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La confessione di tre narcos

Messico, i 43 studenti bruciati perché non disturbassero il comizio

Messico, i 43 studenti bruciati perché non disturbassero il comizio
Cronaca 08 Novembre 2014 ore 15:23

Erano appese a un filo le speranze di ritrovare vivi i 43 studenti messicani di cui si erano perse le tracce. Venerdì la tragica conferma: tre narcos del cartello Guerreros Unidos hanno confessato di aver ucciso tutti gli studenti. La notizia è arrivata per voce del procuratore generale, Jesús Murillo Karam, che avrebbe anche fornito i nomi dei tre presunti killer: Patricio Reyes detto “El Pato”, Jonatan Osorio detto “El Jona” e Agustín García detto “El Chereje”.

I tre hanno anche confermato la responsabilità del sindaco di Iguala, José Luis Abarca, e della moglie, che hanno ordinato l’arresto dei 43 studenti perché temevano che avrebbero interrotto un comizio della donna che si voleva candidare alle elezioni del 2015 per succedere al marito. Una volta fermato il bus sul quale i ragazzi stavano viaggiando per raggiungere Iguala e unirsi alle proteste già in corso, la polizia li ha portati nei pressi di una discarica a 20 chilometri da Iguala e li ha consegnati ai narcotrafficanti. Dopo l’interrogatorio, i 43 studenti sono stati barbaramente uccisi e i loro corpi bruciati per evitare che venissero ritrovati nel corso nelle ricerche. Un rogo di 14 ore insieme a copertoni e rifiuti nella discarica di Cocula. I tre assassini, secondo quanto riportato dal procuratore, avrebbero mostrato dei resti di corpi carbonizzati lungo un fiume nelle vicinanze al luogo della scomparsa. Ora si attende l’esito del dna sui resti per avere la conferma che appartengano agli studenti scomparsi. È l’unica speranza a cui si attaccano le famiglie, che chiedono di continuare le ricerche. Le famiglie infatti si rifiutano di credere alla versione ufficiale e esigono prove concrete. L’estrazione del dna dai resti carbonizzati, tuttavia, è un’impresa molto difficile dal momento che i corpi sono stati bruciati dopo essere stati ammassati sopra un mucchio di pneumatici e legna e coperti da carburante.

La vicenda. I 43 ragazzi, tutti indios, erano spariti il 26 settembre, mentre stavano prendendo parte a una manifestazione contro la riforma della scuola e contro le condizioni degli insegnanti delle regioni rurali dello stato di Guerrero, discriminati per salari e qualità del lavoro rispetto ai colleghi di città. Alla moglie del sindaco di Iguala la protesta non era piaciuta perché interrompeva il suo comizio elettorale. Gli studenti avevano occupato un autobus, come è usanza da quelle parti in occasione di manifestazioni, per raggiungere Iguala dalla loro scuola rurale di Ayotzinapa, nota per la sua lotta al narcotraffico e alla corruzione. Quando la polizia, su ordine del sindaco, ha fermato il mezzo, ne sarebbe nato uno scontro. I poliziotti hanno sparato, uccidendo 6 ragazzi e ferendone 17. All’appello mancavano 43 nomi, di cui si erano perse le tracce. Qualche giorno dopo erano stati ritrovati alcuni corpi in una fossa comune, ma l’esame del dna aveva escluso si trattasse degli studenti rapiti. Sono circa 10 le fosse comuni emerse dall’inizio delle indagini. Quella di Cocula, dove sarebbe avvenuto il massacro, viene normalmente utilizzata come discarica dagli abitanti della zona, ma ha un’importanza strategica rispetto alle altre poiché è posta in un punto strategico di passaggio della droga che arriva dalla Sierra Madre del Sud.

Le proteste. Dal momento della scomparsa si sono moltiplicate in Messico le manifestazioni per riportare a casa i ragazzi e per protestare contro i barbari metodi della polizia collusa coi narcos. Sono inoltre stati indetti scioperi in tutte le università messicane e campagne di sensibilizzazione hanno fatto il giro del web supportate da intellettuali e accademici di oltre 60 paesi. Il giorno prima della confessione da parte dei tre killer si era svolta la manifestazione più imponente dal giorno della scomparsa. Migliaia di persone, capeggiate dai genitori dei ragazzi, sono scese in piazza nella capitale messicana per esigere dalle autorità federali luce sulla vicenda. I manifestanti hanno chiesto inoltre l’arresto di Felipe Flores, il responsabile della sicurezza pubblica a Iguala, considerato complice del sindaco Abarca, e di Angel Aguirre, il governatore di Guerrero, che si è dimesso dal suo incarico pochi giorni fa.

L’arresto del sindaco e della moglie. La manifestazione si era svolta il giorno successivo all’arresto del sindaco di Iguala e di sua moglie, sui quali pendeva un mandato come mandanti del rapimento. I due erano latitanti da oltre un mese e sono stati scovati nella degradata periferia di Città del Messico: per chiunque collaborasse alla loro cattura erano previsti 120mila dollari di ricompensa. Una coppia quella formata dal sindaco e sua moglie che, come riporta il sito Terredamerica.com, seminava il terrore a Iguala e nei dintorni, comandando direttamente il cartello del narcotraffico dei Guerreros Unidos. In particolare, stando anche alle testimonianze di alcuni narcotrafficanti finiti in carcere, era la moglie del sindaco – sorella di El Chucky, il capo del cartello che riceve dallo stato di Guerrero ogni mese tra i 148 e i 220 mila dollari, a testimonianza dello stretto legame che unisce politica, polizia e narcotraffico – la mente delle attività delittuose di Iguala.

Protetto dalla polizia municipale, il sindaco Abarca a Iguala era temuto da tutti e minacciava chiunque non gli andasse a genio. Da modesto venditore di cappelli di paglia era diventato ricchissimo e potente dopo il matrimonio con María de los Ángeles Pineda. A suo nome risulterebbero 17 proprietà e un grande centro commerciale. La famiglia lo difende e dice che la ricchezza e il potere sono frutto solo della sua dedizione al lavoro. Ma la mogie di Abarca da molti è indicata come colei che, tra le altre cose, gestiva anche la contabilità dei Guerreros Unidos.

 

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