nella rete scorre troppo odio senza impunità

È ora di mettere la parola fine ai bulli «invisibili» dei social

È ora di mettere la parola fine ai bulli «invisibili» dei social
30 Ottobre 2019 ore 12:16

200 messaggi di odio al giorno. Sono quelli che sui social piovono addosso a Liliana Segre, senatrice a vita, sopravvissuta agli orrori dei lager nazisti ad Auschwitz. 200 messaggi razzisti contro una persona di oltre 90 anni, molto gentile, che racconta la sua storia drammatica senza mai alzare la voce. E non ha alzato la voce neppure in questa occasione. «Sono persone che mi fanno pena», ha detto. «Andrebbero curate. Mi ricordando quei ragazzi della Hitlerjugend che insultavano noi, 700 donne denutrite e senza capelli, mentre percorrevamo la strada che dal campo portava alla fabbrica di munizioni Union, in mezzo al fango e alla neve». Liliana Segre ha raccontato questa situazione di cui è vittima davanti ad una platea di studenti all’università Iulm di Milano. Il tema era proprio «Il linguaggio dell’odio». Dopo la sua denuncia si è saputo che la Procura di Milano aveva già aperto dal 2018 un fascicolo per molestie, minacce e insulti. Naturalmente contro ignoti. Ed è proprio questo il punto. Se i social diventano quella che è stata ribattezzata senza mezzi termini come una «fogna» è perché chi ci sguazza ha sempre la sicurezza di una impunità. Non esiste una norma in base alla quale i responsabili delle grandi piattaforme, che sono all’estero, debbano fornire i dati alle autorità giudiziarie, via rogatorie, in quanto in molti Paesi non esiste un simile reato di diffamazione. La Segre ha annunciato di riporre molta fiducia nella proposta di costituire una Commissione anti odio che verrà presto costituita in Senato. «Spero aderiscano in tanti», ha detto. «Sarebbe una brutta figura non aderire a una Commissione anti odio».

 

 

In una situazione simile a quella della Segre si è trovata nei giorni scorsi anche una star. Emma Marrone aveva annunciato di doversi ritirare temporaneamente dalla scena per gravi motivi di salute. Dai social hanno iniziato a pioverle addosso insulti, accusandola di aver fatto solo una mossa pubblicitaria per lanciare il suo nuovo Lp. Rientrata sulla scena Emma ha reso pubblico questo assalto social. «Sono quattro sfigati», ha detto. «Ma in quei giorni avevo cose più importanti a cui pensare rispetto agli insulti che mi piovevano addosso». Poi Emma ha lanciato la sua proposta: «Non bullizziamo ma bollizziamoci tutti». Cioè certifichiamoci tutti, dichiariamo la nostra identità sempre sui social. I big son costretti a farlo, mandando i documenti per avere la cosiddetta «spunta blu» per essere tutelati da altre persone che si potrebbero spacciare per loro. Gli hater invece si nascondono dietro nickname e per scovarli ci vogliono inchieste lunghe mesi. Per questo ieri Luigi Marattin, deputato renziano di Italia Viva, ha lanciato la proposta di obbligo di comunicare i dati della carta d’identità per chi si iscrive ai social, anche se poi si presenta con un nickname. Ha annunciato di voler depositare una proposta di legge. Gli esperti ribattono che l’idea è per tanti motivi inapplicabile, ma il tempo per trovare delle contromisure è ormai maturo.

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