Ne parla anche il Financial Times

Ma è vero che Turchia e Isis fanno affari attraverso il petrolio?

Ma è vero che Turchia e Isis fanno affari attraverso il petrolio?
01 Dicembre 2015 ore 15:09

Il tanto atteso (e richiesto dalla Turchia) incontro tra il presidente Putin e il suo omologo Erdogan alla fine non c’è stato. Il leader del Cremlino, grande protagonista della prima giornata della Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici, ha preferito incontrare Obama. È la seconda volta in meno di un mese che i due si parlano in merito alle spinose questioni che attanagliano il mondo. Ciononostante, Putin non ha risparmiato le sue stoccate alla Turchia, sempre per l’abbattimento del jet militare russo accusato di aver violato per 17 secondi lo spazio aereo di Ankara: secondo Putin il velivolo è stato abbattuto «per coprire i loro traffici di petrolio con l’Isis». Erdogan rimanda tutto al mittente, replicando: «Dimostrino le accuse e mi dimetto». Il gelo tra Ankara e Mosca, quindi, continua.

L’ambiguità turca. La questione degli interessi tra Turchia e Isis, però, è un tema su cui gli analisti e gli esperti geostrategici dibattono da tempo. Perché Ankara solo recentemente si è unita alla coalizione guidata dagli Usa per combattere il sedicente Stato Islamico. Quando la coalizione è nata, si ricorderà, più volte si è dibattuto sull’ambiguo atteggiamento del Paese, restìo a concedere le proprie basi militari per le missioni. Inoltre è dalla Turchia che i foreign fighters penetrano in Siria per unirsi ai jihadisti fedeli al sedicente Califfo al Baghdadi.

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Le parole di Putin. L’agenzia russa Tass riferisce le parole di Putin a Parigi: «Abbiamo recentemente ricevuto informazioni aggiuntive che confermano che il petrolio proveniente dalle zone controllate dall’Isis viene consegnato in Turchia su scala industriale». Un argomento, il dominio sul petrolio, caro al leader del Cremlino che già al G20 affermò come l’Isis controlli la maggior parte dei giacimenti petroliferi siriani e la vendita di greggio rappresenti la sua principale fonte di finanziamento. Nell’occasione, Putin mostrò alcune immagini scattate dallo spazio e dagli aerei di colonne di autocisterne usate per il trasporto, sostenendo che la linea rappresentava di fatto un oleodotto.

L’inchiesta del Financial Times. Anche il Financial Times ha recentemente affrontato l’argomento in una sua inchiesta. È emerso che i proventi della vendita di greggio valgono allo Stato Islamico una cifra come 1,5 milioni di dollari al giorno, ed è nella provincia siriana orientale di Dayr az Zor, al confine con l’Iraq, che sono concentrati il maggior numero di pozzi controllati dagli jihadisti. Ma in quella stessa inchiesta il Financial Times sostiene che l’esportazione di petrolio verso la Turchia sarebbe notevolmente diminuita, soprattutto per il crollo del prezzo del greggio sui mercati mondiali che l’ha resa meno conveniente. Nonostante ciò, però, il traffico non sarebbe completamente cessato e avverrebbe mediante il trasporto del greggio in piccoli contenitori a dorso di mulo o di cavallo.

 

 

Gli affari del figlio di Erdogan. Durante i raid che Mosca ha cominciato a condurre in Siria si ritiene che siano stati incendiati almeno 520 camion-cisterna. Di questi, c’è chi sostiene che circa un quarto fossero di proprietà di una società di facciata finanziata dalla famiglia Erdogan. Forse si tratta di illazioni di qualche complottista, ma sta di fatto che uno dei figli di Erdogan, Bilal, è proprietario di molte compagnie di navigazione che hanno sede a Beirut e a Ceyhan, in Turchia, tutti moli da cui parte il petrolio venduto dall’Isis nel mondo. Il presidente Erdogan ha sempre sostenuto che il figlio non faccia affari illeciti, ma recentemente Gürsel Tekin, vicepresidente del Partito Popolare Repubblicano, ha dichiarato ai media turchi: «In realtà Bilal Erdogan è impelagato in attività terroristiche, ma fino a quando suo padre sarà alla presidenza, Bilal godrà dell’immunità». Tekin nel lanciare la pesantissima accusa fa riferimento a una delle compagnie di navigazione di Bilal, la BMZ ltd, le cui azioni appartengono alla famiglia e ai parenti stretti dello stesso Erdogan. Pare inoltre che l’azienda abbia abusato dei fondi pubblici e ottenuto illegalmente dei prestiti da banche turche.  

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