I numeri e le storie allarmanti

Medioriente, la fine della cristianità Così la descrive il New York Times

Medioriente, la fine della cristianità Così la descrive il New York Times
27 Luglio 2015 ore 06:00

Secondo uno studio del Pew, centro di ricerca Americano, nel momento storico in cui ci troviamo sta avvenendo la più massiccia persecuzione di cristiani dall’inizio della loro storia. Un’inchiesta del New York Times Magazine si domanda cosa stia succedendo al cristianesimo nel Medioriente, dove l’Isis e altri movimenti estremisti stanno «schiavizzando, uccidendo e sradicando» i cristiani che abitano in Iraq e Siria. L’inchiesta comincia da Qaraqosh, una città a meno di 20 miglia da Mosul, conquistata dallo Stato islamico lo scorso giugno. «Fino alla scorsa estate», scrive Eliza Griswold, autrice dell’articolo, «questa era una fiorente città di 50mila persone. Campi di grano e allevamenti di pollame e bovini circondavano una città piena di caffè, bar, barbieri, palestre e altri orpelli della vita moderna. Una volta conquistata Mosul, i militanti dell’Isis hanno dipinto una N rossa sulle case dei cristiani della zona, a indicare una parola che sta per Nasrane, un insulto».

L’emblematica conquista di Qaraqosh. Prima di arrivare a Qaraqosh, i militanti dell’Isis presero sotto il proprio controllo le riserve d’acqua utili a irrigare la pianura di Nineveh (in cui si trovano Mosul e Qaraqosh) e bloccarono i flussi d’acqua diretti alla città, momentaneamente difesa dai peshmerga, le forze curde. Nonostante la loro presenza, molte persone iniziarono ad andarsene, convinti che a luglio l’Isis sarebbe entrato in città, ma i militanti dello Stato islamico non arrivarono e in parecchi (la maggior parte) decisero di tornare. Ed è qui che i peshmerga decisero di andarsene, lasciando la città senza difese. Solo in 100 rimasero a Qaraqosh – i più poveri, gli anziani o gli ammalati. Il giorno dopo l’Isis conquistò la città.

 

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Nelle due settimane che seguirono, i militanti entrarono in ogni casa per scovare gli abitanti rimasti, e marcarono i muri dei negozi e delle fattorie con la scritta “Proprietà dello Stato islamico”. A Qaraqosh, come dalle altre parti, agli abitanti fu offerta la scelta: convertirsi o pagare la jizya, l’imposta che, a partire dal periodo islamico classico, ogni non-musulmano deve rendere alle autorità islamiche. Si legge su Wikipedia: «Nell’Impero ottomano la jizya fu abolita solo alla fine del XIX secolo. Di recente gruppi armati quali lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante hanno imposto la jizya nei territori catturati». Se rifiutavano una di queste due opzioni, gli abitanti di Qaraqosh venivano uccisi, stuprati o schiavizzati.

La sera del 21 agosto, alle persone rimaste a Qaraqosh, l’Isis comunicò una drammatica condizione: esilio e privazione. Gli abitanti rimasti sarebbero stati cacciati dalle loro case senza niente, ma almeno sarebbero sopravvissuti. Ognuno, prima di uscire dalla città, avrebbe dovuto essere soggetto ad un checkup al centro medico locale, organizzato dallo Stato islamico al fine di assicurarsi che nessuno sarebbe scappato con dei beni preziosi. Una volta raccolti gli abitanti in un solo punto, i militanti iniziarono a separare coloro che erano giovani e in salute dai più anziani e deboli. L’inchiesta racconta di Talal Abdul Ghani, uno degli abitanti, che prima di vedersi confiscato il telefono fece un’ultima chiamata alla sua famiglia, in cui disse: «Non penso che mi lasceranno andare». Poco dopo, fu frustato pubblicamente per il rifiuto di convertirsi all’Islam.

[Un combattente curdo siriano a Kobane]

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Storia del Cristianesimo in Medioriente. Dopo aver dipinto questa situazione drammatica a esempio di ciò che sta succedendo in diverse città di Iraq e Siria, l’inchiesta prosegue con un’analisi storica e sociologica del fenomeno. In Iraq, i cristiani arrivarono nel primo secolo. La tradizione vuole che Tommaso, l’apostolo, abbia mandato Taddeo, un ebreo convertito al Cristianesimo, a diffondere il Vangelo in Mesopotamia. Man mano che il cristianesimo crebbe si mischiò alle tradizioni più antiche già presenti sul territorio, e diverse dottrine cristiane iniziarono a diffondersi nella zona (specialmente le dottrine cattoliche, ortodosse e assire).

Nel VII secolo, l’Islam cominciò a comparire nella zona. «Il cambiamento dal Cristianesimo all’Islam è avvenuto gradualmente. Come accadde che molti culti dell’est fecero spazio al Cristianesimo, così il Cristianesimo fece spazio all’Islam», scrive Griswold. Sotto il controllo dell’Islam, i cristiani dell’est vivevano sotto protezione: dovevano pagare la jizya, ma veniva loro permesso di mangiare carne di maiale o bere alcolici – pratiche vietate agli islamici. Per 1500 anni le due religioni vissero fianco a fianco.

[Una combattente curda peshmerga]

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Il drastico calo. Cento anni fa, a partire dalla caduta dell’Impero Ottomano e dalla Prima Guerra mondiale, iniziò un periodo di grande violenza verso i cristiani della zona. Due milioni di cristiani (armeni, assiri e greci) furono uccisi in nome del nazionalismo dei Giovani Turchi. I cristiani iniziarono a sposarsi verso ovest, e a lasciare quelle terre. Altri vennero invece protetti dai dittatori presenti in Iraq e Siria. «Dal 1910 al 2010, il numero di cristiani in Medioriente – in Paesi come l’Egitto, Israele, la Palestina e la Giordania – è continuato a calare», dal 14 percento, infatti, si è passati all’odierno 4 percento. In Libano, unico Paese con un significativo numero di cristiani in tutta la regione, si è passati dal 78 percento al 34 percento. Il basso numero di nascite, un’economia instabile e una politica ostile, insieme alla paura generata da attacchi violenti, hanno contribuito a questo calo.

Dalla caduta di Saddam nel 2003, in Iraq, si è passati dalla presenza di un milione e mezzo di cristiani all’odierno mezzo milione. La Primavera Araba non ha fatto che peggiorare le cose. La caduta di dittatori come Mubarak e Gheddafi ha fatto sì che le minoranze cristiane, dapprima protette, venissero prese d’assalto dai nuovi gruppi ribelli. Quello che sta succedendo con l’Isis, drammaticamente esemplificato da quanto successo Qaraqosh, è il dramma che i cristiani presenti sul territorio devono affrontare oggi. «Anche se l’Isis venisse sconfitto», prosegue la giornalista, «il destino delle minoranze religiose in Siria ed Iraq rimane preoccupante […] Coloro che possono lasciare quelle terre lo fanno […] La situazione è così terribile che ai cristiani iracheni deve essere consentito di poter vivere e lavorare in Kurdistan». Il timore del dottor Srood Maqdasy, membro del Parlamento curdo, è quello che «entro due generazioni […] dopo i 6mila anni di vita del nostro gruppo etnico e i 1700 anni di vita del nostro essere cristiani […] tutto verrà dissolto».

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