manovre di partito

No dai, Di Maio agli Esteri no!

No dai, Di Maio agli Esteri no!
05 Settembre 2019 ore 11:35

Il primo a sbertucciarlo è stato Matteo Renzi, proprio lui, il grande sponsor del governo giallo-rosso. «Di Maio è un ministro degli Esteri che sa l’inglese come l’italiano». Vale a dire non lo sa, visto che sono noti gli svarioni nell’uso del congiuntivo del leader dei 5Stelle. Infatti un altro campione di perfidia come Vittorio Feltri si è detto ironicamente tranquillo, in quanto l’inglese non ha congiuntivi e quindi Di Maio non ci farà fare figuracce planetarie.
In realtà la nomina di Gigino alla Farnesina è qualcosa che ha lasciato esterrefatti tutti. Nei social circola all’impazzata il video di un suo discorsetto tenuto ad Harward, in un inglese davvero da terza media. Ma non è solo questione di lingua. Anche un giornale che ha sponsorizzato esplicitamente il nuovo governo come Repubblica, fa una radiografia impietosa del nuovo ministro degli Esteri. «Una scelta dell’uomo sbagliato nel posto sbagliato che supera persino quella del suo precedente incarico, quando al rampante grillino di Pomigliano d’Arco, ex disoccupato a reddito zero e senza laurea fu assegnato il ministero del Lavoro», scrive questa mattina Sebastiano Messina.

 

Il problema di Di Maio è l’assoluta impreparazione dimostrata in tutte le materie. Ma più queste materie sono vaste, maggiore è il rischio di cadute rovinose e imbarazzanti. Ne sa qualcosa lo stesso Matteo Renzi che nel 2016, quando era presidente del Consiglio, si era visto paragonato al dittatore Pinochet da Di Maio sulla sua pagina Facebook. Peccato Gigino abbia poi collocato Pinochet in Venezuela… E qui è una bella scommessa capire se l’ignoranza è più in storia o in geografia. Da ministro del Lavoro Di Maio aveva anche tentato uno sconfinamento: si era recato nel cuore della Francia profonda per incontrare il leader dei gilet gialli, dimenticando di non essere un ultras ma comunque un ministro. Il suo celebre post, seguito a quell’incontro aveva provocato un caso diplomatico di portata europea. «Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi», aveva scritto. «Siamo pronti al golpe e alla guerra civile». Cose che anche il più oltranzista dei No Tav si sarebbe guardato dal metter per iscritto. Peccato che Di Maio fosse ministro e così il presidente francese Macron fu costretto a richiamare il suo ambasciatore da Roma, con un gesto che non aveva precedenti nelle relazioni tra Italia e Francia. Intervenne Mattarella a porgere le scuse. Di Maio dal canto suo scrisse una lettera a Le Monde, in cui cadde in un’altra gaffe. Fece l’elogio della democrazia francese, definendola «millenaria»… Qui evidentemente l’ignoranza clamorosa riguardava la storia.

 

 

Ma quello che più inquieta è l’improvvisazione pseudo movimentista che regola gli schieramenti di Di Maio. Come quando si era messo dalla parte del dittatore, questo sì venezuelano, Maduro contro tutta la diplomazia europea che invece aveva sostenuto Juan Guaidò come presidente ad interim del paese. In questo caso chi se ne uscì infuriato fu il presidente Trump, che poi avrebbe avuto modo di indispettirsi ulteriormente per le aperture alla Cina sulla proposta della nuova Via della Seta. La Cina del super presidente Xi Jinping, che il buon Gigino in un discorso ufficiale aveva chiamato “Ping”… Una gaffe tira l’altra.

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