"I convogli dell'Apartheid"

I migranti sul treno verso l’Austria lasciati in stazione perché di colore

I migranti sul treno verso l’Austria lasciati in stazione perché di colore
02 Maggio 2015 ore 11:40

Sono decine gli stranieri che ogni giorno vengono fermati nelle stazioni ferroviarie dell’Alto Adige prima che passino il confine e vadano in Austria, per poi raggiungere la Germania. Una situazione che il quotidiano La Repubblica, unico giornale ad aver denunciato il fatto, paragona a quella dell’apartheid. È la polizia ad avere il compito di selezionare le persone che hanno il diritto di salire in treno, in base al colore della pelle. Gli agenti hanno il compito di fermare le persone di colore in quello che ormai è diventato un imbuto per i profughi che sognano di raggiungere il Nord Europa. Ma Vienna e Berlino non li gradiscono, e l’Austria fa sapere che nei giorni scorsi si sono registrati casi di scabbia tra i profughi che sono arrivati dall’Italia.

Denuncia della polizia. I poliziotti, almeno quelli italiani, non ci stanno a fare la parte dei cattivi, e hanno protestato nei confronti dei loro superiori per quello che definiscono atto di razzismo: sulla tratta Verona-Brennero, denunciano, si può salire solo se si ha la pelle bianca. Succede da un mese a questa parte. Gli agenti, pochi per la verità, che appartengono alle forze di polizia italiane, austriache e tedesche in quella che è un’azione congiunta, pattugliano le tratte ferroviarie che dal Veneto conducono verso nord e fermano etiopi, pakistani, africani, chiunque non abbia la pelle bianca, senza far distinzione: uomini, donne (spesso incinte), bambini, ragazzi, anziani.

 

 

L’iter dell’identificazione. A tutti viene impedito di partire e tutti vengono portati in questura. L’iter prevede la foto segnaletica e la presa delle impronte digitali, per poterle confrontare con quelle contenute nell’Eurodac, il database europeo delle impronte digitali per coloro che richiedono asilo politico e per le persone fermate mentre varcano irregolarmente una frontiera esterna dell’Unione Europea. Confrontando le impronte, gli Stati membri possono verificare se un richiedente asilo o un cittadino straniero, che si trova illegalmente sul suo territorio, ha già presentato una domanda in un altro Stato membro o se un richiedente asilo è entrato irregolarmente nel territorio dell’Unione.

Le denunce. Se qualcuno dei fermati rifiuta la procedura viene denunciato per inosservanza di disposizione di Polizia giudiziaria ed è obbligato a ripresentarsi in questura. Negli ultimi mesi dell’anno scorso, dicono a Repubblica fonti della questura di Bolzano, sono state seimila le persone convocate, ma nessuno si è mai presentato. Preferiscono tornare sulle banchine delle stazioni e sperare di avere un po’ più di fortuna e sfuggire ai controlli. Oppure cercare accoglienza in qualche struttura della Caritas.

Le testimonianze del sindacato di polizia. Le testimonianze riferite su quelli che ormai sono chiamati i treni dell’apartheid, mettono i brividi. I poliziotti non chiedono né documenti né biglietti. Basta guardare se uno è bianco o no. Mario De Riu, del Siulp, il sindacato di polizia, dice che nei giorni scorsi a Bressanone è stata fatta scendere anche una donna eritrea che si era messa elegante, con borsone firmato. «Perché io fuori?», ha chiesto. «Perché sì. E fai presto», le hanno risposto.  «Fra l’altro – aggiunge De Riu – questa è l’apoteosi dell’inutilità». Spiega che si cerca di fermare una diaspora biblica con quattro poliziotti e non si può scaricare sulle forze dell’ordine un problema che è prima umanitario e poi politico. «Se mai si riuscisse a chiudere questa diaspora via treno loro cercherebbero un’altra via. Già sono stati trovati donne, uomini e bimbi a piedi in autostrada».

 

 

La denuncia e gli aiuti. È una vera e propria caccia al nero, quella che ogni giorno si verifica sui treni diretti in Austria, che ha scatenato le proteste delle organizzazioni internazionali e della Caritas. Sui binari della stazione di Bolzano, c’è Volontarius, un’associazione di volontari che si occupa della prima accoglienza, del servizio umanitario di ristoro temporaneo, oltre a fornire informazioni e orientamento. Un servizio svolto in stretta collaborazione degli enti River Equipe, Caritas, Croce Rossa Italiana, Rete dei diritti senza Voce, Fondazione Alexander Langer, Associazione San Vincenzo, AiBi e tanti privati cittadini che volontariamente e in forma autonoma si sono organizzati tramite una bacheca di Facebook. Distribuiscono thè, caffè, biscotti, cibo in scatola, qualche gioco per i bambini e abiti pesanti per ripararsi dal freddo che soprattutto di notte da quelle parti è ancora pungente.

L’inutilità del provvedimento. Anche il coordinatore di Volontarius si unisce alla denuncia fatta dai sindacati di polizia sull’inutilità del provvedimento: «In un giorno o due riusciranno a prendere un treno per Innsbruck ma tanti saranno fermati e rimandati in Italia. E loro riprenderanno un treno per il Nord».

Anche la politica si muove. Una realtà, quella dei treni che partono dal Veneto, che è arrivata fin sui tavoli dei politici del Pd, che per iniziativa di Khalid Chaouki, coordinatore dell’intergruppo parlamentare sull’immigrazione, ha chiesto chiarimenti al Viminale: «È una gravissima discriminazione, intollerabile in un Paese civile».

 

 

Critiche pesanti, da Caritas e Cir. «Inaccettabile» è il giudizio che dà la Caritas, avvertendo che questi controlli ricordano vicende terribili che l’Europa ha già visto in passato. Oliviero Forti, responsabile immigrazione dell’ente caritatevole, spiega: «I controlli ci sono sempre stati, ora si è superata la misura. L’Europa dimostra la sua incapacità nel gestire un fenomeno che non può rimanere solo italiano. Il nostro governo deve attivarsi con quello austriaco per fermare la caccia allo straniero».

Colpe anche dell’Europa. Contro i treni dell’apartheid il giudizio è durissimo anche da parte del Cir, il Consiglio italiano dei rifugiati, che evoca gli spettri del 1937, quando l’Italia varò la sua prima legge di tutela della razza, rivolta in particolare agli italiani che vivevano nelle colonie africane. La legge, composta da un unico articolo, vietava i matrimoni misti e il cosiddetto madamismo, cioè il concubinaggio con donne africane. Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano rifugiati, punta il dito contro la polizia: «La sostanza è sempre la stessa: sono responsabili la polizia italiana e l’Europa, che preme sul nostro Paese per non far uscire gli immigrati, in applicazione del sistema di Dublino che impedisce la circolazione dei rifugiati».

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