La psicosi

Non ho paura del Coronavirus, ho paura di voi (una domenica di follia al supermercato)

Non ho paura del Coronavirus, ho paura di voi (una domenica di follia al supermercato)
24 Febbraio 2020 ore 12:13

di Andrea Rossetti

Ieri, domenica 23 febbraio, ho avuto una pessima idea. Avrei potuto organizzarmi meglio, lo so, ma gli impegni e l’inevitabile tendenza alla procrastinazione mi hanno portato ad avere frigo e dispensa vuoti. Da qui la necessità di recarmi a fare la spesa. A mia discolpa, nessuno si aspettava che il caso Coronavirus scoppiasse così repentinamente da un giorno all’altro. Allo stesso tempo, però, avrei dovuto pensare che, purtroppo, la gente è facilmente influenzabile e altrettanto facilmente vittima di “dinamiche da gregge” che comportano conseguenze allucinanti se solo osservate con un minimo di spirito critico.

Fatto sta che, alle 14 circa di una domenica di fine febbraio, mi sono trovato ingurgitato nel ciclone della psicosi da Coronavirus. Mai vista così tanta gente in un supermercato. Ma soprattutto mai vista così tanta gente in ansia. Al di là del proliferare di mascherine e sciarpe tirate davanti alla bocca (utilità pari a zero stando all’Oms, ma tant’è), a impressionarmi è stato il fatto che ogni normale schema sociale saltasse innanzi all’ultima confezione disponibile di sovracosce di pollo o alle restanti tre taniche da due litri di candeggina profumata. Tonno in scatola: finito. Passata di pomodoro: finita. Pancarré: terminato. Pasta: tutta andata, a esclusione delle penne lisce integrali (cosa che mi fa pensare che un minimo di lucidità nelle persone sia rimasta e che mi permette di continuare a sperare nel futuro dell’umanità). Della mia alquanto limitata lista della spesa, sono riuscito a procurarmi non più della metà della roba. Cosa che mi ha fatto capire che noi, persone non in procinto di rinchiuderci in un bunker, se non moriremo di Coronavirus è probabile che moriremo di fame visto l’assalto ai viveri in corso.

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Le foto pervenute verso sera dal supermercato da cui sono fuggito e da molti altri (della provincia orobica e non solo), mostrano scaffali completamente vuoti e persone con carrelli ricolmi di generi alimentari a lunga conservazione di ogni tipo. Immagini che fanno riflettere su quanto la paura delle persone sia un sentimento da rispettare, ma allo stesso tempo da temere. Perché, oggettivamente, non c’è assolutamente nulla, tra le informazioni fornite dalle autorità nelle ultime ore, che giustifichi un tale comportamento. E la paura incontrollata genera soltanto ulteriore paura. È lo stesso concetto che si nasconde dietro l’Amuchina venduta a oltre cento euro su Amazon: il problema non sta in chi lucra (o meglio, non il problema alla base), quanto in chi è disposto a spendere quelle cifre perché in ansia.

La corsa alle derrate alimentari è, purtroppo, la conseguenza di un’informazione che ha perso autorevolezza. Filtrando il soggetto “informazione” da chi preferisce cavalcare l’onda del timore e della psicosi, i media stanno facendo il possibile per dare alle persone le informazioni corrette, fornite dalle autorità competenti e da chi ne sa. Ma pochi li ascoltano. Pochi credono ancora in quello che leggono e ascoltano. Si tratta, purtroppo, di uno dei temi ricorrenti nel momento in cui i comportamenti collettivi rompono gli schemi sociali abituali, amplificato oggi dalle bufale che circolano liberamente su social e chat WhatsApp.

Il Coronavirus non va sottovalutato, è ovvio. Ma atteniamoci ai fatti: si tratta di un virus simil-influenzale brutto, molto contagioso perché nuovo, dall’inquietante trasmissibilità, ma che al momento risulta mortale “soltanto” nel 2,4 per cento dei casi circa, soprattutto quando colpisce persone anziane o con problematiche già presenti. Questa è la dimensione reale del problema. E, come spiegano gli esperti, solo una cosa potrebbe rischiare di peggiorare in maniera preoccupante l’epidemia in atto: il caos. Caos che, da sempre, è figlio della paura. Per questo, più del Coronavirus, io ho paura di voi che avete assaltato i supermercati come se fossimo in guerra. Intanto, nella speranza che la gente si plachi, cenerò al ristorante. Perché, vorrei ricordarlo, la Regione non li ha chiusi.

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