Un'altra minoranza a rischio in Iraq

Il massacro dei turcomanni

Il massacro dei turcomanni
27 Agosto 2014 ore 15:20

Un’altra minoranza irachena rischia un genocidio per mano dei miliziani dell’Isis. Sono i Turkmeni o Turcomanni di Amerli (che niente hanno a che vedere con i loro omonimi asiatici). Tra l’11 e il 12 luglio circa 700 civili appartenenti a questa minoranza sciita, tra cui bambini, donne e anziani, sono stati massacrati dai jihadisti nel villaggio di Beshir, nel nord dell’Iraq. Lo ha detto all’Ansa il rappresentante dell’Unicef in Iraq, Marzio Babille, precisando che si teme ora per la sorte di altre migliaia di turcomanni assediati dallo scorso giugno nella città di Amerli. Anche l’inviato dell’Onu a Baghdad, Nicolay Mladenov, in un comunicato si è detto «seriamente allarmato: «La situazione della gente ad Amerli è disperata e richiede un’azione immediata per prevenire possibili massacri dei suoi cittadini».

Secondo Marzio Babille è necessario un “D-Day umanitario” per i profughi in fuga e ha chiesto alla comunità internazionale di istituire una zona protetta come quelle realizzate in Bosnia, con truppe sul terreno. È anche necessario organizzare “un ponte aereo sistematico dall’Europa” per aiutare il Kurdistan iracheno, «l’unico baluardo dei diritti umani» in questo momento nel Paese, che dà ospitalità a profughi di ogni etnia e religione. I 440.000 civili che sono confluiti nella regione autonoma curda a partire da giugno davanti all’offensiva dell’Isis, si sono aggiunti ai 250.000 siriani che già vi avevano trovato rifugio dall’agosto del 2013.

«In tutto – ha sottolineato Babille -, il Kurdistan accoglie 700.000 profughi, rispetto a una popolazione residente di meno di cinque milioni. Da parte della comunità internazionale ci sono state troppe indecisioni. Se non si interviene rischiamo una disintegrazione del Medio Oriente, e anche l’Europa ne pagherà le conseguenze».

Il Medio Oriente in frantumi. Nei giorni scorsi il cancelliere tedesco Angela Merkel ha detto: «In Iraq c’è un genocidio sotto gli occhi di tutti, inviamo armi per provare a fermarlo». Merkel ha sostenuto, in uno dei canali della tv tedesca, che pur non avendo la certezza che le armi finiranno davvero nelle mani giuste, bisogna comunque provare a mandarle. Il problema, però, è che oggi nessuno sa se quelle che vengono ritenute “le mani giuste”al momento della partenza, lo saranno anche al momento del recapito.

Secondo World Directory of Minorities le principali minoranze in Iraq sono: Sciiti “dei dodici”(60-65%), Arabi Sunniti (20%, ma con variazioni significative a seconda delle fonti), Cristiani (3%), Kurdi (15-20%), Turkmeni (3%), Caldei (750.000), Assiri (225.000), Yezidi (600.000), Sabei Mandeiti (5.000 -7.000), Faili (Kurdi Sciiti), Shabak (200.000), Rifugiati palestinesi (25.000), Sarliya-Kakaiya; Baha’i. Il WDoM prosegue poi la descrizione fornendo di ogni popolo e religione i riferimenti necessari a orientarsi nel tempo. Nonostante la precisione dei compilatori non risulta un’impresa semplice.

Una visione chiara della situazione delle minoranze oggetto della violenza dell’Isis è quella del Generale Vincenzo Camporini (ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e, successivamente, della Difesa) il quale, intervenendo alla “maratona” televisiva organizzata da Monica Maggioni su Rainews24, ha spiegato che in realtà non c’era nessuna minoranza: le popolazioni sotto attacco erano in realtà le sole insediate – spesso da secoli – in un certo territorio. Erano diventate minoranze quando si era cominciato a pensare ai diversi stati unitari – l’Iraq, la Siria, il Libano – entro cui erano state ingabbiate dai progetti dei potenti di un tempo. È dunque la nozione stessa di Stato come l’hanno pensato gli Europei a dover subire una profonda rivisitazione.

Non per nulla dai deserti d’Arabia alla Nigeria dei Boko Haram qualcuno ha incominciato a sostituire alla vecchia terminologia colonialista una parola che suona molto minacciosa: non più Stato, ma califfato. L’Inghilterra e l’Irlanda hanno già fatto sapere che per venire a capo del puzzle non basterà qualche decennio.

 

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