L’Angelus dell'allora Papa

1969: l’uomo arrivò sulla Luna E Paolo VI ne rimase stupito

1969: l’uomo arrivò sulla Luna E Paolo VI ne rimase stupito
18 Luglio 2019 ore 10:51

Ah, la Luna! Quel giorno di 50 anni fa si realizzò un prodigio e insieme si spense un sogno. L’uomo era arrivato sul suo satellite, davvero e non con la fantasia, e lo aveva scoperto decisamente più arido di come lo aveva immaginato: un orizzonte molto monotono coperto da una polvere, la regolite lunare, una polvere finissima, simile a una farina, che sulla terra volerebbe al minimo alito di vento e che invece in assenza di atmosfera e gravità si mostra compatta. Per questo la celebre impronta lasciata da Buzz Aldrin e diventata il simbolo di quella conquista, è con ogni probabilità ancora lì, sul suolo lunare, intatta come 50 anni fa.

 

 

L’uomo con la fantasia aveva immaginato qualcosa di diverso, anche se aveva sempre associato la Luna e i suoi influssi ad aspetti piuttosto negativi. Dante ne riferisce nei primi canti del Paradiso, dove ci sono le anime buone, ma in posizione difettiva per non aver portato a compimento i loro voti, per colpa della Luna… Ma era ben diverso il satellite sul quale era planato Astolfo, per recuperare generosamente il senno perduto di Orlando. Se da quaggiù, scriveva Ariosto, la nostra Luna sembra «un acciar che non ha macchia alcuna», vista da vicino è tutt’altra cosa. Davanti agli occhi di Astolfo si svelano «altri fiumi, altri laghi, altre campagne sono là su, che non son qui tra noi; altri piani, altre valli, altre montagne». Poi l’attenzione dell’eroe viene catturata dall’incredibile spettacolo di tutte le follie umane che avevano trovato qui dimora. Ma non era stato solo lui a vedere una Luna così, fantastica e rigogliosa. Anche gli eroi di Jules Verne, partiti sul loro proiettile alla volta del satellite, girando nel lato nascosto, quello non illuminato dai raggi del Sole, vedono laghi e foreste. Ma poi tutto si oscura nuovamente e non hanno più occasione di sapere se avevano visto bene oppure era solo un’illusione.

 

 

Quel 19 luglio 1969 avrebbero avuto la conferma: era tutta un’illusione. Eppure, anche se desertica, anche se ossessivamente uguale a se stessa, la luna continuava ad esercitare la sua straordinaria magia. Una magia da difendere perché secondo qualcuno quella conquista era in realtà una minaccia. Lo scrisse nel 1971 il più “lunatico” degli intellettuali italiani, Guido Ceronetti, pubblicando un pamphlet un po’ folle e molto polemico, intitolato “In difesa dalla Luna”. Scriveva con una punta di sarcasamo: «solo se fossimo sicuri di poter far vivere principalmente di pietre lunari tutta la povera gente che viveva principalmente di sardine, la cui pesca è quasi finita, potremmo mandare astronavi sempre più grandi a far provvista di pietre lunari…». Ma di quel giorno sono altre voci che sono rimaste impresse nella memoria di tutti. Certamente ci sono le parole, studiatissime, di Neil Amstrong (“Un piccolo passo per l’uomo un grande passo per l’umanità”). Soprattutto ci sono quelle che non ti aspetti pronunciate da un Papa: Paolo VI. Le pronunciò all’Angelus, il 13 luglio, anticipando quindi la missione della navicella. «Ciò che stupisce di più», disse, «è vedere che non si tratta di sogni. La fantascienza diventa realtà. Se poi si considera l’organizzazione di cervelli, di attività, di strumenti, di mezzi economici, con tutti gli studi, gli esperimenti, i tentativi, che l’impresa richiede, l’ammirazione diventa riflessione; e la riflessione si curva su l’uomo, sul mondo, sulla civiltà, da cui scaturiscono novità di tale sapienza e di tale potenza. Sì, sull’uomo, specialmente: chi è questo essere capace di tanto? così piccolo, così fragile, così simile all’animale, che non cambia e non supera da sé i confini dei propri istinti naturali, e così superiore, così padrone delle cose, così vittorioso sul tempo e sullo spazio? chi siamo noi?». Grandi domande piene di stupore e anche di inquietudine, per un giorno che ha segnato la storia.

Qui il testo completo dell’Angelus.

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