35 punti di differenza tra le due città

Milàn nun l’è più un gran Milàn Nel calcio Roma torna caput mundi

Milàn nun l’è più un gran Milàn Nel calcio Roma torna caput mundi
05 Maggio 2015 ore 10:15

Roma caput mundi, e da quest’anno anche pallonis, neologismo un po’ maccheronico ma chiaro: lo straordinario campionato della Lazio e la conferma di una Roma, pur con una seconda parte di stagione poco brillante, da primissime posizioni certifica che il centro del calcio italiano si è spostato nella Capitale, detronizzando definitivamente la Milano nerazzurra e rossonera. Già si sono verificate annate del genere, come ad esempio fra il 1999 e il 2001 in cui per due anni consecutivi il tricolore si fermò a Roma, ma la disarmante arretratezza del calcio meneghino non lascia adito ad alcun tipo di speranza per una riscossa negli anni a venire. Certo  non si tratta di una casualità: Roma e Lazio hanno saputo, negli ultimi anni, costruire e investire intelligentemente, pur con modalità e mezzi molto diversi; al contrario, Inter e Milan hanno buttato all’aria un patrimonio sportivo costruito su anni di vittorie, e si ritrovano oggi ad essere addirittura la quarta città calcistica italiana, alle spalle di Roma, Torino e Genova e lontano ben 35 punti dalla capitale.

Modelli differenti per un business sportivo vincente. Cominciando dalla “Lupa”, pochi anni fa avvenne la grande svolta: la storica famiglia proprietaria Sensi cedette la maggioranza societaria ad una cordata americana, capitanata  dall’imprenditore James Pallotta. Per la prima volta, una società italiana di rilievo passò in mani straniere. L’impronta statunitense (e finalmente moderna) della nuova dirigenza si delineò immediatamente: priorità a stadio di proprietà, rilancio del brand, sfruttamento del vivaio e strategia commerciali degne degli anni Duemila. Ecco allora che il progetto per la nuova casa giallorossa è pronto a decollare, tanti giovani sono stati lanciati in prima squadra (da Florenzi, a Viviani fino a Verde), i ricavi hanno cominciato finalmente a salire. Sul mercato, sono state fatte alcune scelte d’impatto impopolari ma che si sono rivelate azzeccate sul lungo periodo (le cessioni ultramilionarie di Marquinhos, Lamela e Osvaldo e gli acquisti di Pjanic, Nainggolan e Gervinho), segno di una nuova e notevole competenza non solo economica ma anche sportiva. Infine, dopo qualche tentativo andato male, l’ingaggio in panchina di Rudi Garcia ha offerto una guida tecnica forse non di primissimo livello ma comunque adeguata al lancio di un progetto ambizioso. Ed è così che la Roma è ormai stabilmente la seconda forza del campionato italiano, dietro all’irraggiungibile Juventus.

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L’esempio Lazio. Per quanto riguarda invece la sponda laziale, il discorso è ben diverso. Scarse disponibilità economiche, blasone dal fascino non propriamente di prima fascia, pochissimi giocatori di livello: questo era il panorama che si trovò di fronte Claudio Lotito quando acquisì la presidenza del club, nel 2004, e successivamente la proprietà, nel 2011. Pur attirandosi l’antipatia di molti componenti del calcio italiano, Lotito ha saputo fare della Lazio un esempio da seguire, da un punto di vista sportivo: plusvalenze enormi su acquisti e vendite dei giocatori, talenti scovati in ogni angolo d’Italia e del mondo, gestione economica impeccabile. La straordinaria annata in corso della Lazio è il frutto del lavoro degli ultimi 5 anni, grazie ad un mix di giovani interessantissimi (Felipe Anderson, Keita, Cataldi), giocatori di medio livello ma dalla piena affidabilità (Candreva, Basta, Parolo) e alcune azzeccate mosse di mercato (Klose, Biglia, De Vrij). Il successo della Lazio sta tutto in questo: scelte giuste al momento giusto.

Milàn nun l’è più un gran Milàn. Era il 2010, e l’Inter dominava in Italia, in Europa e nel mondo. Com’è possibile che in soli 5 anni si sia ridotta ad arrancare per un posto in Europa League? Gli anni post Triplete hanno evidenziato tutti i limiti della ventennale gestione Moratti: al netto dell’innegabile passione, quella nerazzurra era una società rimasta agli anni Novanta, con un proprietario dal portafoglio (ormai nemmeno più) largo come unica fonte di incasso. Nessuna strategia commerciale, un marchio dalle ottime potenzialità non sfruttato, ruoli confusi della società. Oltretutto, soldi spesi non male, di più: dal 2010 l’Inter ha speso per il mercato ben 230 milioni di euro, per ritrovarsi poi nella situazione attuale e vincendo giusto una Coppa Italia nel 2011. Tutto questo ha portato Massimo Moratti, nel 2013, a vendere l’Inter per non rischiare un pressoché inevitabile crack finanziario. La nuova gestione Thohir è agli albori: le premesse sono interessanti, il rinnovamento sia gestionale che tecnico dell’Inter sembra aver preso la piega giusta. Ma i tempi di riuscita sono un enorme punto interrogativo.

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Rossoneri, prospettive peggiori. Venendo al Milan, le prospettive sono forse ancor peggiori delle premesse: rosa decisamente scarsa, proprietà incerta (thailandesi? Cinesi? Ancora Berlusconi?), litigi interni alla società (vedere alla voce Galliani-Barbara Berlusconi), un allenatore diverso ogni anno. Il Milan, negli ultimi 20 anni, ha visto le proprie sorti legate alle vicende che di volta in volta hanno coinvolto il presidente Berlusconi. In assenza delle liquidità di un tempo, il Milan è diventato in poche stagioni quasi più un circo che una squadra di calcio, con l’ingaggio di grandi nomi dall’utilità quasi nulla (Ronaldinho, Beckham, Ronaldo, i ritorni di Kakà e Shevchenko) o di giocatori decisamente non all’altezza (e qui l’elenco sarebbe infinito). Eccezion fatta per l’anno di grazia 2011, in cui il Milan vinse lo scudetto grazie all’apporto di due campioni (prontamente venduti nel giro di un anno) come Ibrahimovic e Thiago Silva, la parabola rossonera è in perenne discesa, e non si capisce dove e quando possa arrivare l’agognata svolta.

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