Convertirsi all'Islam o fuggire

Una “N” sulle case dei cristiani A Mosul (Iraq) è pulizia etnica

Una “N” sulle case dei cristiani A Mosul (Iraq) è pulizia etnica
18 Luglio 2014 ore 18:43

I cristiani sono sempre più nel mirino dei jihadisti in Iraq. Non c’è fine alla violenza, che miete vittime anche tra sciiti e curdi. E da Mosul, caduta nelle mani dei miliziani dell’Isis il mese scorso, ultimo baluardo della loro presenza, i cristiani stanno fuggendo. Cercano di scappare in Kurdistan. Si stima che a Mosul, capoluogo della provincia di Ninive, fino alla scorsa settimana vivessero circa 25mila cristiani: in pochi giorni la città si è svuotata. I miliziani hanno dato loro l’ultimatum: convertirsi o fuggire. Oppure, se non si convertono, devono pagare la jizya, un tassa di permanenza per la protezione delle minoranze religiose, prassi prevista dall’antica legge islamica ripristinata dal califfato. Il palazzo episcopale dei siro-cattolici è stato dato alle fiamme. L’Arcivescovo caldeo di Mosul, monsignor Emil Shimoun Nona ha dichiarato che la sua diocesi non esiste più, che i jihadisti gliel’hanno portata via: hanno occupato la sede dell’arcivescovado, distrutto tutti i simboli della cristianità e issato la bandiera dei fondamentalisti. Anche il nunzio apostolico in Iraq, arcivescovo Giorgio Lingua ha dichiarato alla Radio Vaticana che “I vescovi – sia il vescovo caldeo, sia quello siro-cattolico sia quello siro-ortodosso – hanno chiesto ai fedeli di lasciare quanto prima la città”. Non si sa esattamente quante persone fuggano ogni giorno, il vicario patriarcale caldeo monsignor Shleimun Warduni dice 50, o forse 100 famiglie ogni giorno, che ai check point vengono derubati di tutto. Perché tutto è di proprietà dello stato islamico. Le case dei cristiani vengono bollate con la “n” dell’alfabeto arabo, che sta per “nasara” (cristiano).

Escalation di violenza. Dalla guerra condotta per mano americana che ha fatto crollare il regime di Saddam Hussein, è iniziata una sistematica persecuzione dei cristiani, soprattutto nelle zone centrali e meridionali dell’Iraq. Oggi, con la proclamazione del califfato e le violenze dei jihadisti, la situazione è andata via via peggiorando. Nel solo mese di giugno sono 2417 i morti per gli scontri che stanno facendo aleggiare sul Paese gli spettri di una nuova guerra civile. In meno di un mese i ribelli, mettendo in fuga l’esercito regolare di Baghdad, hanno conquistato città come Mosul, Baiji, sede della raffineria più grande del paese e Tikrit. Partendo da nord sono arrivati fino ai confini con la Siria, prendendo i valichi di Qaim e al-Waleed, e con la Giordania, a Tarbil. Facendo un salto indietro di un secolo hanno proclamato la costituzione del califfato che si estenderebbe dalla provincia di Diyala, in Iraq, fino ad Aleppo, in Siria. I miliziani hanno minacciato gli Stati Uniti di un nuovo 11 settembre.

Pulizia etnica I cristiani erano una delle più antiche comunità presenti nel Paese, oggi ridotta a minoranza e a rischio estinzione. Nel 2003 erano oltre un milione di persone, oggi sono nemmeno la metà. Un’inquietudine, quella cristiana, nata dopo il ritiro delle truppe americane a fine 2011, alimentata dal riaccendersi del conflitto tra sciiti e sunniti. L’escalation di violenze degli ultimi mesi sembra confermare queste paure. A Mosul ai cristiani, così come ai curdi e agli sciiti, vengono negate le razioni alimentari e le bombole del gas a prezzo calmierato, che vengono invece distribuite ai cittadini sunniti. Sono in molti a parlare di pulizia etnica. Ad Asianews il patriarca di Babilobia dei Caldei, mons. Raphael Sako ha spiegato la drammaticità della situazione e l’impossibilità di ogni dialogo: “Non c’è un’autorità con cui confrontarsi, non c’è nessuno, non sappiamo da dove vengano, cosa vogliono davvero… Il governo centrale non ha alcun contatto e ora ha iniziato i bombardamenti aerei”. Già, perché Baghdad da qualche giorno sta puntando sull’aviazione militare per colpire le “tane dei terroristi”, con l’aiuto di caccia militari russi e bielorussi.

Sinodo. In questo contesto di guerra e divisioni, si è svolto nelle scorse settimane il sinodo della Chiesa Caldea irachena. I vescovi si sono incontrati a Ankawa, quartiere cristiano di Erbil, nel Kurdistan iracheno, molto più sicuro di Baghdad. Nell’ultimo periodo si è dovuto far fronte all’emergenza umanitaria dei profughi giunto soprattutto da Qaraqosh, sotto le bombe, la più grande città della piana di Ninive, dove già molti cristiani in fuga da Baghdad avevano trovato riparo alle persecuzioni. Al Sinodo è stata totalmente stravolta l’agenda dei lavori, che prevedeva argomenti inerenti la vita della chiesa. Si è invece parlato per lo più del grave rischio che le comunità presenti nel Paese stanno correndo. A nome di tutti i vescovi il patriarca Sako ha rivolto un drammatico appello all’unità del Paese, per scongiurare il rischio di una nuova guerra civile su base religiosa che porterebbe alla totale estinzione dei cristiani in Iraq. Il premier sciita Nouri al-Maliki è infatti fermo sulle sue posizioni e rifiuta un governo di unità nazionale che comprenda anche la componente sunnita. Da molti è accusato di mettere in atto una politica settaria, e di essere il principale responsabile del successo dei ribelli che ha portato alla formazione dell’Isis. Il continuo ritardo nella formazione di un nuovo esecutivo, di sicuro, non fa altro che favorire la disgregazione del Paese. Non resta che pregare, come hanno fatto i vescovi al Sinodo e chiedere che “Dio salvi l’Iraq e gli iracheni”.

L’appello del Papa. In Vaticano papa Francesco dopo la preghiera dell’Angelus ha espresso preoccupazione per i cristiani di Mosul, offrendo preghiere per i cristiani iracheni che “sono perseguitati, cacciati, costretti a lasciare le loro case senza la possibilità di prendere nulla” con loro. “Ho appreso con preoccupazione le notizie che giungono dalle Comunità cristiane a Mosul (Iraq) e in altre parti del Medio Oriente, dove esse, sin dall’inizio del cristianesimo, hanno vissuto con i loro concittadini offrendo un significativo contributo al bene della società. Oggi sono perseguitate; i nostri fratelli sono perseguitati, sono cacciati via, devono lasciare le loro case senza avere la possibilità di portare niente con loro. A queste famiglie e a queste persone voglio esprimere la mia vicinanza e la mia costante preghiera. Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati, io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male! E a voi, qui in piazza e a quanti ci seguono per mezzo della televisione, rivolgo l’invito a ricordare nella preghiera queste comunità cristiane”.

Il governo. Il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ha condannato le azioni del gruppo estremista dello Stato Islamico contro i cristiani nel territorio che controlla, affermando che rivelano la minaccia che gli jihadisti pongono all'”eredità secolare” della comunità minoritaria. “Quello che viene fatto dalla banda terroristica Daesh contro i nostri cittadini cristiani nella provincia di Ninive, e la loro aggressione contro le chiese e i luoghi di culto nelle zone sotto il loro controllo rivela al di là di ogni dubbio la natura criminale estremista e terroristica di questo gruppo”, ha detto il premier in un comunicato rilasciato dal suo ufficio, dove il gruppo dello Stato islamico viene chiamato con il suo acronimo arabo. “Queste persone, attraverso i loro reati, rivelano la loro vera identità e le false affermazioni fatte qua e là circa l’esistenza di rivoluzionari tra le loro fila”.

In riferimento alla persecuzione contro i cristiani, il segretario delle Nazioni unite Ban Ki-moon ha condannato con forza “la sistematica persecuzione delle popolazioni minoritarie in Iraq da parte dello Stato islamico e di altri gruppi armati associati”. Ban Ki-moon ha anche espresso preoccupazione per i rapimenti e gli omicidi di minoranze Yazidis, Turkmene e Shabak, e ha ribadito che prendere di mira una popolazione a causa della sua etnia o della sua fede potrebbe costituire un crimine contro l’umanità.

 

 

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