Il numero non è ancora definitivo

La nostra Prima Guerra Mondiale 12.338 i morti bergamaschi

La nostra Prima Guerra Mondiale 12.338 i morti bergamaschi
Cronaca 05 Novembre 2018 ore 05:30
Foto cortesia del Museo delle Storie di Bergamo

 

Quanti bergamaschi sono morti durante la Prima Guerra Mondiale? Quanti sono partiti per il fronte? Sembra incredibile, ma non esistono numeri precisi. Lo affermano al museo delle Storie di Bergamo, in piazza Mercato del Fieno. Dice Lia Corna: «Stiamo facendo un lavoro proprio in questo senso, per unificare le diverse informazioni, considerando che all’epoca la Bergamasca aveva due distretti militari, a Bergamo e a Treviglio. Ma una nostra ricercatrice, Luna Riva, sta facendo proprio questo lavoro, setacciare tutte le informazioni e realizzare un database preciso. Il dato ultimo, ma non ancora definitivo, comprende 12.338 soldati bergamaschi morti». Un numero enorme. Che del resto è in linea con i numeri nazionali, che pure non sono precisi, ma che si orientano sulle 680 mila vittime militari. I morti bergamaschi rappresenterebbero circa il due per cento, cioè un cinquantesimo, delle vittime totali. È un numero coerente con la situazione demografica della Penisola: la provincia di Bergamo ha mediamente costituito il due per cento della popolazione italiana. Nel sacrario della Torre dei Caduti di Bergamo, esiste un elenco di soldati morti, sono ottocento, ma si tratta di un conteggio assai limitato, forse riguardante solamente la città.

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Quanti bergamaschi partirono per il fronte tra ufficiali, sottufficiali, volontari e soldati di leva? Anche qui, un numero preciso non esiste, ma si ritiene che la cifra dovrebbe aggirarsi sulle centoventimila persone; di questi, circa quindicimila dovevano essere del capoluogo. Bisogna considerare che furono chiamati al fronte i nati fra le classi di età che andavano dal 1874 al 1900. Nel 1914, la città contava circa 67 mila abitanti: era in atto un forte incremento demografico, si pensi che nel 1901 i residenti erano 52.482. Per quanto riguarda la provincia era in atto un fenomeno analogo: nel 1901 i residenti erano 458 mila, nel 1914, alla vigilia della guerra, erano circa 540 mila. La Lombardia pure cresceva: nel 1901 gli abitanti erano 4 milioni e 313 mila, nel 1914 erano 5 milioni. E l’Italia? Nel 1901 sfiorava i 33 milioni di abitanti, nel 1914 era sui 37 milioni. Effettuando una semplice proporzione risulta che se i soldati morti italiani furono 680 mila, quelli bergamaschi dovettero aggirarsi sui diecimila. Quindi il numero finora raggiunto, 12.338, è sicuramente plausibile. Spiega Lia Corna: «Secondo la ricerca di Luna Riva, le classi che furono più falcidiate furono quelle che vanno dal 1892 al 1896. Uno dei reggimenti che pagò un particolare tributo di sangue fu proprio il 78° fanteria, di stanza a Bergamo, acquartierato nella caserma Montelungo, in via San Giovanni, noto anche con il nome “Lupi di Toscana».

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Nell’ultimo anno di guerra furono chiamati alle armi i “ragazzi del ’99”, molti compirono i diciotto anni al fronte. Ma vennero arruolati anche molti ragazzi nati nel 1900. Dice la ricercatrice Luna Riva: «La prima fase di verifica condotta per database, ha permesso di mettere in luce anche altri aspetti, in particolare di rilevare il gran numero di soldati nati nel 1900 e impegnati al fronte. La loro presenza in guerra è poco nota, ma sfogliando i ruoli matricolari militari ci si rende conto che sono numerosi. Anche loro non ancora diciottenni vennero sottoposti alla visita di leva nei primi mesi del 1918 e, dopo il richiamo, nei mesi estivi e nei primigeni autunnali furono inviati al fronte. Si possono contare, tra i distretti militari di Bergamo e Treviglio, 102 caduti appartenenti a questa classe. Di loro, 74 morirono fra giugno e ottobre 1918, nelle ultime battaglie del conflitto. E diciassette, vittime di malattie, non avevano ancora compiuto 18 anni». Un altro aspetto forse ancora non del tutto conosciuto è inerente i casi di follia innescati dalla guerra. In Italia, quarantamila soldati passarono per il servizio psichiatrico. I casi di nevrosi e depressioni sono particolarmente numerosi fra gli ufficiali di complemento, costretti a fare eseguire ai loro sottoposti ordini spesso privi di senso, imposti dai gradi superiori. Quando vengono inviati ai manicomi, i malati spesso incontrano psichiatri che applicano terapie sbrigative, quasi sempre a base di elettroshock, per poi rinviarli al fronte il più presto possibile. Ma spesso il “disadattamento” alla realtà del fronte diventava irreversibile e alla fine della guerra continuava nella vita civile. Venne coniato il termine “scemo di guerra”.

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