Obama e la moglie ospiti del Wacipi

Obama e i capi indiani riuniti sotto un’unica bandiera

Obama e i capi indiani riuniti sotto un’unica bandiera
14 Giugno 2014 ore 16:04

Cannon Ball, North Dakota: Standing Rock Indian Reservation. Standing Rock (Pietra In Piedi): la riserva dei Sioux, di Toro Seduto.

Barack Obama parla davanti ai rappresentanti di decine di tribù venuti per il Wacipi (il raduno tradizionale dei nativi del Dakota) che si celebra in onore dei veterani nativi. Sono presenti anche i capi delle tribù delle Grandi Pianure del nord e del Canada.
Il 14 giugno, negli USA, è anche il Flag Day, la ricorrenza in cui si celebra l’adozione della bandiera a stelle e strisce da parte di tutti gli americani, nativi compresi, ed è la prima volta che Obama incontra da presidente i massimi vertici la nazione indiana. Una visita storica, la definiscono i media, anche se non è il primo inquilino della Casa Bianca a venire da queste parti. Tre presidenti lo hanno preceduto nel corso di 80 anni: Calvin Coolidge, Franklin Delano Roosevelt e Bill Clinton nel 1999. Lo stesso Obama, inoltre, aveva già incontrato da candidato i capi tribù nel corso della campagna elettorale del 2008.

Nell’occasione promise che avrebbe affrontato seriamente i problemi degli eredi di Jeronimo, Toro Seduto, Nuvola Rossa  e Cavallo Pazzo, l’eroe di Little Bighorn. Questa volta ha dovuto ammettere che c’è ancora molto da fare.

La segretaria dell’Interno Sally Jewell, redattrice di un piano di riforma dell’ufficio per l’istruzione, gli aveva fatto sapere che gli studenti nativi (meno di 50mila, in 183 scuole distribuite in 23 stati) da anni fanno registrare il più alto tasso di abbandoni rispetto a qualsiasi altra comunità etnica e i risultati peggiori nei test.

Basta ingannare e prendere in giro i nativi americani. Bisogna fare molto di più per aiutarli e permettere loro di continuare a vivere nelle terre dei loro padri”.

E quasi a mostrare la serietà dell’impegno usa parole grosse, parla di «carte truccate» contro la nazione indiana, per la quale Washington non ha mai fatto abbastanza.

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In effetti, prima della cerimonia ufficiale col solito – e un po’ logoro – contorno di danze e costumi tradizionali, il presidente e la moglie avevano incontrato – in forma privata – alcune famiglie Sioux: impossibile non vedere in che condizioni vivono oggi gli indiani d’America: in preda alla depressione, con alcol e droga che la fanno da padroni tra i ragazzi delle riserve.

Non si tratta di impressioni epidermiche: sono i dati diramati a inizio anno dal Bureau of Indian Affairs a non lasciar adito a dubbi: il 63percento dei nativi in età lavorativa che vivono a Standing Rock (900 anime circa) è disoccupato; il doppio della media Usa. Da qui la quotidiana, snervante lotta per la casa, per le cure mediche e per l’istruzione dei figli.

Un fatto che Obama considera inaccettabile. «I giovani devono avere il diritto di vivere, lavorare e crescere una famiglia nella terra dei loro padri e delle loro madri», ha affermato, spiegando che «se il governo fa la sua parte, si può spezzare questo ciclo negativo».

E così si prende l’impegno (l’ennesimo) per più risorse e più investimenti per case, sanità e scuola. 70milioni di dollari solo per migliorare le insostenibili condizioni abitative dei residenti. E poi la giustizia: nelle riserve indiane la crescita della microcriminalità non conosce sosta e c’è dunque assoluto bisogno di misure di sicurezza efficaci.

Il capo della tribù dei Sioux Dave Archambault II, che in una intervista all’Indian Country Today Media Network aveva riconosciuto che “nessun altro presidente ha fatto tanto per i nativi come Obama”, da sotto sotto il pesante copricapo di penne lo ascolta impenetrabile.

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