Cronaca
Dal 2008 a oggi

Ma che combina la Toshiba? La brutta storia dei bilanci truccati

Ma che combina la Toshiba? La brutta storia dei bilanci truccati
Cronaca 22 Luglio 2015 ore 11:47

Toshiba è uno di quei marchi diventati simboli, almeno in Occidente, dell’ingegnosità e della professionalità tecnologica d’Oriente. Così come la Sony, la Toshiba è una multinazionale giapponese dell’elettronica, tra le prime cento al mondo per fatturato stando ai dati che, fino ad oggi, erano a disposizione degli analisti. Quel fino ad oggi è fondamentale, visto che da lunedì 20 luglio si è scoperto che, dal 2008, la società ha truccato i propri bilanci, gonfiando i conti per una cifra pari a 1,125 miliardi di euro (151 miliardi di yen). Una cifra enorme, uno smacco altrettanto grande. Per questo, il 21 luglio, Hisao Tanaka, amministratore delegato e presidente della Toshiba, ha presentato le proprie dimissioni, così come il suo predecessore (oggi vicepresidente) Norio Sasaki, il consigliere speciale Atsutoshi Nishida e altri cinque membri del Consiglio di amministrazione. L’accusa è di aver tentato di nascondere, per ben sette anni, la sistematica flessione dei proventi di alcune attività fondamentali del gruppo, tra cui quelle nei microprocessori, i personal computer e i reattori nucleari.

 

Hisao Tanaka

[Il dimissionario Hisao Tanaka]

 

Lo scoppio del bubbone. La notizia è balzata alle cronache lunedì 20 luglio, quando la commissione indipendente, composta da avvocati e commercialisti e formata su richiesta della società stessa per controllare la situazione contabile del gruppo, ha anticipato le conclusioni della propria relazione: 82 pagine in cui si dice (e si dimostra) chiaramente che la direzione della società ha gonfiato i profitti dal 2008 ad oggi, aumentandoli di circa 151 miliardi di yen e dilazionando la contabilizzazione delle perdite. La commissione, per arrivare a questa “sentenza”, ha ascoltato più di 200 persone, tra semplici dipendenti e dirigenti, e ha spulciato tra decine di migliaia di pagine contabili. In realtà, però, del caso Toshiba si era iniziato a parlare già l’aprile scorso, quando per la prima volta il gruppo aveva esplicitamente fatto riferimento a problemi contabili. I vertici, nel tentativo di placare il panico degli azionisti (il titolo aveva perso il 26 percento del suo valore in borsa e non aveva presentato il bilancio relativo al 2014, chiuso il 31 marzo 2015), aveva parlato di errori nella «registrazione di alcuni progetti, non avvenuta in tempo», ma oggi la situazione pare decisamente diversa.

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Pressioni e minacce, una «cultura aziendale». Oltre che sui numeri, la relazione della commissione indipendente d’indagine mette in luce anche i motivi che hanno portato a questa situazione. In particolare si ipotizza che Tanaka e il suo predecessore (rimasto in carica come presidente e CEO fino al 2013), Sasaki, abbiano fatto forti pressioni sui vari rami del gruppo affinché si ottenessero risultati positivi a breve termine. E quando ciò non accadeva, per i più svariati motivi, si ricorreva al “ritocco” dei conti. La relazione spiega come alcuni dirigenti, non di vertice, abbiano tentato di opporsi a questa procedura, ma siano rimasti schiacciati dalle pressioni e addirittura dalle minacce dei manager più alti nella gerarchia, pronti a tutti pur di presentare dei conti brillanti. Gli autori del rapporto parlano di una vera e propria «cultura aziendale» e di una “cospiracy”, cioè un piano segreto, condiviso da vari esponenti del top management, per truccare i bilanci dilazionando la contabilizzazione di perdite. Per farlo si ricorreva a trucchi abbastanza semplici, quali l’indicare come utili certe voci di bilancio che non lo erano e sottostimare i costi delle materie prime. Non si è quindi trattato di episodi saltuari e delimitati, ma di un piano sistemico e strutturale.

La crisi e Fukushima. I vertici di Toshiba non sarebbero stati in grado di affrontare con trasparenza, in particolare, due determinate fasi economiche che hanno colpito duramente il gruppo. La prima nel 2008, quando la crisi finanziari globale ha influito anche sugli introiti della multinazionale giapponese, che proprio da allora ha iniziato il piano di ritocco dei propri conti. Ma, stando ai numeri, l’anno in cui il rigonfiamento dei profitti è stato più spiccato (pari a quasi la metà del totale) è stato il 2012, cioè l'esercizio successivo all'incidente nucleare di Fukushima. Probabilmente ai vertici alti di Toshiba si pensò di minimizzarne l'impatto, come spiega Il Sole 24 Ore.

 

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Un problema sociale. Dopo una durissima discesa, iniziata già in aprile, ora i titoli di Toshiba in borsa si stanno lentamente stabilizzando: gli investitori sperano che con le dimissioni di 8 figure di spicco del gruppo si possa definitivamente voltare pagina. Certo è che ancora non sono arrivate sanzioni ufficiali: la commissione indipendente ha trasmesso la relazione alla Commissione giapponese di sorveglianza sugli scambi e i titoli, che condurrà ulteriori indagini e, probabilmente, segnalerà le irregolarità alla FSA, l’organizzazione del Governo responsabile della supervisione del sistema finanziario. Oltre alla Toshiba, anche la Ernst & Young Shinnihon, società di revisione che ha firmato i bilanci della multinazionale, verrà messa sotto la lente d’ingrandimento delle indagini. La Borsa di Tokyo, dal canto suo, potrà mettere sotto sorveglianza il gruppo o escluderlo dalle quotazioni. Gli azionisti, infine, potranno portare avanti una class action contro i vertici, almeno in Giappone o in quegli Stati dove è prevista dalla legge.

Con questo scandalo, però, non viene solo alla luce un problema legato alla singola società, per quanto grande, ma un problema anche sociale. Già nel 2011 si era scoperto che la società nipponica Olympus aveva truccato bilanci per 135 miliardi di yen. Si parlò, allora, di un unicum, ma oggi ci si rende conto che così non è. Il sistema economico e sociale giapponese, del resto, è improntato su una linea guida molto chiara e netta: risultati, subito. Lo dimostrano anche alcune politiche intraprese dal Governo, come quella di tagliare le sovvenzioni alle facoltà umanistiche come letteratura, storia dell’arte e filosofia poiché non preparerebbero soggetti economici pronti a offrire risultati nell’immediato. Il caso Olympus o Toshiba sono solo la punta dell’iceberg mediatica di un sistema che, forse, dovrebbe farsi un profondo esame di coscienza.

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