Proteste contro i jihadisti

Mosul, professore musulmano ucciso per aver difeso i cristiani

Mosul, professore musulmano ucciso per aver difeso i cristiani
22 Luglio 2014 ore 11:20

Mosul è una cittadina del nord-est dell’Iraq, sorta sui luoghi dell’antica Ninive. La popolazione di fede cristiana è in fuga e già si dice che nella città non sia rimasto più alcun cristiano. Tra le comunità cristiane più antiche, già duramente colpita da violenze in seguito all’intervento statunitense del 2003, ha ricevuto un ultimatum, nella mezzanotte di sabato scorso, da parte dell’Isis, lo Stato islamo dell’ Iraq  e del Levante. Che ha negli ultimi mesi ha esteso il controllo su gran parte dell’Iraq e della Siria. Lasciate le case, e fuggite, oppure restate, convertitevi e sottoscrivete il dhimma, il contratto con cui ci si impegna a pagare la jiza, la tassa che pende su tutti i non musulmani. Che si aggira intorno ai 450 dollari, un somma improponibile per le popolazioni del nord iracheno. «Se rifiutano, non hanno nient’altro se non la spada», recita il testo dell’ultimatum, secondo quanto riportato dal sito della BBC (http://www.bbc.com/news/world-middle-east-28408926). A febbraio, un ultimatum analogo era stato già diffuso a Raqqa, città siriaca in cui i cristiani devono pagare in oro la loro sicurezza.

Dopo il monastero di San Giorgio, svuotato della sua comunità religiosa il 18 luglio, anche quello siro-cattolico dedicato a San Benham e alla sorella Sarah è stato occupato dai miliziani. Il luogo di culto, tra i maggiori del paese, è noto anche con il nome di Deir al Jube. Fondato nel quarto secolo dopo Cristo, si trova vicino alla città di Qaracosh, a sud-est di Mosul. I monaci, come tutti i cristiani della zona, hanno potuto portare con sé soltanto i vestiti che indossavano, nient’altro. A nulla sono valse le proteste disarmate del vescovo Yohanna Petros Moshe. I monaci hanno dovuto lasciare dietro di sé le reliquie e camminare per chilometri, prima di essere raccolti da alcuni soldati curdi.

I cristiani sfollati rimasti in Iraq trovano sostegno nel clero e in tutti i cittadini che si oppongo alla violenta arbitrarietà delle decisioni prese dall’Isis. È delle ultime ore la notizia che un professore musulmano, Mahmoud Al’ Asali, docente di legge al dipartimento di pedagogia all’Università di Mosul, è stato giustiziato dai miliziani proprio per avere espresso il proprio dissenso. Contestava ai jihadisti di essersi impossessati e di avere bruciato le proprietà dei cristiani nel nord del paese. La notizia è stata data dal sito ankawa.com, il quale non ha specificato la confessione religiosa del docente. Si pensa però che fosse musulmano, almeno a giudicare dal nome. Musulmano o no, le sue parole non hanno nulla dell’eroico. Esprimono una sana indignazione, lo sbalordimento di fronte a una distruzione sistematica e puntigliosa.

Mahmoud Al’ Asali non è stato il solo a manifestare la propria solidarietà nei confronti della popolazione cristiana. A ennesima dimostrazione che, in tempo di guerra, la voce dei governi non sempre è quella dei cittadini che pretendono di rappresentare. Ali, un altro cittadino di Mosul, ha lanciato la campagna: «Siamo tutti cristiani». Un appello che ha prodotto una catena di manifestazioni, virtuali e reali. I messaggi di sostegno diffusi sui social network si sono concretizzati domenica sera, quando alcuni musulmani si sono radunati fuori dalla chiesa di San Giorgio: «Anch’io sono un cristiano iracheno», così recitavano i loro cartelli. A sfidare tutte le N, di nazareno, che marchiano le porte delle case sfollate. E che ricordano altri Esodi, e altre guerre.

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