Bene Pd, vola la Lega

Ma Forza Italia esiste ancora?

Ma Forza Italia esiste ancora?
12 Maggio 2015 ore 15:38

Si è aperta definitivamente lo scorso week end la maratona elettorale amministrativa, che vedrà il suo culmine con il voto in sette Regioni (Marche, Veneto, Puglia, Campania, Toscana, Liguria e Umbria) a fine maggio. Hanno aperto le danze le comunali di Trento, Bolzano e Aosta. È solo un antipasto, vero, ma da cui si possono cominciare a trarre considerazioni interessanti.

L’ascesa del Pd. Il primo dato che emerge con chiarezza, se ancora ce ne fosse bisogno, è che il Pd è incontrastato leader politico del Paese: a Trento, Alessandro Andreatta, del Partito democratico, vince con 53,7 percento dei consensi, ad Aosta Fulvio Centoz, pure lui piddino, ottiene il 54,2 percento dei voti, mentre a Bolzano sarà necessario il ballottaggio, ma il vantaggio di 29 punti percentuali del dem Luigi Spagnolli sull’azzurro Alessandro Urzì non lascia spazio a sorprese. In secondo luogo, si constata (anche in questo caso ampiamente pronosticabile) l’ascesa della Lega di Salvini, che compie un notevole balzo in avanti rispetto ai risultati nelle medesime città del 2010. Cresce anche il M5S. La vera notizia, però, riguarda il tracollo senza possibilità di appello di Forza Italia: il partito di Berlusconi perde moltissimi voti, addirittura a Bolzano si ferma a nemmeno il 4 percento, quando nel 2010 poté contare sul più di un quinto delle preferenze totali.

 

 

Pd: bene ma non benissimo. Alle elezioni comunali conta solo vincere, di uno o diecimila voti  non cambia nulla. Il Pd lo sa bene, e infatti di gioire per la conquista di 3 città su 3 (o meglio, il mantenimento di Trento e Bolzano e la presa di Aosta) ne ha ben donde. Anche se, numeri alla mano, rispetto alle europee del maggio 2014 il successo va ridimensionato: persi 20 punti percentuali a Trento e 18 a Bolzano. Senza dubbio, la presenza di liste civiche e territoriali, che naturalmente alle europee mancavano, ha tolto parecchi voti, e che quindi i numeri di un anno fa non sarebbero stati ripetuti era ampiamente previsto. Ma si tratta comunque di dati che il Pd farebbe bene a tenere in considerazione, onde evitare spiacevoli sorprese quando la partita elettorale sarà su scala nazionale (se non già regionale).

Lega e M5S: bene, anzi benissimo. Crescita esponenziale invece per Salvini e Grillo: il primo triplica i voti rispetto al 2010, il secondo li raddoppia. Considerando la fase agonizzante che la Lega viveva cinque anni fa e che si è trattato stavolta di Comuni del nord che più nord non si può, il risultato leghista è da inquadrare più in un ritorno alla normalità che ad una crescita senza precedenti; diverso invece il discorso per il M5S, che dopo le batoste delle regionali in Emilia Romagna e Calabria di quest’autunno comincia ad avere una propria voce anche in ambito locale, dove solitamente voti di protesta (tipici del consenso grillino) non trovano spazio.

Forza Italia: né male né malissimo, ma disastroso. Ma chi ha subito le sorprese più grosse, in negativo, è Berlusconi. C’era una volta un leader dominante, alla guida di un partito maggioritario che decideva delle sorti dell’Italia. Tutto questo, oggi, non è altro che il più lontano dei ricordi. Forza Italia, che in queste amministrative ha incorporato anche Ncd, tocca il punto più basso della sua ventennale storia, scendendo prepotentemente sotto la doppia cifra e da qualche parte, come a Bolzano, addirittura sotto la soglia del 4 percento. Uno sfacelo vero e proprio. L’universo azzurro non ha mai fatto degli enti locali il proprio punto di forza, va detto, ma un risultato del genere non può non lasciar intendere proiezioni a livello nazionale altrettanto tragiche. Forza Italia è divisa, vecchia, sconnessa dal territorio, priva di un programma politico. L’inesorabile tramonto di Berlusconi, che a 79 anni non può più avere la forza di 10 anni fa, ha comportato anche la fine del partito, facendo emergere tutte le conseguenze nefaste a cui porta una forza politica personalistica e incentrata su un solo uomo.

 

 

Niente innovazione. Il partito sta pagando lo scotto di anni in cui non si è pensato al futuro, in cui i soggetti coinvolti sono esattamente gli stessi di inizio millennio: il ciclone Renzi ha rinnovato quasi del tutto le facce del Pd, Salvini idem con la Lega, Grillo per forza di cose perché è partito da zero, Berlusconi invece niente, non è stato in grado di cavalcare la richiesta di cambiamento dell’elettorato italiano negli ultimi anni, né con la forza leaderistica di Renzi, né con la presa in custodia di alcuni e sentiti temi, come Salvini, né con il populismo, in stile Grillo. La perdita di qualsiasi appeal di Forza Italia non è solo elettorale, ma persino economica: lo certificano le donazioni di 100mila euro ciascuno fatte al partito da Piersilvio e Marina Berlusconi. I grandi sponsor del mondo imprenditoriale che da sempre hanno sostenuto e finanziato FI hanno deciso di fare marcia indietro pure loro. Un segno incontrovertibile che persino la base elettorale più solida del partito, l’imprenditoria, ha mollato.

L’avanzata di Fitto. Pesano molto anche le divisioni interne al partito, da Bondi a Verdini fino a Fitto, il quale, notizia di oggi, pare sia intenzionato a dar vita ad un nuovo soggetto politico, rispetto al quale avrebbe già ricevuto il gradimento di una trentina di parlamentari azzurri. Infine, manca del tutto un programma da presentare ai cittadini: Renzi e il Pd sfornano leggi e riforme senza tregua, Grillo ha pochi ma chiari punti cardine (reddito di cittadinanza su tutti), Salvini è assoluto egemone di temi come immigrazione ed Europa. Forza Italia, invece, nulla, nemmeno una chiara identità: un mese appoggia e fa le riforme con Renzi, e quello dopo accusa quest’ultimo di metodi fascisti e di impresentabilità. Cos’è dunque Forza Italia? Chissà. E un semplice cambio di nome, con questo paventato Partito repubblicano ancora tutto da scoprire, non può certo essere abbastanza.

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