Cresce nel mondo l'intolleranza religiosa

Pakistan, due giovani cristiani bruciati vivi in una fornace

Pakistan, due giovani cristiani bruciati vivi in una fornace
05 Novembre 2014 ore 14:44

Una coppia di giovani cristiani, genitori di quattro figli e in attesa del quinto, sono stati arsi vivi dalla folla che li accusava di blasfemia per aver bruciato alcune pagine del Corano. Lui, Shahzad, aveva 26 anni e lei, Shama, 24. È successo in Pakistan, nella provincia del Punjab, a circa 60 chilometri a sud est della città di Lahore. La coppia lavorava in una fornace di argilla dove si producevano mattoni, era originaria del villaggio cristiano di Clarkabad e si era trasferita da pochi anni al villaggio di Chak, nei pressi della cittadina di Kot Radha Kishan, perché il marito aveva trovato lavoro nella fabbrica di mattoni di un musulmano.

La tragedia è stata resa nota dall’Agenzia Fides, che ha raccolto la testimonianza dell’avvocato per i diritti umani Sardar Mushtaq Gill, anch’egli cristiano. Secondo la ricostruzione la donna avrebbe bruciato alcuni oggetti appartenuti al suo defunto suocero, tra cui ci sarebbero stati alcuni fogli di carta, che stando a quanto riferito da alcuni parenti recavano “formule magiche”. Un testimone, musulmano, avrebbe sparso la voce nei villaggi vicini che tra i fogli bruciati c’erano pagine del Corano. Non solo: il datore di lavoro del marito ha denunciato il fatto con l’accusa di blasfemia in moschea. Un centinaio di persone sono accorse a casa della coppia, li hanno sequestrati e tenuti in ostaggio per due giorni. La mattina del 4 novembre il tragico epiologo: i due giovani sono stati spinti nella fornace e sono stati bruciati vivi.

Il sito web Pakistan Today ha dato ampio risalto alla vicenda, fornendo ulteriori particolari raccolti sentendo un parente delle vittime. La coppia sarebbe stata lapidata a colpi di mattone prima di essere gettata nel forno e alla mattanza avrebbero preso parte addirittura 3/400 persone. Pare anche che il giovane avrebbe contratto un piccolo debito nei confronti del suo datore di lavoro che non era ancora riuscito a saldare causa malattia. Motivo per cui il giorno prima del sequestro il datore di lavoro aveva fatto irruzione a casa della coppia e avrebbe picchiato il marito.

La legge sulla blasfemia. La triste vicenda dei due giovani torna a riaccendere le luci sulla legge che condanna la blasfemia e di cui i cristiani in Pakistan sono le prime vittime. Con più di 180 milioni di abitanti, di cui il 97% professa l’islam, il Pakistan è la sesta nazione più popolosa al mondo ed è il secondo fra i Paesi musulmani dopo l’Indonesia. Circa l’80% è musulmano sunnita, mentre le minoranze, oltre al 20% di musulmani sciiti, sono composte da indù (1,85%), cristiani (1,6%) e sikh (0,04%). Il Pakistan è l’unico paese al mondo dove è presente una legge di Stato in merito alla blasfemia, detta anche “legge nera”. Un elemento in aperta contraddizione con il principio dell’uguaglianza fra cittadini sancito nel 1947 da Ali Jinnah, padre fondatore della nazione, durante il discorso all’Assemblea nazionale. Tra i condannati a morte per questo motivo c’è anche Asia Bibi, che secondo gli accusatori avrebbe pronunciato frasi blasfeme contro Maometto. Per lei, diventata simbolo della libertà religiosa, si è mobilitato tutto il mondo, chiedendo al premier pakistano la grazia per la donna.

In merito alla tragedia di Kot Radha Kishan, da cui gli altri cristiani inclusi i parenti della vittime sono fuggiti per paura di ritorsioni, il consiglio degli Ulema, massima rappresentanza religiosa nel Paese, ha inviato all’agenzia Fides un documento in cui esprime la sua condanna e chiede un’inchiesta imparziale nei confronti di quanto avvenuto e per scoprirne le ragioni. Per oggi è indetta una manifestazione di protesta dei cristiani a Lahore, che chiedono vengano rispettati i diritti umani e la giustizia. Il domenicano p. James Channan direttore del “Peace Center” di Lahore, centro studi impegnato nel dialogo interreligioso, ha fatto sapere che i cristiani chiederanno un intervento dell’Onu per un esame obiettivo sulla legge di blasfemia, sulla sua strumentalizzazione e sulle conseguenze.

 

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I dati preoccupanti del rapporto ACS. Il tema della libertà religiosa è al centro del nuovo rapporto di ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre) divulgato martedì 4 novembre. Il Rapporto è a-confessionale poiché prende in esame violazioni e situazioni di mancato rispetto del diritto alla libertà religiosa verso tutte le confessioni, non solo quella cattolica. Sono 194 i Paesi esaminati e per ciascuno di essi è stata redatta una scheda contenente informazioni su superficie territoriale, popolazione, numero di rifugiati e sfollati, appartenenza religiosa, grado di libertà religiosa e avvenimenti legati alla violazione di tale libertà. L’ultimo rapporto prende in esame il periodo 2012/2014 e il quadro che emerge è preoccupante: in 116 paesi, quasi il 60% di quelli analizzati, si registra un disprezzo per la libertà religiosa. Sono i cristiani la minoranza religiosa più perseguitata al mondo, anche a causa della loro ampia diffusione geografica e del loro numero. Tuttavia anche i musulmani subiscono considerevoli persecuzioni e discriminazioni, da parte di altri gruppi musulmani e di regimi autoritari.

Cresce il fondamentalismo. Nel focus sulle libertà religiose è stata stilata una graduatoria che suddivide i paesi in quattro categorie in base al grado di violazione della libertà religiosa. In 14 dei 20 paesi dove c’è un elevato grado di violazione la persecuzione è legata all’estremismo islamico (Afghanistan, Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq, Libia, Maldive, Nigeria, Pakistan, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Siria e Yemen), mentre negli altri sei è legata all’azione di regimi autoritari (Azerbaigian, Birmania, Cina, Corea del Nord, Eritrea e Uzbekistan). L’Asia si conferma il continente dove la libertà religiosa è maggiormente violata. Nei paesi in cui vi è una religione di maggioranza si riscontra un incremento del fondamentalismo non soltanto islamico, ma anche indù e buddista.

Il caso Pakistan. Nella scheda del Pakistan emerge che l’anno più nero per la libertà religiosa è stato il 2011, quando vennero uccisi due leader religiosi, uno musulmano e l’altro cristiano, che erano favorevoli ad abolire o almeno a modificare la legge sulla blasfemia dopo la vicenda delle accuse da parte degli estremisti ad Asia Bibi. In Pakistan la libertà religiosa, come si legge nel rapporto “resta dunque condizionata dalle ombre oscure dell’estremismo islamico, ma anche dall’intolleranza, dall’illegalità e dall’impunità crescenti nel Paese”. Nel 2011 Il Pakistan ha abolito il ministero federale per le minoranze religiose, trasferendo le competenze alle province. Solo in seguito ha creato un nuovo Ministero federale per l’Armonia inter-religiosa che ha assorbito parte delle deleghe riguardati le minoranze religiose. Ciononostante gli attacchi contro luoghi e fedeli cristiani sono molto numerosi, sebbene il timore di ritorsioni, riduca il numero delle denunce presentate dalle vittime. Obiettivo della violenza settaria sono anche altre minoranze religiose, come gli indù e quelle islamiche degli sciiti e degli ahmadi. Particolarmente grave appare la situazione delle donne appartenenti alle minoranze religiose, spesso rapite e stuprate per convincerle a convertirsi.

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