LO "SQUALO DI MESSINA" LANCIATO VERSO IL TRIONFO

Nibali solo contro Nibali e le storiche cadute al Tour

Nibali solo contro Nibali e le storiche cadute al Tour
15 Luglio 2014 ore 13:06

Si è voltato a pochi metri dal traguardo e a molte tappe dalla fine. Cercava un altro avversario da staccare, ha trovato un vuoto da colmare. E’ rimasto con se stesso, e visto che ancora siamo al principio di questo Tour de France, Vincenzo Nibali è davvero l’uomo al comando del suo destino oltre che della classifica generale. Froome si è fatto male dopo cinque tappe, e si è ritirato. Lo ha seguito a ruota l’altro favorito, Alberto Contador: alla decima è volato giù dalla sella, è ripartito con la tibia rotta, e soltanto quando il dolore si è fatto insopportabile e la sofferenza lo ha obbligato a cedere, ha detto: «Basta, io mollo qui». Ora Nibali è rimasto l’unico (o quasi) pretendente alla maglia gialla, l’uomo con addosso il peso della responsabilità di un successo obbligato e di un fallimento che, per certi versi, sarebbe davvero imperdonabile.

Nibali non è un corridore improvvisato né un campione a gettone. E’ dal 2007 che cresce con costanza, chilometro dopo chilometro, corsa a tappe dopo corsa a tappe. Si è fatto più furbo, ha smussato gli spigoli del carattere. Quando ha vinto la Vuelta, nel 2010, ha avuto il merito di comprendere il valore del successo raggranellato con lo sforzo. Aveva lottato contro Ezequiel Mosquera, riuscendo alla fine a conquistare il primo successo della sua carriera a 25 anni. Poi aveva guardato l’orizzonte cercando un punto più lontano: «L’anno prossimo ci provo con il Giro». E’ arrivato secondo. Però, testardo, nel 2013 ha conquistato la maglia rosa e lasciato in scia a una manciata di secondi i colombiani Fabio Duarte (17”) e Rigoberto Uran (19”). Il club ristretto di quelli che hanno vinto tutti e tre grandi giri è composto da gente bizzarra. Sono uomini con vezzi diversi. Felice Gimondi correva con la foga degli affamati, ma giù dalla sella sciorinava messaggi d’amicizia. Merckx lo chiamavano il Cannibale e vinceva come un re. Hinault e Anquetil erano inebriati da un nazionalismo francese d’antan. Contador è un pistolero con l’aria da gringo. Non c’è un dress code ufficiale per entrarvi. Non ci vuole la tessera. E’ la costanza del loro talento che li ha premiati.

Così, da quando è diventato professionista, Nibali alza un po’ di più l’asticella, anno dopo anno, conscio delle sue possibilità. Non forza la mano, proprio perché non è uno sprovveduto di buonsenso. Anche a questo Tour de France non ha sbagliato (finora) nulla. Sui nove tratti di pavé è sembrato così sicuro al punto che i giornalisti gli hanno fatto un: «Magari l’anno prossimo fa la Roubaix e proverà pure a vincerla». Nibali aveva preparato la tappa un centimetro alla volta, e l’attenzione ai dettagli ha fatto la differenza. Sui primi arrivi in salita, poi, ha dimostrato di essere il numero uno. Nell’ottava tappa finita a Gérardmer La Mauselaine, nel duello con Contador ha dimostrato di non avere nessun timore. Lo ha guardato negli occhi fino al traguardo. Sempre negli occhi. E’ una delle sue caratteristiche: non teme i confronti. Li cerca, non li evita. Ha coraggio e fantasia per disegnare scatti inaspettati. A questo Tour ha saggiato quello con Contador – Froome si era già ritirato – ma adesso, che non c’è più anche lo spagnolo, da qui alla fine Nibali potrà confrontarsi solo con le sue responsabilità.

Non gli era mai capitato di dover vivere lottando contro di sé. Nel ciclismo c’è sempre un uomo dietro, alle tue spalle, un qualche scalatore che ti afferra la schiena, a pochi secondi, e che vuole la tua disfatta. Ma questa volta Nibali ha solo la strada davanti. Il peso di questa maglia gialla, che indossa e che indosserà – speriamo – fino a Parigi, può diventare insostenibile, perché le motivazioni non vanno trovate più nel confronto: ma nel conforto di essere il numero uno. I primi avversari sono a più di 2 minuti, e comunque non sembrano all’altezza dello scalatore messinese. Quando arriveranno i Pirenei, Nibali potrà soltanto gestire, conservare le forze, controllare che nessuno vada in fuga troppo a lungo da metterlo in difficoltà. Molto difficilmente ci saranno avversari in grado di strappargli via il sogno della Grande Boucle. Oppure potrà andare all’attacco in nome di un credo ben più grande, quello che solo i grandi campioni possiedono: distruggere un pezzo di sé per uno nuovo. E ogni volta è sempre più grande.

Le cadute al Tour de France.

L’edizione 2014 verrà ricordata (anche) per le cadute e i ritiri anticipati, ma il Tour de France – come sempre il ciclismo – non è nuovo a questo genere di drammi. Nella storia della Grande Boucle sono moltissime le angosce, i sospiri che hanno portato all’autoeliminazione, i pianti disperati. I rantoli causati dal dolore di una caduta. Alcune celebri, altri meno. Eccone alcune da non dimenticare.

1958
Forte della sua vittoria all’anno precedente, Jacques Anquetil inizia il Tour de France numero 58 da favorito, nonostante ciò non indosserà mai la maglia gialla. La tappa Briançon et Aix-les-Bains, a tre giorni dall’arrivo, gli è fatale. La pioggia si abbatte sul gruppo e Anquetil deve ritirarsi per una congestione polmonare. Il lussemburghese Charly Gaul segnerà così il successo alla Grande Boucle.

1960
A 24 anni sembra che il Tour gli sia destinato. Nell’edizione precedente è arrivato quarto, a soli 12” dal podio. Ma nemmeno quello del 1960 è l’anno di Roger Riviére. Partito all’inseguimento di Nencini sul Colle du Perjuret, all’inseguimento della maglia gialla il giovane Riviére perde tutto. La caduta drammatica gli fa perdere ogni cosa. Rimane paralizzato e non monterà mai più su una bicicletta.

1968
L’egemonia di Mercks debutterà soltanto l’anno dopo. Anquetil non è più una minaccia. La vittoria sembra essere pronta ad abbracciare Poulidor. Ma la sfortuna lo perseguita. Una moto lo investe a Aurillac il 14 luglio. L’eterno secondo riparte, ma le sue ferite multiple lo portano ad abbandonare due giorni più tardi. A Parigi la maglia gialla la indossa Jan Janssen.

1971
Lo spagnolo Luis Ocaña riesce alla fine a battere Merckx nella tappa Grenoble-Orcières-Merlette, arrivando al traguardo con più di 8 minuti dal Cannibale. Ma più avanti, sotto un uragano incredibile, Ocaña cade sul Colle de Menté. E’ costretto al ritiro. La sera stessa Merckx rifiuterà di indossare la maglia gialla, ma alla fine vincerà un altro Tour de France.

1980
Ha vinto le due precedenti edizioni e fin dall’inizio dimostra di essere il favorito. Però il ginocchio di Bernard Hinault non va, lo fa patire. Finché, maglia gialla alla vigilia dei Pirenei, il ginocchio cede. Alla 13° tappa il suo direttore sportivo, Cyrille Guimard, ne annuncia il ritorno. Joop Zoetemelk vincerà il Tour.

2014
Prima il superfavorito, Chris Froome. Poi, l’altro, Alberto Contador, anche lui uno dei pretendenti alla maglia gialla. Froome ha dovuto lasciare la corsa dopo essere caduto quando mancavano circa 67 chilometri all’arrivo della quinta tappa, da Apres ad Arenberg Porte de Hainaut di 156 chilometri. Per Froome si è trattato della seconda caduta di giornata dopo che era scivolato 35 chilometri dopo la partenza di Ypres. Lo spagnolo Contador, invece, è vittima di una caduta a 90 km dal traguardo, nella decima tappa con arrivo a Planche des Belles Filles ed è costretto al ritiro dalla corsa a tappe francese.

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