Al contrario del predecessore, George W. Bush

Obama, il (primo) presidente USA che ammette di avere sbagliato

Obama, il (primo) presidente USA che ammette di avere sbagliato
29 Settembre 2014 ore 12:17

Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, sarà ricordato per essere stato uno dei pochi (l’unico?) presidenti americani a riconoscere pubblicamente i propri sbagli, un comportamento inammissibile, solo una legislatura fa. In un’intervista rilasciata domenica al programma 60 Minutes della CBS, Obama ha infatti ammesso di avere compiuto un errore di valutazione, per quanto riguarda la portata della minaccia rappresentata dallo Stato Islamico. Lo scorso inverno, il presidente sosteneva che l’ISIS fosse come un JV team –sarebbe a dire, una squadra di dilettanti -, se messo a confronto con Al Qaeda. Respinge però le accuse di chi, ora, gli rinfaccia di avere ritirato le truppe dall’Irap troppo presto, nel 2011. Obama addebita le responsabilità del fallimento democratico iracheno all’ex primo ministro, Nuri Kamal al-Maliki, il quale non avrebbe saputo approfittare dell’occasione offertagli dagli americani che, al momento del loro ritiro in patria, lasciavano un paese democratico e con un esercito equipaggiato. «Maliki ha preferito consolidare la sua base sciita», ha detto Obama.

Ma l’errore più grave della legislatura Obama sarebbe da individuare a monte di uno sbaglio di giudizio e consisterebbe in un atto mancato. Gli Stati Uniti avrebbero compiuto un passo falso nel momento in cui non hanno voluto colpire Damasco, dopo che il regime di Hassad ha impiegato armi chimiche contro i ribelli. Il mancato intervento americano avrebbe favorito indirettamente il governo siriano, il quale, a sua volta, avrebbe tollerato lo Stato Islamico perché occupato su altri fronti. Alcuni paesi arabi, tra cui Arabia Saudita e Turchia, attuali alleati statunitensi, hanno inizialmente appoggiato l’ISIS, nella speranza che si opponesse alla Siria, loro tradizionale rivale. C’è chi pensa che, alla fine di questa guerra, chi uscirà vincitore sarà l’Iran, poiché sarà l’unica potenza del Medioriente a non avere profuso risorse nei combattimenti.

La campagna americana contro lo Stato Islamico è cominciata agli inizi di agosto e, finora, è consistita esclusivamente in bombardamenti aerei. Negli ultimi giorni, gli obiettivi militari sono stati spostati dall’Iraq al nordest della Siria, dove i militanti dell’ISIS si stanno scontrando con i curdi siriani, asserragliati nella città di Kobane (Ayn-al-Arab). Durante uno degli ultimi attacchi, informa il SITE Intelligence Group, potrebbe essere morto un leader del gruppo estremista Khorasan, affiliato ad Al Qaeda. Si tratterebbe di Mohsin al-Fadhli oppure di Abu Yusef al-Turki.

Le volte che Obama ha detto: «ho sbagliato». Le primissime ammissioni di colpa di Obama sono arrivate a due sole settimane dal suo ingresso nella Casa Bianca, il 20 gennaio 2009. L’allora neoeletto presidente, che non aveva esperienza in incarichi esecutivi, aveva detto di avere sbagliato, nel sostenere con troppa caparbietà e fiducia Tom Daschle per la carica di capo del dipartimento della Salute, nonostante avesse mancato di pagare 128 mila dollari di tasse. Ma è stato il 23 maggio 2013, durante il discorso tenuto nel Teatro Fox di Redwood City in California, che Obama ha dato la stura a una serie di mea ( o nostra) culpa, a sgravio della coscienza collettiva americana. La prima conflagrante ammissione ha riguardato la prigione di Guantanamo: «dopo l’11 settembre abbiamo fatto cose sbagliate, abbiamo torturato persone e ciò è stato contro i nostri valori». Poi, l’uso dei droni, che hanno provocato migliaia di vittime civili: «possono essere usati solo su territorio nazionale, è stata una violazione degli accordi ONU». E l’esagerato controllo sulle intercettazioni, un prezzo troppo alto pagato alla sicurezza ai danni della privacy. Lo scandalo sarebbe però scoppiato nel 2014, quando (anche) grazie alle rilevazione di Snowden si è scoperto che la National Security Agency (NSA) spiava i messaggi privati non solo dei cittadini americani, ma anche di illustri personaggi esteri. Prima tra tutti Angela Merkel che, imbufalita dalla notizia, ha subito chiamato il presidente Obama. Da parte sua, Barack Obama si è scusato per ciò che è accaduto, affermando che la tecnologia deve favorire l’individuo, non schiacciarlo. Tra gli altri intercettati, oltre alla Merkel, c’è lo stesso Obama, Faisal Gill, consigliere del Dipartimento di Stato dell’era Bush e alcuni rappresentanti di spicco della comunità americano-musulmana, come Nihad Awad, direttore esecutivo del Council on American-Islamic Relations.

Ma l’errore più grande dei primi anni di governo sarebbe stato un altro, per Obama. Non le bombe sganciate sui civili, non le torture, e nemmeno gli aiuti forniti a gruppi estremistici siriani. «L’errore è stato pensare che questo lavoro consistesse soltanto nel raddrizzare la politica. E questo è importante. Ma la natura di questo lavoro è anche quella di raccontare una storia al popolo americano che dia loro un senso di unità e uno scopo e ottimismo, specialmente in tempi duri». Insomma, non c’è stato sufficiente storytelling, per il presidente Obama, che non è stato capace di narrativizzare con convincente chiarezza, o retorica, gli sforzi sostenuti dal suo mandato. Forse ci ha visto giusto lui e questo è il motivo principale per cui è stato definito da un sondaggio il peggior presidente degli ultimi settant’anni. Perché in fondo non conta quello che si fa, ma come si dice di averlo fatto.

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