Tra i lungodegenti anche Danilo Gallinari

Come mai le stelle dell’Nba continuano a infortunarsi?

Come mai le stelle dell’Nba continuano a infortunarsi?
18 Agosto 2014 ore 15:30

Il computo dei feriti gravi durante il campionato NBA (National Basket Association, il campionato di basket statunitense e più famoso al mondo) registra scores preoccupanti. Si gioca troppo, ci si sposta continuamente da una città a un altra, si dorme troppo poco.

Ecco l’elenco dei grandi infortunati:

  • Rajon Rondo, Boston Celtics: Rottura del legamento crociato anteriore;
  • Kobe Bryant, Los Angeles Lakers:  Rottura del tendine d’Achille; successivamente: Frattura del piatto tibiale del ginocchio destro;
  • Danilo Gallinari, Denver Nuggets: Rottura del legamento crociato anteriore;
  • Russell Westbrook, Oklahoma City Thunder: Frattura del menisco;
  • Derrick Rose, Chicago Bulls: Rottura del legamento del ginocchio sinistro; successivamente: anche del destro;
  • Nate Robinson, Denver Nuggets: Rottura del legamento crociato anteriore;
  • David Lee, Golden State Warriors: Lacerazione del flessore della coscia destra;
  • Marc Gasol, Memohis Grizzlies: Distorsione al ginocchio sinistro con interessamento del legamento collaterale mediale;
  • Al Horford, Atlanta Hawks: Strappo al muscolo pettorale destro;
  • Brook Lopez, Brooklyn Nets: Rottura del quinto metatarso del piede destro;
  • Brandon Roy -stella del basket-, Portland Trail Blazers, costretto al ritiro a 27 anni per continui problemi alle ginocchia;
  • Paul George, Indiana Pacers: Frattura esposta di tibia e perone
  • In totale anonimato: distorsioni, slogature, infortuni d.n.d.r. (di natura da rilevare) che, comunque, costringono il soggetto a star fuori per un numero imprecisato di partite.

È il report dei traumatizzati gravi registrati presso quell’ospedale da campo che sembra essere ormai diventata l’NBA (National Basket Association), l’organismo che gestisce il basket professionistico negli USA (con una propaggine in Canada, a Toronto). Nonostante ciò, il basket non è considerato uno sport pericoloso (come, ad esempio, il Completo di Equitazione o il motocross) e l’NBA è indiscutibilmente il campionato più bello del mondo.

Un qualsiasi soggetto maschio che entri in contatto con una palla a spicchi dovrà, prima o poi, fare i conti con il sogno ricorrente di una convocazione oltreatlantica per poter vincere il titolo – come è accaduto di recente al nostro Marco Belinelli. Ai sogni di seconda classe appartengono saltare e volare come Michael Jordan, Vince Carter o LeBron James per inchiodare schiacciate capaci di far andare il pubblico in estasi (non farmacologica). Ma – per gli appassionati – ogni partita è una macchina generatrice di sogni.

O di incubi. Derrick Rose, l’MVP (Most Valuable Player, il giocatore di maggior valore) del 2011, a forza di collezionare infortuni è stato costretto ad uscire dal giro per un paio di stagioni e, quando tornerà, dovrà riprendere a salire la scala come tutti gli altri. Magari non proprio come tutti.

Un numero così alto di infortuni ha molti padri.

Innanzitutto, l’eccessivo numero di partite. Fino a qualche anno fa ogni squadra disputava 72 partite per stagione. Adesso sono 82. Moltiplicate per il numero delle squadre (15 della East Conference e altrettante della West) fanno 2460 le gare complessivamente che verranno disputate quest’anno nel periodo compreso fra il prossimo 28 ottobre e il 15 aprile 2015. Da questi due gironi usciranno le 16 squadre (otto per parte) che andranno a giocarsi il titolo. Un ritmo insostenibile anche per giocatori naturalmente dotati e atleticamente molto seguiti. Una partita è infatti comunque uno stress che sollecita oltre ogni limite legamenti, tendini, muscoli e articolazioni. Gli infortuni sono sempre in agguato. La situazione peggiora ulteriormente se, ad essere raggiunto dalla sfortuna, è la stella di turno. Il livello di allarme si attiva quando la sfortunata stella di cui sopra è costretta a saltare le partite più calde della stagione, perché la società vede ridurre significativamente la curva degli spettatori paganti. Se poi a dover esibire il certificato medico è il giocatore leader della squadra, il piano finanziario di inizio stagione può anche subire un tracollo. E le fortune dei rimasti sani – e pertanto prevedibilmente destinati a giocare anche per gli altri – si trovano improvvisamente esposte al pericolo di un altrettanto rapido declino.

Poi, l’inadeguatezza del quadro normativo complessivo.

Risalente agli anni in cui il basket era ancora uno sport “umano”, l’intero sistema dev’ essere certamente rivisto. Il fatto è che nessuno è ancora riuscito a trovare il modo di comporre armoniosamente gli interessi legittimi dei club e quelli, altrettanto rispettabili, dei giocatori. Lo sport professionistico – è noto – è un business a tutti gli effetti. Ma il business funziona se il giocattolo non si rompe troppo spesso. Il materiale del basket sono gli atleti. Se il loro fisico non ha mai modo di recuperare le energie spese è più probabile che subisca shock di diversa entità. E anche i risultati ne risentono. Coi soldati feriti – specie se si tratta di valorosi – è più complicato vincere le battaglie. Francesco Cuzzolin, ex preparatore atletico dei Toronto Raptors, in un’intervista rilasciata dopo l’infortunio di Westbrook ha detto: «Credo sia il momento di fare una riflessione per capire le ragioni di questi infortuni. Anche perché perdere campioni di questo calibro non fa bene allo show. E’ necessario pensare a come sono gestiti i calendari, quindi al numero delle partite e ai tanti, troppi spostamenti da una città all’altra che i giocatori devono sopportare durante la stagione». L’NBA, per il momento, ha tentato di mettere una patch (“soluzione”) al problema allungando il periodo di riposo successivo all’All Star Game ( il week-end da paura in cui si confrontano a singolar tenzone tra loro – in tiri da 3 punti, schiacciate e altro – i migliori giocatori dell’anno). Divisi successivamente in due squadre, si affronteranno in una partita regolare per il titolo, la domenica sera. Certo: le star impegnate negli ASG (All Star Game) hanno più tempo per recuperare, ma il calendario subisce un’ulteriore contrazione e le squadre si trovano ad affrontare ancor più “back to back” (scontri in giorni consecutivi) di prima, e pertanto a viaggiare in continuazione da una città all’altra. E bisogna tener presente che gli USA sono attraversati da ben sei fusi orari diversi.

Il terzo padre degli infortuni è l’attività del Dream Team, cui tutti, ovviamente, desiderano partecipare.

Fino ad oggi nessuno dei giocatori si è mai lamentato delle troppe partite e di giocare anche per la Nazionale (chiamata Dream Team, ovvero “squadra dei sogni” perchè tra le sue fila conta i più forti giocatori americani). Il già ricordato Paul George aveva avuto davvero troppo poco tempo per riprendersi dopo la stagione passata negli Indiana Pacers fino alle finali della sua Conference, perché immediatamente dopo aveva dovuto affrontare la sessione lavorativa con il Dream Team (la Nazionale a stelle e strisce). Eppure, dopo lo spaventoso infortunio che lo ha costretto al temporaneo ritiro, ha detto: «Trovo ingiuste le critiche piovute addosso al Team Usa. E’ stato solo un terribile incidente». È vero: l’incidente è stato terribile, ma le conseguenze avrebbero potuto essere meno severe se il suo fisico non fosse stato tanto sollecitato nei mesi precedenti. Un gesto atletico che può essere effettuato con successo da un organismo in piena efficienza può rivelarsi traumatico per chi abbia tendini, muscoli e cartilagini ai minimi sindacali.

Oltre ai danneggiati certificati ci saranno altri che cercheranno di evitare di esser presi nel turbine.

Kevin Durant – MVP della Regular Season (il campionato Usa) – si è dichiarato indisponibile subito dopo l’infortunio del suo compagno e amico Paul George. Ha detto di essere troppo stanco per un impegno simile. Nessun dubbio sulla sua stanchezza. Ma che sia lecito diagnosticare anche uno stress post traumatico asimmetrico (perché il trauma lo ha subito il suo amico, non lui), ossia il timore di subire a sua volta un incidente che potrebbe mandargli in fumo la prossima stagione? Per scaramanzia non accenniamo nemmeno a cosa potrebbe succedere alla carriera.

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