Cronaca
Un'inchiesta de L'Espresso

Meno religione e niente Chiesa La "poca fede" dei giovani italiani

Meno religione e niente Chiesa La "poca fede" dei giovani italiani
Cronaca 14 Luglio 2015 ore 14:43

Titolo: «Meno religione a scuola e niente più Chiesa. Come cambiano i giovani italiani "di poca fede"». Sommario: «Un ragazzo su tre non crede in Dio, calano gli studenti che frequentano l'ora di religione e sempre meno famiglie scelgono per i figli un’educazione cattolica». [Lorenzo di Pietro su L’Espresso] Seguono dati, grafici e tabelle. Ne consegue che, in valore assoluto, sono più di un milione gli studenti che ogni anno scelgono di non avvalersi dell'Insegnamento della Religione Cattolica (Irc): oltre il doppio rispetto a venti anni fa. Una bella botta.


  Dato ancor più significativo quello delle scuole dell'infanzia e primarie: è passata da 2,7 a 9,2 la percentuale di iscritti che non desidera partecipare all’ora di religione. Per iscritti si intendono, ovviamente, i genitori. È vero che molti provengono da famiglie di altra religione, ma non è utile continuare a nascondersi dietro spiegazioni di questo tipo. Il fatto è che un numero sempre più consistente di genitori di tradizione cristiana non vuole che i figli - detto un po’ brutalmente - sentano quel che han da dire i preti. O i laici che li sostituiscono. E in molti casi non si può dar loro torto: togliere di testa a un adolescente l’idea che il cristianesimo sia quella melassa indigeribile di buoni comportamenti arcobaleno che hanno appreso da piccoli costa molto di più che introdurli direttamente nella lotta per la conquista del senso della vita. Al reperimento del quale l’incontro con la persona viva di Gesù può risultare molto utile. Talora addirittura decisivo.

Trasferendo questi dati dalle singole persone alle istituzioni è facile capire come mai le scuole di ispirazione cattolica diminuiscano di numero e abbiano - ciascuna - sempre meno studenti. Ogni anno ne chiudono di più e i ragazzi che le frequentano sono sempre meno. C’è una massa critica di iscritti necessaria a rendere attrattiva una scuola: ai ragazzi non piace frequentare un istituto che prometta pochi compagni e - di conseguenza - una maggiore attenzione (un maggior controllo) da parte dei docenti. Essere seguiti va bene, perseguitati non troppo.  

 

I dati sulla frequenza scolastica sono ovviamente in relazione con le convinzioni religiose della popolazione. Se è vero che un ragazzo su tre non crede in Dio, probabilmente sono ancora di più quelli che credono che Dio sia una “cosa” molto diversa da quella che dovrebbe essere presentata nell’ora di religione. E i genitori non stanno meglio: per molti di loro risultano spesso scandalose alcune caratteristiche del Dio cristiano, mentre non si fanno né in qui né in là se qualcuno li avvisa che dovrebbero sentirsi tenuti a credere qualcosa che a loro risulta del tutto facoltativa, compresi alcuni dogmi di un certo rilievo. Se papa Francesco ha dovuto ricordare qualche tempo fa che la resurrezione della carne nel Giorno del Giudizio non ha niente a che vedere con la reincarnazione è perché sa bene che la confusione fra le due prospettive è piuttosto comune fra il popolo.

Ciò significa che se Santa Romana Chiesa richiedesse di sottoporsi ogni cinque anni al rinnovo della patente di cristiani, parecchi, anche senza che gli siano stati tolti troppi punti a causa di peccati commessi, si troverebbero o a non poter più circolare o a dover ripetere la prova di lì a un mese.

Ora è vero che vivere da cristiani non comporta necessariamente la conoscenza dettagliata del catechismo: di per sé l’esercizio della carità compie interamente la legge, come disse Gesù di Nazareth a chi gli chiedeva cosa dovesse fare per essere perfetto. Ciononostante, un certo - elementare - grado di istruzione in questo campo permetterebbe almeno di distinguere fra un percorso di studi che tenga conto di alcuni basilari principi di fede e uno che invece li trascuri totalmente. Quando non vi si opponga chiaramente, secondo scienza - di solito poca - e coscienza (ancor meno).

Il guaio vero, a questo punto, consiste nel fatto che la conoscenza dottrinale non riesce più a incidere nella logica dei comportamenti quotidiani. Nemmeno in quella degli addetti ai lavori. Nel migliore dei casi l’obbedienza ad alcune tradizioni (digiuno in quaresima, ad esempio; confessione annuale; comunione alla domenica) si configura come un residuo di appartenenza alla famiglia e alle abitudini del buon tempo antico, ma senza che questo muti di una virgola l’atteggiamento nei confronti della vita. La religiosità, per questo, si esaurisce spesso nella partecipazione ad alcune pratiche lliturgiche. Si aggiunga lo stato disastroso dell’omiletica (della predicazione durante la Santa Messa) e il quadro si rivela in tutta la sua compiutezza.

 

E quindi prendiamone atto: la religiosità arcaica è ormai definitivamente tramontata, e la Chiesa se ne sta fortunatamente rendendo conto, almeno nelle sue punte più avanzate. Ma non si è ancora affermata la forma spirituale in grado di prenderne il posto. Come scriveva Marguerite Yourcenar del tempo dell’Imperatore Adriano, viviamo in un’epoca in cui il paganesimo (la religione nella sua forma tradizionale) ha perso vigore e il Dio cristiano non ha ancora manifestato la sua forza.

In questo periodo di sospensione delle credenze ci sta - come dicono i commentatori di calcio quando parlano di certi errori - che gli istituti tradizionali chiudano e che le persone - giovani e anziani, nonché di mezza e indefinibile età - vivano galleggiando come le molecole di grasso nel latte. Uno scossone, forse, potrà condurle a nuova e vigorosa vita. Ma si ha tutta l’impressione che ci voglia uno scossone bello forte.

Resta sempre aggiornato sulle notizie del tuo territorioIscriviti alla newsletter