Il massacro l'11 luglio 1995

Srebrenica, 19 anni fa

Srebrenica, 19 anni fa
09 Luglio 2014 ore 20:25

L’11 luglio si ricorda il massacro di Srebrenica. Erano gli anni della guerra della ex Jugoslavia. Nel 1995 in pochi giorni 8372 civili dai 12 ai 77 anni, tutti di religione musulmana vennero trucidati dalle truppe serbo-bosniache, guidate dal generale Ratko Mladić. Circa 30mila tra donne e bambini furono deportati in due giorni. Oggi, a 19 anni da quello che venne riconosciuto come il più grande massacro avvenuto in Europa dalla seconda guerra mondiale, 175 vittime non ancora riconosciute troveranno sepoltura nel cimitero e Memoriale di Potocari, alla periferia di Srebrenica. Sono i resti di quegli uomini e quei ragazzi, trovati in fosse comuni e identificati negli ultimi 12 mesi grazie ai test del Dna. I corpi identificati, o quel che resta di essi, seppelliti dal 2003 a oggi sono 6.066. Gli altri 2mila, per volere dei famigliari, aspettano che vengano ritrovate tutte le loro ossa per poter completare gli scheletri. Mancano all’appello ancora un centinaio di persone. Un lavoro, la loro ricerca, reso ancora più duro dal fatto che molti dei responsabili recuperarono i corpi e li spostarono in altre fosse per nascondere le prove dei reati commessi.

La vicenda. Quella del massacro di Srebrenica è una storia che inizia nel 1992, con lo scoppio della guerra nella ex Jugoslavia. La Bosnia-Erzegovina seguì la Slovenia e la Croazia sulla strada verso l’indipendenza. Tuttavia, i serbo-bosniaci avrebbero voluto rimanere allineati a Belgrado e far parte integrante di una grande Serbia “etnicamente pura”, che scatenò una serie di violenze contro i musulmani. I serbo-bosniaci di religione ortodossa avevano disertato il referendum che decretò l’indipendenza della Bosnia e il loro capo politico, Radovan Karadzic, proclamò la nascita di una diversa entità statale, la Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina. Karadzic, da Presidente, nominò Mladic comandante dell’esercito serbo-bosniaco. Secondo Mladic la guerra era il modo di vendicarsi contro cinquecento anni di dominio turco-ottomano in Serbia. Migliaia di musulmani cercarono riparo a Srebrenica, che nel 1993 divenne zona protetta dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Dapprima con un battaglione canadese, poi rimpiazzato da uno olandese. I 600 caschi blu olandesi avrebbero dovuto proteggere l’enclave, ma quando Mladic, il macellaio dei Balcani, entrò a Srebrenica, non fecero nulla.

Genocidio. La giustizia internazionale ha definito il massacro di Srebrenica un genocidio. Nel dicembre 2012 il generale Mladic, classe 1943, tuttora sotto processo, venne accusato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi tra il 1992 e il 1995 in quella guerra che ha causato centomila morti e 2.2 milioni di profughi. Finita la guerra, Mladic sparì, vivendo in clandestinità per evitare l’estradizione all’Aja. Ma in tutti quegli anni ha continuato a riscuotere la pensione militare. Fu fermato in un villaggio nel nord della Serbia, nel maggio 2011. I suoi avvocati continuano e descriverlo come un patriota, molte persone tra i serbi-bosniaci che cercano di negare l’enormità del crimine lo considerano un eroe.

Giustizia. Sono molte le ombre gettate sulle pesanti responsabilità dell’Onu nel massacro. Appena due giorni prima della strage, Mladic offrì un pranzo a base di agnello al comandante della Forza di protezione delle Nazioni unite, il generale Bernard Janvier. Le madri e le vedove di Srebrenica cercano giustizia. Al tribunale dell’Aia è da poco iniziato il processo contro i caschi blu olandesi, in forza alle Nazioni Unite, accusati di non aver impedito il massacro. Lo Stato olandese, a settembre 2013, è stato condannato solo per non aver garantito la protezione di tre bosniaci che avevano chiesto di entrare nella base Onu. Nessuna condanna per una responsabilità più ampia. Con gli accordi di Dayton, che sancirono la pace, Srebrenica venne assegnata alla Repubblica Serba di Bosnia, una convivenza forzata con quella Repubblica che coltivava il sogno di una purezza etnica.

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