Il caporalato

I migranti nella piana di Gioia Tauro Una vita che non è davvero vita

I migranti nella piana di Gioia Tauro Una vita che non è davvero vita
Cronaca 05 Giugno 2018 ore 19:00

Era regolarmente residente in Italia. Lavorava come bracciante agricolo nella piana di Gioia Tauro. Veniva dal Mali, dove ha lasciato la moglie con la sua bambina di cinque anni. Per mantenerle aveva scelto di trasferirsi in Italia, finendo nelle reti del caporalato, dove il lavoro di raccolta viene pagato tra i due e tre euro all’ora. A volta con cambio merce. Per questo Soumaila Sacko da tempo si era impegnato nel dare una rappresentanza ai tanti come lui, umiliati dalla prepotenza di un sistema che come logica ha quella di marginalizzare i profitti sfruttando il bisogno assoluto di lavorare di chi è arrivato in Italia. Sacko si era iscritto all’Usb, l’Unione sindacale di base, ed era diventato un attivista.

 

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L’altra sera Soumaila insieme a due amici era entrato nell’area dell’Ex fornace la Tranquilla, da tempo chiusa e sotto sequestro. Stava cercando di recuperare lamiere per fare un rifugio per le notti ai suoi amici, dato che questa è la condizione in cui si vive a due euro all’ora (lui invece aveva un posto nella tendopoli della Protezione civile). Probabilmente il suo gesto è stato giudicato uno sconfinamento di campo dalla criminalità organizzata; un uomo sceso da una vecchia Panda ha iniziato a sparare contro lui e i suoi amici. Soumaila è morto appena arrivato in ospedale, gli altri se la sono cavata con ferite e un grande spavento.

Lo sciopero. Martedì i lavoratori della Piana sono scesi in sciopero. E hanno avuto l’adesione dei braccianti del Foggiano. Per un giorno le grandi distese di piantagioni e frutteti sono rimaste deserte. Sono sfilati in corteo, sfidando le tensioni sociali di una zona in cui la Lega, pur lontana dal fortino del Nord, ha preso ben il 13 per cento dei voti. Perché oltre all’umiliazione delle condizioni lavorative, sugli immigrati pende anche lo stigma di portar via il lavoro agli italiani, di causare un dumping sociale: vengono arruolati nei meccanismi del caporalato perché costano meno.

 

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Condizioni di vita umilianti. Con il poco che prendono sono costretti a condizioni di vita umilianti. Vivono in una tendopoli, ieri piantonata dalle forze dell’ordine perché troppo alta la tensione. Vivono tra cumuli di immondizia, bagni maleodoranti, dormendo su materassi a terra o su vecchie reti. A volte, com’è accaduto a gennaio in una delle tendopoli più grandi, quella di San Ferdinando, i fuochi accesi per far da mangiare provocano incendi distruttivi.

Uno snodo europeo. Sono circa 3mila i lavoratori stranieri “arruolati” nella piana. Eppure è un errore che qui siamo ai margini del mondo, perché Rosarno e la Piana di Gioia Tauro sono al cuore di un sistema che ha un orizzonte globale come ha spiegato sinteticamente Antonello Mangano, un attivista che monitora e denuncia la situazione sul sito terrelibere.org: «Rosarno è uno dei luoghi centrali dell’economia globale. La manodopera arriva dall’Africa occidentale, i contributi per le coltivazioni vengono da Bruxelles. Infine le arance che qui si raccolgono vengono esportate in tutto il mondo, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Germania agli Emirati Arabi. Braccia migranti, multinazionali del succo, grandi commercianti e supermercati sono gli attori di questo gioco globale».

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