UNA CRISI SU PIù FRONTI

Il Giappone non fa più figli È la “sindrome del celibato”

In Giappone il Pil è sceso per il secondo trimestre consecutivo. Tra luglio e settembre, l’economia del Paese del Sol Levante è calata dell’1,6%. Gli analisti erano più ottimisti. A Tokio si valuta ora la possibilità di sciogliere la Camera e indire nuove elezioni. Ma ad allarmare i giapponesi, oltre alla crisi, è il bassissimo tasso di natalità: alcuni studi governativi prevedono che entro il 2060 la popolazione potrebbe diminuire a 87 milioni di abitanti rispetto ai 127 milioni di oggi.

Il Giappone non fa più figli È la “sindrome del celibato”
17 Novembre 2014 ore 11:05

Il Giappone vive una drammatica crisi demografica. Nel Paese del sol Levante la gente non fa più figli, e rifugge ogni tipo di contatto intimo o relazione stabile. Si chiama “sekkusu shinai shokogun” ed è una vera e propria piaga sociale, che in italiano si traduce con “sindrome del celibato”. In pratica i giovani evitano ogni tipo di relazione che possa comportare un coinvolgimento emotivo, che richieda l’impegno di denaro o di responsabilità. A supplire alla carenza affettiva, almeno sul piano fisico e degli istinti, ci pensa il web. Manga, anime, hentai e tutti i mondi virtuali legati all’erotismo, di cui il Giappone ha una produzione notevole, sembrano appagare i desideri dei giapponesi. Uomini e donne senza distinzione, perché si stima che il fenomeno riguardi anche il 45% delle donne tra i 16 e i 24 anni. Un quarto dei loro coetanei maschi la pensa allo stesso modo. Non ci sono mai stati così tanti single come adesso: quasi un terzo dei giapponesi maschi sotto i 30 anni non è mai uscito con una donna. Si tratta di rifiuto del contatto umano. Tredici milioni di adulti single vivono ancora coi genitori; di questi circa 3 milioni hanno più di 35 anni. Conducono una vita ritirata dalla società. Considerando che di genitori single in Giappone ce ne sono pochi perché i nati fuori dai matrimoni praticamente non esistono, la sindrome del celibato implica un crollo dei matrimoni e di conseguenza del tasso di natalità.

La situazione demografica. Oggi il Giappone – 127 milioni di persone nel 2013 – ha una media di 1,1 figli per donna. Il tasso di fertilità si abbassa a vista d’occhio: due anni fa era di 1,4. Il numero delle nascite lo scorso anno ha raggiunto il minimo storico, ma cresce quello di mortalità, che nel 2013 è stato il più alto dalla fine della seconda guerra mondiale. Sono i dati dell’agenzia di stampa Asahi Shimbun, che riportano anche i numeri del ministero della Sanità, secondo cui la popolazione giapponese scende a un ritmo di 244mila unità l’anno. Funzionari del ministero della Sanità hanno stabilito che la popolazione del Paese è scesa a un ritmo di 244mila l’anno. Insomma, il Giappone è un paese vecchio e se l’andazzo non cambia c’è il rischio che in pochi anni spariscano intere regioni. Le Nazioni Unite stimano che ci vorrebbero almeno il doppio dei bambini che nascono per sostituire quanti muoiono, e che il 32% dei giapponesi ha più di 60 anni. Per fare un confronto con l’Italia, che di abitanti ne ha la metà, nel nostro paese gli over 60 sono il 27%. Ci sono studi del governo che prevedono che entro il 2060 la popolazione potrebbe diminuire a 87 milioni di abitanti, con un tasso di over 65 pari al 40%.

Le misure e gli obiettivi del governo. Il governo nipponico se ne è accorto e nelle ultime settimane ha presentato un piano per risollevare di qualche punto l’indice di fertilità. La prima misura è stata quella di incoraggiare i giovani a trasferirsi fuori dalle grandi aree urbane, favorendo così l’occupazione e la crescita economica dei piccoli centri. L’obiettivo è quello di arrivare ad avere almeno 1,8 figli per donna nel breve periodo. Sul lungo termine, invece, il governo vorrebbe riuscire a non scendere sotto i 100 milioni di abitanti, almeno fino al 2060. Il rischio di un ulteriore crollo delle nascite è reale e allarmante. C’è un documento di un ente governativo giapponese, risalente agli inizi del 2014 che lancia l’allarme: da qui a 25 anni il numero di donne in età fertile sarà la metà di quello che era nel 2010 nella metà dei comuni in tutto il Giappone.

Con questi numeri è chiaro che le conseguenze anche a livello economico e di sostenibilità siano devastanti. Se la popolazione in età da lavoro diminuisce e aumentano i pensionati il deficit di bilancio sarà sempre più alto. Saranno sempre meno le persone che pagano le tasse e il governo dovrà spendere sempre di più per sanità e pensioni. Si tenga presente che in Giappone quasi tutti hanno contratti di lavoro a tempo indeterminato e che l’immigrazione è praticamente assente. Il Paese, inoltre, ha il debito pubblico più alto al mondo: oltre un milione di miliardi di yen, che corrispondono circa a 6.950 miliardi di euro (quello italiano è di circa 2 mila miliardi).

Il governo ha già varato una serie di misure economiche per far fronte alla stagnazione in cui si trova il Paese ormai da 20 anni. Tra queste la Abenomics, dal nome del primo ministro Shinzo Abe, che prevede un approccio macroeconomico al problema. Politica monetaria e fiscale di tipo espansivo per stimolare la crescita attraverso l’aumento della spesa pubblica, e riforme strutturali di lungo periodo che consentano un aumento degli investimenti del settore privato, maggiore concorrenza e un innalzamento del tasso di popolazione attiva.

Da Abenomics a Womenomics A oltre un anno dalle misure i risultati sono stati scadenti il premier ha chiesto aiuto alla componente femminile del Paese, cercando una loro partecipazione più attiva nella società giapponese. Una svolta femminista ribattezzata Womenomics, che dovrebbe risollevare le sorti dell’economia nipponica. La riforma si pone l’obiettivo di raggiungere il 30% di posti apicali occupati da donne in quattro anni, insieme a una ridefinizione della tassazione che in Giappone penalizza le famiglie con doppio reddito. Si stima che con questa misura il Pil possa aumentare dell’8%. Attualmente solo il 34% delle donne madri in Giappone lavora e per molte conciliare famiglia e carriera è praticamente impossibile, dati gli orari che possono arrivare anche a 18 ore al giorno per molti anni prima che riescano ad ottenere posti di responsabilità. Il maschilismo è diffuso su larga scala e alle donne sono destinati solo posti di lavoro part time con poche opportunità di carriera: solo l’11% dei manager è donna, la percentuale più bassa tra i paesi industrializzati. Tra i paesi Osce, inoltre, il Giappone ha il più alto tasso di abbandono del lavoro dopo la nascita di un figlio. Le condizioni di lavoro per le donne madri sono a dir poco spietate, la mancanza di asili fa il resto. Difficile pensare come si possa tornare a fare figli se per risanare l’economia si deve lavorare tutti di più.

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