Dal New York Times del 25 agosto

Per far durare un matrimonio

Per far durare un matrimonio
27 Agosto 2014 ore 15:00

Un articolo del New York Times di lunedì scorso porta all’attenzione del mondo una ricerca di due docenti dell’Università di Denver, Galena Rhoades e Scott Stanley, sul tema della qualità del matrimonio, della sua durata, di come ci si arriva.
Ne emerge che: le coppie che decidono di sposarsi funzionano meglio di quelle che si sposano, diciamo così, per noia (il riferimento a una nota canzone di De André è voluto). Un sottoinsieme di queste ultime è costituito da coppie nelle quali l’uno o l’altro tende a evitare le discussioni in occasione di eventi che richiederebbero una scelta e una conseguente strategia cui attenersi. Se, al contrario, marito e moglie, di fronte a imprevisti che minaccino i loro piani, si costituiscono in Stato Maggiore della loro vita hanno più probabilità di ottenere risultati soddisfacenti.

La ricerca, condotta inizialmente su un campione di 1250 ragazzi tra i 18 e i 35 anni non ancora sposati, fa rilevare anche che al matrimonio è meglio arrivarci con poche – al limite: con nessuna – precedente esperienza di convivenza con altre persone che non siano la moglie o il marito prescelti. Gli studiosi – ma sono americani, quindi da capire – definiscono questo risultato “controintuitivo” perché, scrivono, si penserebbe che persone abituate a vivere una relazione di coppia siano più capaci di orientarsi nella perigliosa navigazione a due senza timoniere.
Noi latini, al contrario, siamo abituati a pensare che se uno ha accumulato tante esperienze vuol dire che ne ha mandate a pallino almeno altrettante. Dunque a noi questo fatto che arrivare al matrimonio con tante tacche sulla carlinga lo renda piùfragile non ci pare affatto controintuitivo.

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I ricercatori del Colorado ci tengono comunque a farci sapere che questo quadro sintomatico è dovuto al fatto che, spesso, il ricordo di precedenti relazioni interferisce con quella in corso, in quanto i partner tendono inevitabilmente a istituire confronti. E anche questo, noi ricercatori del vecchio mondo lo sapevamo già. Una interessante biografia di Manzoni, ad esempio, ci racconta come la seconda moglie di lui – Teresa Borri-Stampa – fosse capace di tenerlo a bada per molti anni anche grazie alla innata capacità di ascoltarne ogni giorno gli interminabili racconti sulla consorte precedente, la celeberrima Enrichetta Blondel di beata memoria. E dato che siamo finiti sul classico, ricordiamo che gli antichi sapevano benissimo che l’otre del vino ricorda a lungo il sapore del primo che vi fu messo a invecchiare.
Interessante è infine, nella ricerca, la sottolineatura dell’importanza della festa nel giorno del matrimonio. Sembra che un pranzo con balli, canti e vino a volontà rientri nelle caratteristiche delle coppie di più lunga e soddisfacente carriera. Gli autori si provano ad attribuire questa evenienza al fatto che – per mettere in piedi un matrimonio costoso – ci vogliono famiglie facoltose, le quali sarebbero poi in grado di aiutare i figli quando si trovassero in cattive acque. Ma sono loro stessi a non prendere in considerazione più che tanto questa ipotesi. Quel che conta, scrivono, è che una festa importante significa molte relazioni familiari importanti che mostrano di tenere alla costituzione di una famiglia col fatto stesso di volerne celebrare la nascita con una festa dispendiosa. E su questo si può solo concordare. Un matrimonio non si fa tra due persone isolate: è l’evento in cui si fondono tra loro, con intensità variabile, due società complesse (micro-società, se volete).
Un’ultima considerazione: i dati della ricerca, le percentuali riguardanti l’una o l’altra condizione o possibilità di successo, sono tutti a favore delle coppie che decidono quando e come sposarsi, fanno una grande festa, arrivano alla data fatale senza aver corso troppo la cavallina, non hanno paura di confrontarsi quando c’èda prendere una decisione importante. Però siamo sempre su percentuali da voto italiano alle politiche: 42-45 percento contro il 30-32 percento. Non c’è, in altre parole, la certezza che facendo le cose secondo i canoni maggioritari si ottenga davvero il successo.
Per questo ci vuole un premio ulteriore: la decisione, sì, ma non quella che si prende volta per volta. La decisione previa e un tantino folle di non lasciarsi mai, qualsiasi cosa avvenga.

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