Cronaca
Sta finendo il petrolio

Non è tutto oro quel che luccica Il sultano del Brunei tira la cinghia

Non è tutto oro quel che luccica Il sultano del Brunei tira la cinghia
Cronaca 20 Agosto 2015 ore 11:51

Lo Stato del Brunei è un lembo di terra sull’isola del Borneo, grande quanto la nostra Liguria. Nonostante le minuscole dimensioni del Paese, il palazzo del sultano è davvero imponente. Basta osservare la maestosa facciata per immaginare le immense ricchezze che appartengono alla dinastia del sovrano. La dimora, costata 1,4 bilioni di dollari, si chiama Istana Nurul Iman, letteralmente Palazzo della Luce della Fede. L’esterno è stato progettato dall’architetto filippino Leandro V. Locsin, gli interni da Khuan Chew, che ha lavorato anche per il Burj Al Arab di Dubai. È stato impiegato marmo italiano per le quarantaquattro scale del palazzo, granito da Shanghai, vetro inglese e la migliore seta cinese. E ovviamente oro, tanto oro per le volute esterne e per i rivestimenti interni. L’enorme edificio contiene 1 788 camere, di cui 257 sono bagni, una sala del banchetto che può contenere fino a cinquemila ospiti, una moschea per millecinquecento persone, un garage da 110 posti grande quanto cinque hangar, una stalla per i 200 cavalli del sultano e cinque piscine. Per un totale di 200mila metri quadrati. Quel che si dice un’umile dimora, insomma.

I numeri parlano da sé e non è dunque sorprendente che l’attuale Sultano del Brunei, Hassanal Bolkiah, sia il capostipite della quarta famiglia reale più ricca del mondo. Il patrimonio da 20 miliardi di dollari del sovrano assoluto segue quello di Bhumibol Adulyadej di Thailandia (35 miliardi), di Khalifa bin Zayed, Presidente degli Emirati Arabi (23 miliardi) e quello di Abdullah bin Abdul Aziz, Re dell’Arabia Saudita (21 miliardi).

 

 

Nonostante la sua immensa ricchezza e i possedimenti faraonici, persino il Sultano Hassanal “ha sofferto” la crisi economica. I petrodollari con cui ha finanziato l’acquisto di Boeing forniti di bagni in oro e cristallo e di macchine lussuose che basterebbero per garantire la mobilità di quattro generazioni numerose, hanno cominciato a scarseggiare. L’oro nero che un tempo zampillava dal sottosuolo del piccolo Regno non è più così abbondante e sta mettendo in crisi l’economia del Brunei, interamente basata sul mercato petrolifero. Con lo spauracchio della povertà sono incominciate a sentirsi anche le prime voci di malcontento tra il popolo. Fino ad ora, infatti, gli abitanti del sultanato non si crucciavano per nulla all’idea di essere retti da un sovrano assoluto, né sentivano il bisogno di esprimere la propria voce attraverso un organo politico eletto dalla collettività. Insomma, se la passavano bene, soprattutto quelli che venivano assunti alle dirette dipendenze del palazzo. Il loro lavoro consisteva nell’assistere alle cerimonie ufficiali e nel partecipare alla preghiera del venerdì, niente di più.

Ma con i morsi della ristrettezza che minacciano i forzieri del palazzo e con le prime facce scure che si aggirano per le strade del regno, il sultano ha ben pensato di imporre la legge islamica, la sharia, spingendo il suo governo una svolta estremista. I cittadini possono così essere multati o incarcerati dalla corte islamica per non avere rispettato le preghiere del venerdì, per gravidanze al di fuori del matrimonio e per altri comportamenti “indecenti”. Entro due anni pare che saranno introdotte misure più severe come flagellazione, amputazione di arti e lapidazione per i ladri, gli adulteri e i sodomiti. C’è chi pensa che l’introduzione della sharia potrà aiutare efficacemente il Paese, giacché è opinione comune che Allah farà trovare nuovi giacimenti.

 

 

Decisioni sono state prese anche in campo economico, naturalmente. Sono stati congelati gli stipendi pubblici e le assunzioni, tolti i sussidi per il carburante e abbandonati i grandi progetti urbanistici. Nonostante le riserve fiscali garantiscano alle finanze un certo margine di sicurezza, è stato acclarato che le riserve petrolifere basteranno per non più di 24 anni. L’unica soluzione, hanno affermato alcuni esperti interpellati dal Brunei, è quella di puntare sul settore privato, sulle esportazioni di cibo e sul turismo. E, ovviamente, sugli investimenti stranieri. Tuttavia, il numero dei visitatori stranieri è ancora piuttosto limitato e i produttori di cibo halal trovano difficile adattarsi ai rigidi standard religiosi richiesti in altri paesi islamici. La situazione è tutt’altro che rosea, quindi.

Nel frattempo, però, le costose tradizioni del sultanato continuano come se niente fosse, tra matrimoni regali e sontuosi banchetti. Il popolo si reca a palazzo, nei tre giorni dell’anno previsti dall’usanza, gusta piatti succulenti e abbondanti e poi si reca a rendere omaggio al sultano e alla sua sposa, che è anche sua cugina di primo grado. I due sovrani stringono sorridenti migliaia di mani e si preoccupano di garantire la permanenza di tutti i simboli e i gesti che garantiscono la longevità del loro potere.

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