Le rivelazioni dell'ex-portavoce

La freddezza di Buckingham Palace nella notte in cui morì Lady D

La freddezza di Buckingham Palace nella notte in cui morì Lady D
Cronaca 04 Settembre 2017 ore 03:00

Dickie Arbiter è probabilmente un nome che fino a pochi anni fa diceva poco o nulla, ai più; ma nel 2014 è balzato con forza agli onori della cronaca per aver rivelato numerosi dettagli degli ultimi momenti di vita di Lady Diana, la defunta ex moglie del Principe Carlo. E chi meglio di lui, portavoce della famiglia reale fino al 2000 nonché stretto collaboratore di Diana e Carlo per 12 anni, può parlare con autorità rispetto a questa tuttora oscura e delicatissima vicenda?

 

dickie arbiter

 

Attraverso un resoconto rilasciato al Daily Mail, Arbiter spiega come due settimane prima dell’incidente mortale che avrebbe stroncato la vita della Principessa di Galles, quest’ultima avesse finalmente cominciato a trovare un po’ di serenità: anche se il divorzio da Carlo era ormai ufficiale, Lady D, avendo dato alla luce i giovani Harry e William, futuri eredi al trono, poteva comunque continuare a far parte della famiglia reale con tutti i privilegi del caso, e una nuova, germogliante storia d’amore sembrava averla presa; insomma, la principessa triste, la donna dallo sguardo sempre malinconico e celante una sempre nuova sofferenza, aveva infine ritrovato il sorriso.

Il racconto di quella terribile notte. Ma la notte del 31 agosto 1997, Diana rimane coinvolta in un incidente automobilistico sotto il tunnel del Pont de l’Alma, a Parigi: morirà nelle ore successive. Come racconta Arbiter, al Palazzo Reale in quelle ore regna la confusione: notizie incerte, dubbi sulle condizioni della principessa; e infine, la notizia ufficiale della morte.

 

The Union Jack flies at half mast over Buckingham

 

La questione delle bandiere a mezz’asta. Il racconto di Dickie è molto toccante, poiché vissuto in prima persona: parla molto di sé, dello sbigottimento e del dolore immenso che lo colsero dopo aver saputo della tragedia. Quando non c’era tempo, però, per abbandonarsi alle lacrime e al cordoglio personale, perché Lady D era comunque un membro della famiglia reale, e diverse incombenze dovevano essere sbrigate il prima possibile. In primo luogo, le bandiere di tutte le residenze Windsor e dei luoghi istituzionali dovevano immediatamente essere portate a mezz’asta. Sembra quasi come una tortura doversi occupare di aspetti così insignificanti e formali di fronte ad una tragedia del genere, ma Arbiter sapeva cosa comportava il suo ruolo e qual era il suo dovere.

Ma non fu semplice: Sua Maestà la regina Elisabetta in quelle ore si trovava presso il Castello di Balmoral, per tradizione, a Buckingham Palace la Union Jack può sventolare solo quando il sovrano sia in residenza. Nessuno sapeva cosa fare, e solo dopo alcune ore comparve una bandiera esposta a mezz’asta: un ritardo che ha suscitato interrogatori tra i sudditi per diverso tempo, in questo dualismo fra rigore istituzionale tipicamente britannico e ragionevolezza di fronte ai fatti.

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I giorni successivi, e qualche mistero. In secondo luogo, c’era da cominciare a pensare ai funerali. La Regina infatti non raggiunse immediatamente Londra, ufficialmente con l’intento di proteggere i giovani principini dai bagliori mediatici, ma anche questo è un aspetto su cui tutt’oggi gravano diverse perplessità. Toccò allora proprio ad Arbiter organizzare le giornate successive, ma da quanto si apprende dalle sue dichiarazioni, non fu per nulla facile riscontrare una qualche (e dovuta, si potrebbe dire) collaborazione da parte dei vari membri della famiglia reale. Un ulteriore aspetto inspiegabile. Con il passare dei giorni, la situazione sembrò riacquistare la consueta puntualità inglese, con la Regina che inviò alla nazione un addolorato messaggio riguardo alla morte di Diana, e con i sudditi che dimenticarono per un momento gli aspetti più incomprensibili di questa faccenda per unirsi in un sentito cordoglio collettivo.

Chissà quanti misteri ancora devono essere svelati riguardo a quella notte del 31 agosto 1997; una cosa però è certa: fortuna che in tanta confusione e mistero, in quelle ore, nelle sale reali, c’era Dickie Arbiter.

La ricostruzione dell’incidente. Scrive Wikipedia, nella pagina dedicata alla morte di Lady D:

Sabato 30 agosto 1997 Diana aveva lasciato la Sardegna a bordo di un jet privato e arrivò a Parigi insieme al compagno Dodi. I due dovevano rientrare a Londra ma decisero di fermarsi a Parigi per trascorre lì una notte all'Hôtel Ritz, di proprietà della famiglia Fayed.Resisi conto di essere stati avvistati dai paparazzi, i due decisero di lasciare l'hotel e trasferirsi in un appartamento in Rue Arsène Houssaye. Il capo della sicurezza dell'albergo Henri Paul decise di accompagnarli guidando personalmente l'auto. Un’auto esca venne fatta uscire dall'ingresso principale, dove già una nutrita schiera di giornalisti aspettava mentre Diana e Dodi uscirono da un ingresso secondario all'incirca alle 00.20 del 31 agosto. Con loro c'era anche Trevor Rees-Jones, membro della squadra di sicurezza privata della famiglia Fayed. Dopo aver lasciato rue Cambon e attraversato Place de la Concorde, l'auto si diresse lungo Cours la Reine e Cours Albert 1er per poi imboccare il tunnel di Place de l'Alma underpass. Alle 00:23, all'ingresso del tunnel l'autista Henri Paul perse il controllo della vettura che sbandò e andò a sbattere contro il tredicesimo pilastro di sostegno del tunnel. Mentre le vittime giacevano nell'auto incidentata i fotografi raggiunsero il luogo dello schianto, chiamando i soccorsi e cercando di aiutare le vittime, alcuni scattarono anche delle fotografie. In seguito all'arrivo dei soccorsi e delle forze dell'ordine i giornalisti furono allontanati. I soccorritori constatarono subito che gli airbag della vettura avevano funzionato normalmente e che i passeggeri non indossavano le cinture di sicurezza. Dodi Fayed, che sedeva nel sedile posteriore sinistro, sembrava morto al momento dell'impatto. Anche Henri Paul fu trovato già morto. Rees-Jones era ancora cosciente al momento dell'arrivo dei soccorsi. La guardia del corpo soffriva di gravissime lesioni al viso. Si poté constatare secondo le dichiarazioni dei fotografi che Diana era ancora viva, sebbena gravemente ferita, e mormorò diverse volte «Oh my God»; la trovarono distesa sul pavimento del veicolo, con la schiena rivolta verso terra, sanguinava dal naso e dalle orecchie. I presenti le dissero che i soccorsi stavano arrivando e di restare sveglia ma non ottennero risposta, solo battiti di ciglia. Diana fu rimossa dall'auto circa all'1:00, subendo un arresto cardiaco, in seguito alla rianimazione praticata sul posto il suo cuore riprese a battere; fu caricata all'1:18 su una ambulanza lasciando il luogo dell'incidente all'1:41 e arrivando all'ospedale Pitié-Salpêtrière alle 2:06. Nonostante i vari tentativi di salvarla le lesioni interne erano troppo estese, il cuore si era spostato nella parte destra del torace, danneggiando la vena polmonare e il pericardio. Fu dichiarata morta alle ore 4:00. Anche Trevor Rees-Jones fu trasferito in ospedale, fu sottoposto ad un intervento chirurgico di dieci ore e riuscì a sopravvivere, nonostante le gravi lesioni al viso.