Cronaca
Un'indagine scientifica europea

Lavoro notturno e turni impossibili fanno male (anche) al cervello

Lavoro notturno e turni impossibili fanno male (anche) al cervello
Cronaca 20 Novembre 2014 ore 10:42

Meglio scegliere la routinaria abitudine di un colletto bianco o di un dipendente di qualsiasi livello e settore, costretto tutti i giorni a timbrare il cartellino alla solita ora e uscire al calar del sole, piuttosto che una professione che impone turni settimanali o giornalieri. Perché le implicazioni, oltre che per i sacrifici, la qualità della vita faticosa, gli orari anomali e antelucani, peserebbe (pare) anche sul cervello. Ne sono convinti alcuni ricercatori dell’Università di Tolosa, in Francia, e dell’Università di Swansea in Galles, dopo avere studiato gli ‘effetti professionali’ in termini di salute sulle due classi di lavoratori: dipendenti tradizionali e turnanti, pubblicando i risultati del loro studio sulla rivista Occupational & Environmental Medicine.

 

fabbrica

 

Lo studio. Sembra potere godere di veridicità scientifica, in considerazione almeno dei numeri e della durata: oltre tremila lavoratori monitorati per quasi vent’anni e esaminati in tre diverse epoche. A partire dal 1996 e poi ogni cinque anni – quindi nel 2001 e nel 2006 –, i dipendenti diurni e notturni sono stati sottoposti a testper la valutazione delle capacità mnemoniche e di altre facoltà cerebrali, quali l’apprendimento e l’associazione di idee.

I risultati al termine degli esperimenti hanno confermato le attese dei ricercatori: ovvero che il cervello di chi lavora con turni variabili tra mattina, pomeriggio e notte invecchia più precocemente, con un deperimento cognitivo, specie della memoria, peggiore rispetto ai professionisti da scrivania con un regolare orario di ufficio. In particolare il declino cognitivo riscontrato in persone che lavoravano su turni irregolari da almeno dieci anni è risultato equivalente (solo) a sei anni e mezzo di invecchiamento naturale, quindi con un risparmio di benessere intellettivo di quattro anni. Che non è poco.

Le motivazioni. Perché il lavoro a turni abbia questo impatto mentale è ancora sotto studio, tuttavia le prime ipotesi puntano il dito su diversi fattori: l’alterazione del ritmo sonno- veglia condurrebbe alla disorganizzazione del ritmo circadiano, l'orologio interno del corpo, nello stesso modo in cui agisce il jet lag, scombussolandolo. Vale a dire che il corpo, continuamente costretto ad adattarsi a nuovi ritmi e abitudini, non riuscirebbe più a trovare un suo equilibrio e una sua stabilità, con conseguenti disturbi del sonno, aumento dei livelli di stress e un più difficile recupero delle energie utili ad affrontare la giornata.

O ancora potrebbe influire sul cervello anche l'eccessiva produzione di ormoni dello stress, che causerebbero la distruzione o il malfunzionamento di alcune strutture neuronali. Un danno e un rischio che sembrano aggravarsi in particolare fra coloro che lavorano di notte o che sono costretti per lunghe ore in ufficio, quindi in deficit di vitamina D, a causa della ridotta esposizione alla luce diurna. Una carenza vitaminica che è stato associata da alcuni studi a un calo delle capacità cerebrali.

 

ufficio

 

Gli studi precedenti. Altri studi, precedentia quello franco-gallese, avevano già rilevato i possibili danni causati dalla mancanza o dall’alterazione di sonno sulla salute generale e mentale, appunto. Ricerche datate di qualche hanno avevano infatti stimato che chi lavora di notte possiede un rischio molto più elevato di sviluppare patologie cardiovascolari o malattie croniche, talvolta importanti, rispetto alle normali occupazioni; e come la prolungata insonnia portasse alla morte del 25 percento delle cellule di determinate aree cerebrali.

C’è rimedio? Ma non sono solo brutte notizie, perché il danno eventualmente causato dal lavoro turnante non è irreversibile. Ovvero si può tornare a ridare al proprio cervello la sua giovinezza. E i ricercatori offrono due indicazioni: sottoporsi a più stretti controlli medici (che dovrebbero essere offerti dall’azienda stessa specie a queste categorie di dipendenti), mirati in particolar modo alle capacità cognitive, e mettere uno stop di almeno cinque anni allo stress da turni optando in questo periodo di tempo per un lavoro con orario esclusivamente diurno. A questo punto, il cervello sarebbe capace di riallinearsi alla propria età biologica reale. Peraltro, l’attestazione di questa capacità rigenerativa cerebrale potrebbe aprire interessanti risvolti clinici con nuovi studi riguardanti la demenza che produce, tra i suoi effetti collaterali, una anomalia del ciclo sonno-veglia in chi ne soffre.

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