Cronaca
Un nuovo caso Shalabayeva?

Markov e la scelta delicata dell'Italia Stare con l'Ucraina o con la Russia

Markov e la scelta delicata dell'Italia Stare con l'Ucraina o con la Russia
Cronaca 17 Agosto 2015 ore 12:55

«L’estradizione potrebbe uccidermi». È questa la motivazione che ha spinto Igor Markov a rifiutare di lasciare l’Italia dopo che è stato convalidato il suo arresto. L’uomo, leader del partito ucraino filorusso Rodina, era stato fermato in hotel a Sanremo nei giorni scorsi su mandato dell’Interpol. Su di lui pesa l’accusa, da parte della procura di Odessa, di associazione eversiva per aver partecipato e organizzato alcuni tumulti di piazza nel 2007, durante i quali rimase ucciso un nazionalista ucraino. Markov, però, continua a rifiutare l’estradizione e si professa un perseguitato politico. Tecnicamente il reato di cui si è macchiato in Ucraina si chiama “hooliganism”, termine che generalmente indica la violenza da stadio. Un po’ poco per un mandato di arresto internazionale. Anche l'ex primo ministro dell'Ucraina, Mykola Azarov, manifestando di fronte all’ambasciata italiana a Mosca, ha dichiarato che l’uomo è stato arrestato per rappresaglia politica.

 

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Chi è Igor Markov. Igor Markov, 42enne, oltre a essere un ex deputato del parlamento ucraino e uno dei leader di Rodina, è anche l’ambasciatore dell’Ukraine National Salvation Committee, il comitato di ucraini filorussi. Nel 2012 aveva aderito al gruppo del Partito delle Regioni, fondato nel 1997 da Viktor Yanukovich, prendendo però posizioni autonome su diverse questioni. La sua elezione venne invalidata nel 2013 con l’accusa di brogli, e da lì Markov iniziò a sostenere che nei suoi confronti era in atto una persecuzione politica. L’accusa che oggi lo ha portato alla sbarra a Sanremo è la stessa lo fece arrestare a Odessa nel 2013. Uscito di prigione Markov si rifugiò in Russia, dove si unì all’Ukraine Salvation Committee, guidato proprio da Azarov, lo stesso che adesso lo difende.

La questione dei passaporti. Il leader filorusso è in possesso della doppia cittadinanza, ucraina e russa, e di un passaporto diplomatico. Quest’ultimo, però, pare sia stato annullato dopo la fine del suo incarico parlamentare, nel 2014, almeno secondo quanto fa sapere l’ambasciata ucraina, che ha sollevato anche alcuni dubbi sul documento russo: l’uomo, che non ha mai rinunciato alla cittadinanza ucraina pare abbia vissuto meno di un anno in Russia e quindi sarebbe impossibile per ricevere la nuova cittadinanza e il relativo passaporto. Markov era arrivato in Italia il 12 agosto scorso, all’aeroporto di Malpensa. Le autorità aeroportuali lo hanno riconosciuto e per questo sottoposto a molti controlli, ma non gli hanno impedito di entrare nel Paese proprio perché in possesso di un passaporto diplomatico. La polizia ha però monitorato i suoi spostamenti, anche quelli da Sanremo a Montecarlo in taxi insieme ad alcuni uomini d’affari russi. Quando è stato arrestato, in hotel al rientro da una cena nel Principato, l’uomo ha mostrato il passaporto diplomatico, invano.

 

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Un delicato caso diplomatico. Pare che Markov, stando a quanto lui stesso afferma, fosse in Italia per incontrare alcuni politici, simpatizzanti di Putin, dei quali però non ha fatto i nomi. A questo punto Kiev ha 40 giorni di tempo per fare arrivare ai giudici di Genova il dossier col quale giustificano la richiesta di estradizione. Prima che cominci il processo di estradizione vero e proprio, però, potrebbero servire mesi, e intanto il legale di Markov potrebbe chiedere un’attenuazione della misura cautelare in carcere. Sta di fatto che l’Italia si trova in un empasse diplomatico di non poco conto, perché il comportamento nei confronti di Markov dirà se il Paese si schiera diplomaticamente dalla parte ucraina o da quella russa. Perché i primi stanno facendo pressione perché Markov venga estradato, mentre i russi denunciano che in caso di estradizione l’uomo verrebbe imprigionato nelle carceri di Kiev con il concreto rischio di essere sottoposto a tortura.

Un nuovo caso Shalabayeva? Il caso, sul piano diplomatico, è molto delicato. Impossibile non fare un parallelo con il caso Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, che venne fermata da alcuni agenti della questura di Roma, insieme alla figlia di 6 anni, mentre si trovava in una villa a Casalpalocco. La accusarono di essere in possesso di passaporto falso e di essere entrata illegalmente in Italia. Dopo un anno di vicende diplomatico/giudiziarie alla donna venne riconosciuto lo status di rifugiato, insieme alla figlia. Quello della Shalabayeva fu un caso che mise in imbarazzo il governo italiano, accusato di aver compiuto una estradizione mascherata.

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