiferemo Broncos. Il quarterback è Peyton Manning, ha 39 anni, e quella di stasera è la sua ultima partita in carriera. Sembra una favola poter chiudere all’apice, vincendo la cosa più importante del suo sport. L’altro eroe di serata, ci spiega Marco, è Cam Newton. Un ragazzotto di colore che ha vinto il premio come miglior giocatore della stagione, uno arrivato dal nulla, che quando esulta fa come Clark Kent prima di diventare Superman. Quando il 50esimo Super Bowl della storia – il primo della nostra carriera di fan a stelle e strisce – comincia, l’Hard Rock si trasforma in una bolgia.

 

[Lo spot di Snickers andato in onda durante il Superbowl]

https://youtu.be/WhfntLl6xx0

 

Patriottismo Usa. Lady Gaga canta l’inno americano, e niente ci sembra più commovente. Qualche americano si alza in piedi, chiude gli occhi, sente il patriottismo pompargli nelle vene. Ce l’avessimo noi, quel senso dello Stato. Non siamo gli unici italiani. Il tavolo vicino al nostro è occupato dal Piotta, Tommaso Zanello, il suo rap andava forte negli anni Novanta. Più in là c’è Enrico Silvestin, ex volto di Mtv, e ancora più in là ci sembra di vedere Max Pezzali, quello degli 883. Tutti con il naso all’insù, sugli schermi viaggiano a velocità supersonica le mischie dei giocatori di football. Denver parte forte e l’ala ovest dell’Hard Rock diventa una torcida. Manning non sembra così formidabile, è lento, macchinoso, ma, ci spiega Marco, «alla sua età e per come aveva cominciato la stagione è già un lusso vederlo qui».

Alette di pollo e birra. Sono le 2, decidiamo di ordinare qualcosa. Un classico: alette di pollo e birra, altrimenti che Super Bowl sarebbe? Ci arrivano piatti di un’abbondanza inaudita, vere porzioni americane. Intanto Denver è avanti. Il quarterback di Carolina, Newton, è in difficoltà, e si vede. La difesa avversaria lo incastra, non lo fa lanciare «e poi stanno correndo come matti, quando manda i giocatori Carolina in tilt». Sarà. A noi il cortocircuito viene in gola. Finire le alette di pollo è quasi impossibile. Intorno a noi gente si abbuffa di hamburger stracotti e patatine fritte. Ah, l’America. L’unico davvero soddisfatto è Marco. «Tra poco c’è l’half time, ragazzi, c’è il mitico intervallo. Quest’anno hanno invitato i Coldplay, Bruno Mars e Beyoncé». Beh? Wow? In effetti lo spettacolo è bellissimo anche da qui. L’Hard Rock spara la musica a tutto volume e qualcuno si mette anche a cantare.

 

https://youtu.be/LPNnSf4OQ98

 

La partita. «Caffè?», chiede Marco. Sembra troppo italiano, forse, ma alle 3.30 è l’unico modo per arrivare in fondo a questa avventura notturna. Ma ci sbagliamo. Più tardi servirà anche una Red Bull. Per ora l’espresso è adrenalina sufficiente, continuiamo a seguire il match con una certa attenzione. Carolina ha il potenziale per recuperare i punti di svantaggio, e questo rende il terzo quarto abbastanza teso. «Ci vorrebbe un bel touchdown», dice Marco. Ma la mèta non arriva e Denver, che è sempre avanti, tiene botta. Per la gioia dei tifosi del Colorado, naturalmente, che sudano, stringono i pungi, urlano. La passione per lo sport è uguale dappertutto, pensiamo. Va anche peggio nell’ultimo quarto. L’attacco di Denver ormai fa il solletico alla difesa dei Panthers, tutto il peso del match lo deve sostenere la difesa. Con sette minuti da giocare se Manning trovasse una fiammata per andare in touchdown o quantomeno per mettere almeno tre punti sul  tabellone con un calcio, per Carolina si farebbe durissima. Niente da fare. Peyton non combina nulla. Ma con 4 minuti e 50 secondi sull’orologio può succedere qualsiasi cosa.

«Americani, per una notte». «Qui si decide la partita». Strano. Perché qualcuno si alza, lascia il locale con la partita che sta entrando nel vivo. Sono italiani, loro. Noi, per questa notte, vogliamo essere americani. Così restiamo incantati quando Newton viene colpito sul braccio da un certo Von Miller mentre lancia, Cam perde il pallone che finisce a Ware, proprio a due passi dalla end zone di Carolina. A questo punto siamo perfettamente in grado di capire che il football è uno sport crudele, fatto di ribaltamenti continui, di precisione e confusione, di caos e di ordine allo stesso tempo. Ogni cosa deve essere in equilibrio con il cosmo affinché abbia un senso. Newton, inquadrato dalle telecamere, ha perso qualcosa, forse la fiducia in se stesso e infatti poco dopo Anderson, di Denver, sfonda il muro dei Panthers e sigla il primo touchdown, quello che può chiudere la partita. La curva dei Broncos esplode e noi, forse per imitazione, saltiamo in piedi ed esultiamo dal nostro tavolino.

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Fine, ore 5. Il punto segnato da Denver è l’ultimo capitolo di questa nottata. Manning realizza altri due punti con un lancio preciso e veloce. A tre minuti dalla fine Denver 24, Carolina 10: è fatta. Il vecchio quartback di Denver viene inquadrato di continuo, lui non tradisce nessuna emozione. Sembra uno degli eroi dei film di Sergio Leone, un Clint Estwood con la barba appena fatta. «Manning è come Joe Montana, un altro grande quarterback, forse il più grande di tutti. È circondato da un’aura misteriosa e affascinante, se lo merita». Anche gli occhi di Marco scintillano di ammirazione per uno che ha voluto sfidare l’età. «Chiudere la carriera così è incredibile, deve essere bellissimo». Gli ultimi minuti scorrono via veloci, la notte fugge via. Sono le 5. Le cheerleader non ci sono più, se ne sono andate. Le cameriere puliscono i tavoli portando via rimasugli di questo Super Bowl romano. Denver vince, e noi ci alziamo per andarcene. Sulla porta, mentre stiamo per uscire, l’ultima parola spetta all’eroe, Manning, inquadrato dalle telecamere: «Se mi ritiro? Ne parlerò con la mia famiglia. Le mie priorità ora sono baciare mia moglie, abbracciare i miei figli e bere una Bud». Ehi, Manning, è il tuo turno adesso. Noi andiamo a dormire.

 

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