la storia di un amore forte e misterioso

Muore dopo 31 anni di coma Accudito fino all’ultimo minuto

Muore dopo 31 anni di coma Accudito fino all’ultimo minuto
27 Agosto 2019 ore 04:30

«Abbiamo fatto ciò che per noi era naturale, ce lo sentivamo dentro: volevamo che nostro figlio restasse in casa. Ma porto il massimo rispetto per chi ha deciso di percorrere strade diverse». Parole di Hector Okamoto, 77 anni, messicano di origini nipponiche, bresciano di adozione. Il figlio a cui fa riferimento è Ignazio, detto “Cito”, che 31 anni fa, a causa di un incidente sull’Autobrennero è entrato in coma e non vi è più uscito. Aveva 23 anni allora e ha retto sino a venerdì scorso, curato e accudito dai genitori nella casa di Collebeato, nella bassa Val Trompia. «Se ne è andato improvvisamente, anche se può sembrare paradossale, viste le sue condizioni», ha raccontato la mamma Marina, che invece è bresciana doc. «Non ce lo aspettavamo, stava bene», ha sottolineato papà Hector. E in quel “stava bene” c’è la più semplice e bella sintesi di questi 31 anni vissuti tutti per quel figlio costretto a stare su un lettino e senza speranze di lasciarlo. “Stava bene”: per garantire questo al figlio, i due genitori avevano scelto di portarlo a casa e di farsene completamente carico dopo due anni di ospedale. Allora, rischiando, avevano chiesto di togliere la tracheotomia perché vedevano che il loro figlio deglutiva: e così è stato sino all’ultimo giorno. «Siamo riusciti ad alimentarlo sino all’ultimo giorno», raccontano i genitori. Il papà aveva lasciato anche il lavoro: faceva allora il “sessatore” di pulcini, cioè li selezionava in base al sesso. Nel tempo libero si dedicava al baseball, sua grande passione, allenando i ragazzi nella società che lui aveva contribuito a fondare, il Cus Brescia. E tra i ragazzi da allenare c’era anche quel figlio. Non si sono fatte tante illusioni in questi anni: i medici non avevano dato molte chance, anzi nessuna. Eppure bastava vedere qualche minima reazione da parte di “Cito” perché una fiammella si riaccendesse. Ci credeva anche il fratello minore, Fabio, di 16 mesi più giovane.

 

Hector ha cambiato la sua vita, non solo per stare vicino a “Cito”, ma per far sì che “stesse bene”; dove “star bene” è una cosa fragile, quasi impercettibile. È quella sicurezza di aver qualcuno vicino che si prende cura di te, non un semplice “tecnico” delle cure, ma uno che ti vuol bene e che dedica la vita a te. Così è stato per Cito. «Non so dirle quanto si accorgesse di ciò che accadeva attorno al suo letto, ma segni di reazione ne ha sempre avuti. Ma a me bastava che mio figlio mi sorridesse. Forse non l’ha mai fatto davvero, ma lo vedevo sereno, e mi bastava», ha detto ai giornalisti che hanno bussato alla porta della villetta. Mai pensato, neanche lontanamente, che per quel figlio fosse meglio morire. Rispettano la scelta fatta da altri, come papà Peppino Englaro, ma loro non hanno mai avuto dubbi in merito. «Mi ha sempre guidato il cuore», dice papà Hector. Una piccola rete solidale li ha aiutati in questi anni. Sono stati preziosi gli obiettori di coscienza garantiti dalla Caritas. Tutti in paese sapevano, tutti rispettavano quella scelta. E il caso di “Cito” ci porta a pensare alle oltre 3mila persone che in Italia vivono come lui; alle loro famiglie che in modo diverso stanno loro vicini. Storie di un amore forte e misterioso, che rendono vacui i dibattiti e la pretesa di avere un’opinione su una questione così delicata.

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