Con lei il marito e i due figli di pochi mesi

Meriam è libera e in luogo sicuro

Meriam è libera e in luogo sicuro
24 Giugno 2014 ore 18:40

Meriam Yahia Ibrahim Ishag è tornata libera ed è stata trasferita dall’aeroporto di Khartoum in un luogo sicuro, in attesa che possa ricevere i documenti di viaggio. Lo ha riferito Antonella Napoli, presidente dell’associazione Italians for Darfur. «I nostri referenti di “Sudan change now” ci hanno confermato che le autorità sudanesi hanno rilasciato Meriam», ha spiegato Antonella Napoli. La donna cristiana, di 27 anni, era stata scarcerata lunedì dopo essere stata condannata a morte per apostasia e nuovamente fermata e trattenuta all’aeroporto di Khartoum mentre tentava di lasciare il Paese con il marito Daniel Wani e i due figli. Sulla vicenda sono intervenute rappresentanze diplomatiche di diversi Paesi, tra cui quella italiana che si è mobilitata subito dopo il fermo per accertare cosa fosse avvenuto e per velocizzare il suo rilascio».

«Meriam è libera e sta tornando a casa», aveva detto nella mattinata di lunedì 23 giugno l’avvocato della donna, Elshareef Ali. Ma il giorno dopo Meriam era stata di nuovo fermata con il marito Daniel e lo stesso avvocato all’aeroporto di Khartoum dai servizi segreti sudanesi. La Bbc ha riferito che circa 40 agenti sudanesi sono stati impegnati nell’arresto. Stando a quanto riferito da diverse fonti alla Bbc, con la donna c’erano anche i due figli piccoli.

La donna sarebbe stata trattenuta all’aeroporto di Khartoum perché in possesso di un documento falso nel quale si attestava la sua cittadinanza del Sud Sudan, Paese originario del marito Daniel Wani. La donna partirà per gli Stati Uniti solo quando avrà i documenti in regola per l’espatrio. Diversa, invece, la condizione del marito, che ha anche cittadinanza americana, e dei due figli della coppia, Martin di 20 mesi e Maya nata lo scorso 27 maggio in carcere. I tre sono infatti liberi di lasciare il Paese in qualsiasi momento. Ma il marito ha scelto di rimanere.

Meriam, laureata in Fisica, era già stata arresta nell’agosto del 2013, con l’accusa di essersi sposata con un uomo cristiano di cittadinanza americana, un invalido costretto a vivere in sedia a rotelle: quella volta era stata condannata a 100 frustate. Secondo la legge islamica del Paese, infatti, alle donne sudanesi è consentito sposarsi solo con uomini musulmani.

A febbraio 2014, l’incarcerazione, mentre la sua condizione si aggravava ulteriormente: all’accusa di adulterio era stata aggiunta anche quella di apostasia (rinnegamento della fede), dopo che Meriam aveva dichiarato di essere cristiana e non musulmana. Durante i mesi di prigionia, è sempre rimasta incatenata alla caviglie, nonostante avesse con sé il suo bimbo di 20 mesi e fosse incinta di una bambina, nata il 27 maggio scorso nell’infermeria delle prigioni.  Il 15 maggio era arrivata la terribile sentenza del tribunale di Khartoum (Sudan), che la condannava a morte. I giudici le avevano dato tre giorni di tempo per rinunciare alla sua fede cristiana, ma in aula, dopo un lungo colloquio con un religioso musulmano, la donna aveva ribadito: «Sono cristiana e non ho mai commesso apostasia». Secondo la legge islamica, a decidere della fede dei figli deve essere il padre, ma, nel caso di Meriam, il padre si era allontanato dalla famiglia tempo prima senza mai essersi occupato della figlia e la madre, di fede cristiana ortodossa, l’aveva cresciuta secondo la sua religione.

A favore di questa causa si sono mosse le ambasciate di tutto il mondo, moltissimi governi, testate giornalistiche, Amnesty International e tante altre organizzazioni non governative che operano per la difesa i diritti umani. Anche le chiese cristiane in Sudan si sono riunite, in favore di Meriam, nel Consiglio Sudanese delle Chiese: da qui hanno chiesto l’annullamento della sentenza di condanna e la liberazione della donna. Le Chiese facevano leva sul fatto che la condanna viola gli articoli 31 e 38 della Costituzione provvisoria e sottolineavano il fatto che il Sudan avesse firmato la carta internazionale dei diritti umani, che prevede la libertà di culto e di coscienza.

Il Sudan è un paese martoriato dalla guerra, dove le lotte interreligiose rappresentano uno dei principali motivi degli scontri che si consumano da decenni. Il 9 luglio 2011, tramite un referendum il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza, separandosi dal resto dello Stato, che si trova oggi diviso in un nord a maggioranza arabo e musulmano e un sud ad etnia nera e in gran parte cristiana. Il regime del Sudan già dal lontano 1983 ha imposto la jihad contro i villaggi del  sud cristiano e ha perpetrato, negli ultimi vent’anni, il genocidio di due milioni di persone, provocando lo sfollamento di altri cinque milioni. Almeno 200mila sono state le donne e i bambini cristiani catturati e venduti come schiavi nel Sudan islamico. Nella WorldWatch List 2014 dei paesi in cui i cristiani sono più perseguitati, il Sudan figura 11esimo tra i 14 stati in cui la persecuzione è classificata come “estrema”.

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