Per Gaza e Cisgiordania è un complotto

Fifa e Palestina, calcio e intifada L'espulsione (mancata) di Israele

Fifa e Palestina, calcio e intifada L'espulsione (mancata) di Israele
Cronaca 05 Giugno 2015 ore 10:35

Nel bel mezzo dello scandalo che ha travolto la Fifa e che ha portato alle dimissioni di Sepp Blatter, si è verificato un altro scandalo. In questo Zurigo c'entra poco: il suo centro è il Medioriente e la Palestina, terra dove anche il calcio ha qualcosa da dire su politica e conflitti. Da mesi il presidente della Federcalcio palestinese Jibril Rajoub faceva una promessa pesante: chiedere alla Fifa di espellere Israele dalle competizioni calcistiche. I palestinesi da tempo accusano Israele di sabotare il loro campionato, rendere impossibili le trasferte tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza e di aver ammesso nella Lega Israeliana cinque squadre con sede sui Territori Occupati. Una questione ben più seria, dunque, di una disputa legata alle tangenti, che arriva a toccare profonde questioni geopolitiche: una intifada del pallone, l'ha definita qualcuno. La protesta palestinese contro Israele si era allargata fino a investire la rete, con tanto di petizioni online, manifestazioni, boicottaggi.

Chi è Jibril Rajoub. Ma torniamo a Jibril Rajoub, un omone grande e grosso, dalle fattezze tipicamente palestinesi, i modi gentili, un po’ pelato e con i baffi. È uno dei principali dirigenti del partito Fatah, quello di Abu Mazen, che è al governo nell’Autorità Nazionale Palestinese e oltre a essere il presidente della Federcalcio, è a capo del Comitato Olimpico Palestinese. Nato nel 1953 vicino a Hebron, a 15 anni venne arrestato con l'accusa di favoreggiamento nella fuga di ufficiali egiziani. Due anni dopo pare abbia lanciato una granata contro un autobus dell’esercito israeliano nei pressi di Hebron. Fu nuovamente fermato, processato e condannato all'ergastolo. In carcere divenne una figura di spicco tra i prigionieri, organizzando scioperi della fame e proteste, oltre a studiare il sionismo e l’ebraico per meglio conoscere il nemico (o per collaborarci come sostengono alcuni malpensanti). Venne liberato nell’ambito di un accordo tra Israele e Palestina e poi incarcerato molte altre volte con l’accusa di terrorismo. Fu deportato in Libano e in Tunisia, e gli fu permesso di tornare in patria solo dopo gli accordi di Oslo. Fedelissimo di Arafat, che gli diede incarichi di grande responsabilità, ha sempre criticato il crescente fondamentalismo islamico presente nelle scuole palestinesi, dandosi da fare per limitare l’influenza di Hamas e del jihadismo islamico. Tutti, anche i suoi detrattori, ritengono che la sua arguzia politica non vada sottostimata. La sinistra di Israele ritiene che con lui si possa fare la pace.

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Il ritiro della mozione. Durante il congresso della Fifa a Zurigo, nelle fasi preliminari di discussione, alcuni sostenitori della mozione palestinese hanno inscenato l’espulsione della federazione israeliana dal campo di gioco tanto, con tanto di cartellino rosso mostrato da Jibril Rajoub. Servivano però il 75 percento dei voti, ma la votazione non si è nemmeno svolta perché, con un colpo di teatro, Rajoub ha deciso di ritirare la mozione. Si è preferito una risoluzione emendata, che propone la formazione di una commissione che si occupi di monitorare il movimento dei calciatori palestinesi, il razzismo presente nei campionati israeliani e la partecipazione illegale alle serie calcistiche israeliane delle squadre delle colonie. La proposta modificata è passata con il 90 percento dei voti a favore. Rajoub ha presentato il risultato ottenuto come un successo. Ha annunciato che a decidere sullo status delle squadre dei coloni israeliani ci penserà l’Onu (in realtà sarà la stessa Fifa): «Ho deciso di ritirare la sospensione, ma questo non significa che ho ceduto sulla resistenza», ha affermato, negando l’esistenza di pressioni internazionali sulla sua mossa. Ha avvertito che se le cose non cambieranno i palestinesi torneranno a presentare la loro richiesta.

La reazione di Israele. Tutti felici, quindi, con Sepp Blatter, di cui Jibril Rajoub è da sempre grande fan, (momentaneamente) rieletto e Israele ancora tra i club della Fifa. Soddisfazione dello stato ebraico per il non voto e il ritiro della mozione, dopo che il premier israeliano Netanyahu aveva ammonito sulle conseguenze di una possibile espulsione del suo Paese dalla Fifa: «Se i palestinesi riusciranno nell’intento sarà la fine della Fifa, perché altri Paesi chiederanno di espellere qualcun altro per ragioni politiche. Migliaia di anni fa l’Assemblea ateniese perse la sua universalità quando iniziò a espellere».

La delusione dei palestinesi. Gli unici a non averla presa bene sono stati, come prevedibile, i palestinesi dalla Cisgiordania a Gaza. Hanno gridato al complotto, al tradimento, proprio da parte di chi dovrebbe stare dalla loro parte. In particolare ha fatto loro molto male la stretta di mano tra Rajoub e il suo omologo israeliano. E in un clima tanto avvelenato come quello palestinese, dove l’Anp è spesso nell’occhio del ciclone per sospetti di corruzione e tradimento, il carisma e la credibilità del partito Fatah è stata messa duramente alla prova. A beneficiarne, con tutta probabilità, potrebbe essere Hamas, suo sfidante, che fa leva sull’esasperazione della popolazione per raccogliere consensi. Le critiche a Rajoub da parte dei suoi conterranei sono state diffuse sui social media, per condannare duramente la sua decisione e per chiedere che venga dimesso dalla sua posizione. Gli attivisti palestinesi hanno invitato a firmare una petizione chiedendo il suo licenziamento.

La vendetta giordana. E a essere irritati dal comportamento di Jibril Rajub sono stati anche i giordani. Al punto che al suo arrivo all’aeroporto di Amman, di ritorno da Zurigo, il numero uno del calcio palestinese è stato dichiarato «persona non gradita». Non un semplice appellativo, ma un chiaro divieto di mettere piede nel Paese in futuro. Era atterrato ad Amman dopo uno scalo a Tunisi, e i giordani volevano rimetterlo a bordo dell’aereo e rispedirlo indietro. Solo dopo una lunga trattativa gli è stato permesso di prendere un taxi che lo riportasse al confine per farlo tornare in Cisgiordania. Al vaglio anche la decisione di revocargli la cittadinanza giordana. Il motivo del risentimento non sarebbe però la solidarietà nei confronti del popolo israeliano, ma la vendetta per non aver votato il principe Ali Bin al Hussein, fratello del re e candidato alla presidenza della Fifa come sfidante di Blatter.